Quotidiano on-line ®

10 C
Rome
domenica, Febbraio 15, 2026
Mastodon

Trumpisti d’Italia, quello che non hanno compreso: perché difenderlo è un suicidio politico

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

In Italia Trump viene ancora difeso da chi lo assimila a un tentativo anti-sistemico. Ma tra neoimperialismo, difesa dello squadrismo ICE e autoritarismo, la fuffa MAGA si è già dissolta. Difendere l’indifendibile non rafforza il multipolarismo: lo scredita.

Difendere l’indifendibile: la tentazione italiana di Trump

L’attuale fase della politica internazionale impone una riflessione lucida sulle narrazioni che accompagnano i grandi protagonisti del potere globale. In particolare, il dibattito europeo e italiano intorno all’amministrazione Trump continua a muoversi tra semplificazioni ideologiche, proiezioni identitarie e giustificazioni che prescindono sempre più dai dati concreti.

Le dinamiche di consenso non nascono solo da valutazioni strategiche, ma anche da costruzioni simboliche che resistono alla smentita dei fatti. La distanza tra le promesse e gli esiti delle politiche reali rappresenta un nodo centrale per comprendere le attuali fratture politiche, sia sul piano internazionale sia nella definizione dei conflitti interni.

L’opinione pubblica italiana non sposta di un millimetro la politica degli Stati Uniti. Non pesa a Washington, non condiziona la Casa Bianca, non orienta il Pentagono. Eppure conta moltissimo per noi. Conta come specchio deformante attraverso cui leggiamo il mondo e, soprattutto, come strumento con cui costruiamo le nostre identità politiche interne. È in questo spazio simbolico che si consuma una delle contraddizioni più rivelatrici del presente: la persistenza di un nucleo di difensori di Donald Trump, capaci di giustificare l’ingiustificabile in nome di una speranza che, a metà del suo secondo mandato, è ormai ridotta a un fantasma.

Per comprendere questo fenomeno non serve una lente geopolitica, ma una chiave psicologica. Trump, al momento della sua rielezione, è stato percepito come il vessillifero di una rottura: contro il cosiddetto “deep state”, contro il dominio della grande finanza, contro il politicamente corretto, contro l’imperialismo interventista, contro l’immigrazione fuori controllo, contro l’opacità delle politiche sanitarie. Un pacchetto ideologico eterogeneo, ma potente, capace di intercettare il malessere di una piccola borghesia impoverita e di un proletariato qualificato sempre più marginalizzato.

Ciascuno di questi punti, se isolato dal contesto trumpiano, può persino apparire legittimo. La critica alla cattura finanziaria della politica, la reazione agli eccessi del linguaggio identitario, la richiesta di un minor interventismo militare, la necessità di regolare i flussi migratori, la domanda di trasparenza sanitaria: sono temi reali, non fantasmi. È su questa base che si è costruita l’illusione di una “opzione Trump” come possibile innesco di un mondo multipolare, più rispettoso delle sovranità e delle culture nazionali.

Ma questa narrazione si scontra con un dettaglio non trascurabile: Trump è e resta un liberista radicale, strutturalmente incompatibile con qualunque idea di stato sociale. Certo, nel contesto americano non esistono alternative realmente sociali, e persino le tinte progressiste di una parte del Partito Democratico servono più a cosmetizzare l’establishment che a metterlo in discussione. Ma questo non trasforma Trump in un riformatore. Al massimo lo rende un sintomo.

Dal mito populista al neoimperialismo scomposto

Il problema è che, arrivati quasi a metà del suo secondo mandato, di quella promessa di rottura non resta quasi nulla. L’isolazionismo annunciato si è dissolto in una sequenza di iniziative aggressive su più fronti: Venezuela, Groenlandia, Iran, Nigeria, Yemen. Altro che ripiegamento sugli affari interni. L’America trumpiana si muove come una potenza nervosa, priva di una strategia coerente, incapace persino di mantenere gli impegni di pacificazione che proclama.

La questione “woke”, tanto sbandierata, è stata affrontata più con slogan da comizio che con un vero ripensamento critico. Qualche correzione amministrativa, certo, ma nessuna elaborazione culturale. Del resto, aspettarsi raffinatezza concettuale da un entourage che confonde la complessità con la debolezza era, fin dall’inizio, un esercizio di autoinganno.

Immigrazione, violenza e falsa alternativa

È sul terreno migratorio che il fallimento assume una dimensione tragica. Non basta ricordare che l’ICE esisteva prima di Trump o che le amministrazioni precedenti hanno rimpatriato numeri maggiori di persone. In politica, soprattutto su questioni sociali esplosive, il modo conta quanto il fine. E qui il modo è stato devastante.

Il caos organizzativo, gli abusi, la difesa di episodi indifendibili — come le esecuzioni di Renée Good e Alex Pretti — hanno compromesso l’idea stessa di controllo dell’immigrazione. Non a caso, una parte consistente dell’elettorato repubblicano giudica oggi inaccettabile la gestione trumpiana dell’ICE. Il danno non è solo morale, ma politico: si è trasformata una questione complessa in uno scontro brutale, privo di soluzioni praticabili.

Continuare a giustificare questo squadrismo in nome dell’ordine significa costruire una falsa alternativa: o l’abuso sistematico o la dissoluzione sociale. È una dicotomia catastrofica, che paralizza ogni tentativo di riforma e avvelena il dibattito pubblico.

Eppure, in Italia, c’è chi persevera. Non perché i fatti lo giustifichino, ma perché l’identificazione ideologica è diventata più forte della realtà. Difendere Trump come se fosse il cavallo di Troia del multipolarismo non solo è infondato: getta un’ombra su chi, sinceramente, crede in un mondo meno egemonico. Qui non c’è nulla da salvare.

Smettere di difendere l’indifendibile non è un atto di resa, ma di lucidità. La politica ridotta a tifo genera dogmi, erode la capacità critica e, alla fine, perde. Anche quando vince.

La distanza tra immagine e realtà non è solo una questione di coerenza politica, ma un indicatore del modo in cui le società scelgono di interpretare il potere. Quando la fedeltà a una narrazione prevale sulla verifica dei fatti, il rischio non è soltanto l’errore di giudizio, ma la progressiva perdita di strumenti critici.

In questo scarto si gioca oggi una parte decisiva del dibattito pubblico: non tra schieramenti contrapposti, ma tra chi accetta di misurarsi con la complessità e chi preferisce rifugiarsi in costruzioni ideologiche impermeabili alla realtà. È qui che si decide se la politica resta spazio di confronto o si riduce a esercizio di appartenenza.

 

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

Zela Santi
Zela Santi
Intelligenza Artificiale involontaria. Peso intorno ai 75 kg

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli