Ucraina, stallo diplomatico e la guerra che l’Europa rischia di ereditare

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

I negoziati su Ucraina e Russia restano inconcludenti. Sul campo Mosca avanza, mentre Washington guarda alla Cina e valuta il disimpegno. L’Europa appare divisa e rischia di farsi carico di un conflitto che non controlla.

Ucraina, la guerra che l’Europa rischia di ereditare

I negoziati si spostano da Abu Dhabi a Washington, le dichiarazioni si moltiplicano, le foto ufficiali sorridono. Ma sul terreno non cambia nulla. La guerra in Ucraina, al netto della diplomazia performativa, resta dove si decide davvero: sul campo di battaglia. E se si ascolta con attenzione ciò che dicono alcuni analisti militari, il quadro è meno ottimistico di quanto raccontino le conferenze stampa.

Le trattative tra Stati Uniti, Russia e Ucraina non stanno producendo risultati sostanziali. I punti irrisolti sono troppi: territori occupati, garanzie di sicurezza per Kiev, dimensioni future dell’esercito ucraino, gestione della centrale di Zaporizhzhia. Non dettagli tecnici, ma nodi strategici. In assenza di compromessi reali, la soluzione più probabile sarebbe un armistizio imposto dal vincitore sul terreno.

La diplomazia che non decide

Il problema è che Mosca non mostra alcuna disponibilità a rivedere le proprie condizioni. Valuta atti, non parole. E gli atti finora non segnalano concessioni. Se la Russia percepisce che Europa e Ucraina puntano a logorarla nel lungo periodo, continuerà ad accumulare forze e riserve. La cosiddetta “battaglia degli accerchiamenti” – pressione sulle città-fortezza, interdizione logistica, attacchi alle infrastrutture energetiche e ferroviarie – rientra in una strategia coerente: isolare, strangolare, avanzare.

Sul piano tecnico il messaggio è chiaro: senza energia e linee ferroviarie funzionanti, gli aiuti occidentali restano teoria. Le munizioni non camminano da sole. L’interdizione delle infrastrutture è parte integrante della guerra moderna, non un effetto collaterale.

La retorica dei “progressi costruttivi” appare più come un’esigenza politica che come una fotografia della realtà. Gli Stati Uniti parlano di chiudere il conflitto entro l’estate, ma hanno interessi divergenti al loro interno. Una parte dell’establishment, soprattutto l’area neoconservatrice, continua a sostenere Kiev senza ambiguità. Un’altra guarda alla Cina come priorità strategica assoluta.

Washington tra Mosca e Pechino

Il vero nodo è proprio questo: per molti analisti americani la guerra in Ucraina è diventata incompatibile con la strategia di contenimento della Cina. Mosca e Pechino si sono avvicinate proprio a causa del conflitto. Se l’obiettivo è evitare un asse troppo stretto tra le due potenze, Washington non può permettersi di spingere la Russia definitivamente nelle braccia cinesi.

Da qui l’ipotesi – non dichiarata ma evidente – di “europeizzare” la guerra. Tradotto: scaricare sugli europei la gestione politica e finanziaria del conflitto, mentre gli Stati Uniti riorientano le proprie energie verso l’Indo-Pacifico. Una soluzione intermedia che consentirebbe di ridurre l’impegno diretto senza apparire come chi abbandona Kiev.

Nel frattempo, si parla di affari potenziali, di ricostruzione, di terre rare. Ma prima della ricostruzione bisognerà capire cosa resterà dell’Ucraina. E chi controllerà cosa.

L’Europa tra irrilevanza e volontarismo

Se c’è un attore che appare disorientato, è l’Unione Europea. Non esiste un interlocutore unico riconosciuto da Mosca o Washington. Le posizioni oscillano tra aperture al dialogo e annunci di possibile invio di truppe dopo un eventuale cessate il fuoco – ipotesi che la Russia considera inaccettabile a priori.

Le dichiarazioni di leader europei sulla disponibilità al confronto con Vladimir Putin si scontrano con l’insistenza sul pieno sostegno militare a Volodymyr Zelensky. Dal punto di vista russo, il messaggio è contraddittorio. E in diplomazia, la contraddizione equivale all’irrilevanza.

Zelensky ha prorogato la legge marziale per altri novanta giorni, rinviando ancora le elezioni. È una scelta coerente con lo stato di guerra, ma politicamente fragile. La sua legittimità resta ancorata al sostegno occidentale. Se questo sostegno si incrinasse, la situazione interna potrebbe diventare ancora più complessa.

La guerra in Ucraina, dunque, non sembra avviarsi verso una pace negoziata. Più probabile un armistizio dettato dalla realtà militare. Gli Stati Uniti cercano un equilibrio tra Mosca e Pechino. L’Europa rischia di restare con il cerino acceso in mano. E sul campo, come sempre, decide chi regge più a lungo.

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli