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venerdì, Luglio 1, 2022

Dall’Afghanistan all’occidente, stile di vita e di morte: siamo tutti complici

Il nostro stile di vita, quello che dopo l’11 settembre voleva difendere Bush jr, è in realtà uno stile di morte che non risparmia nessuno.

Di Gianluca Cicinelli per La Bottega del Barbieri.

Stile di vita, cioè di morte

Non cambieremo il nostro stile di vita”, disse George W Bush all’indomani degli attacchi subiti dagli Usa l’11 settembre 2001, chiamando con queste poche parole a raccolta l’intero mondo occidentale. 20 anni dopo gli unici che non hanno cambiato il loro stile di vita sono i talebani, i miliziani dell’Isis e l’intero mondo dell’islamismo radicalizzato.

La crociata contro quel mondo capitalista mercificato e “immorale” a cui si rivolgono gli attacchi degli estremisti in nome di Allah ha prodotto crepe profonde nel mondo occidentale anzichè nella visione tribale, oppressiva e preistorica della società che sognano gli estremisti.

Lo ha capito talmente bene la Cina che, come ci spiega su ‘Internazionale’ Pierre Haski, approfitta della ritirata degli Usa e dei suoi alleati per mandare segnali sulle battaglie di libertà prossime venture. “Il messaggio subliminale inviato agli abitanti di Hong Kong e Taiwan è chiaro: non pensate che lo zio Sam verrà a salvarvi”.

Per 45 anni, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, a contrapporsi allo stile di vita degli Usa e dei suoi alleati era stato il blocco comunista incentrato sull’Urss, caduto poi non solo in nome della libertà ma della impossibilità di sfamare i suoi cittadini, dopo aver impostato la sua intera economia per sostenere il confronto militare e imperialista con gli Usa.

Va però rilevato che il mondo comunista sostenne e diede un impulso decisivo, seppur interessato, alle lotte di liberazione anticoloniale in Africa e in Asia fino agli anni 70, annotazione basilare per comprendere come lentamente, venuta meno l’unica opposizione allo “stile di vita” occidentale, si sia formata proprio dai paesi decolonizzati un’opposizione culturalmente e militarmente ancora più feroce e repressiva di quella occidentale allo stile di vita del capitalismo basata sulla religione.

In entrambi i casi gli stili di vita imperialisti del collettivismo forzato e del neoliberismo muoiono entrambi a Kabul, quello sovietico prima e quello statunitense adesso.

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Nel frattempo altre bombe di natura diversa dal radicalismo islamico sono esplose mietendo milioni di vittime innocenti: quello stile di vita vantato da Bush e dall’occidente deve comunque cambiare se l’intero pianeta vuole sopravvivere.

L’alternativa, se si prosegue sulla strada del modello di produzione attuale, è il ritorno all’età della pietra non soltanto perchè dei fanatici sequestrano, torturano e uccidono uomini senza barba e donne che pretendono di essere considerate persone, ma perchè altri fanatici ancora più pericolosi hanno saccheggiato il sottosuolo della terra e distrutto l’ambiente sopra la terra costringendo interi popoli a migrare in cerca di acqua, cibo e pace.

Non è che ci sia molto da scegliere tra morire di fame e morire di caldo per la barbarie neoliberista e morire di barbarie da radicalismo islamico, perchè alla fine comunque muori.

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Eppure nella parte del mondo in cui viviamo dopo la caduta del socialismo reale non si è fatta strada nessuna alternativa al modello di produzione dominante, allo stile di vita mortale difeso da Bush & Co. Le guerre sante contro l’intero Islam e non soltanto contro i miliziani del terrore sono state approvate dai parlamenti europei con i voti degli eredi del movimento comunista convertiti all’ineluttabilità del capitalismo.

L’ambientalismo senza classe, non nel senso dell’educazione ma in quello economico del conflitto tra i molti poveri e i pochi ricchi, affida ancora una volta allo stesso potere che ha distrutto le vite e la terra una rigenerazione impossibile se affidata alla radice stessa del male.

Adesso il fronte della nuova ondata di oppressione e repressione dei popoli dopo l’Afghanistan si sposta nel Sahel, la fascia di terra che comprende Burkina Faso, Mali, Mauritania, Niger e Ciad, dove il presidente francese Macron ha optato per la stessa politica adottata da Trump e Biden in Afghanistan.

Dopo l’incapacità dimostrata dai francesi nell’area ad arginare il fenomeno jihadista, il fallimento militare nel fermare i massacri contro la popolazione, sono ormai evidenti le manovre di disimpegno di Parigi anche se meno presenti sui giornali. L’operazione Barkhane della Francia, che andava avanti dal 2014, è di fatto conclusa con meno risonanza della fine dell’avventura in Afghanistan.

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l terreno adesso è aperto a nuove incursioni degli esaltati in nome di un dio che la maggioranza degli islamici non riconosce nella sua forma razzista e guerrafondaia.

Come a Kabul, caduta in cinque minuti nonostante venti anni di omicidi di talebani e civili, di denaro corruttivo versato a fiumi e di fallimenti nella formazione di una classe politica nuova, anche nel Sahel assisteremo dopo la ritirata francese a regimi non in grado di respingere l’assalto dei cavernicoli di dio perchè corrotti esattamente come siamo corrotti noi.

Assisteremo a nuove ondate di profughi e continueremo a dilaniarci se accoglierli o no dopo averli ridotti in condizione di scappare o morire.

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Il nostro stile di vita è cambiato e per sempre, perchè non soltanto gli afghani ma non siamo in grado di aiutare nemmeno noi stessi.

Questo c’insegna il fallimento militare in Afghanistan e quello che si profila nel Sahel, questo c’insegna la piega irreversibile che hanno preso i cambiamenti climatici e l’insostenibilità dell’ambiente, che uccidono persone come in guerra. Guerre perse anche da chi era contrario a sostenerle perchè non siamo stati in grado d’individuare un’alternativa praticabile.

Questo dovrebbe farci capire che anche se pensiamo di essere buoni, pacifisti, ecosolidali, magari pure socialisti, siamo una parte del problema e non la soluzione. Scriviamo sui social quanto sono cattivi gli yankee e poi votiamo i partiti che votano le guerre e le distruzioni ambientali degli yankee.

Anche per questo trovano terreno tra le masse quelle culture che affidano a dopo la morte il piacere e il benessere che dovremmo invece garantirci in terra. Perchè morire senza soffrire per buona parte del pianeta è ormai un obiettivo più probabile da raggiungere che quello di vivere bene.

Se i “buoni” non s’inventano un’alternativa laica praticabile al capitalismo nel giro dei prossimi due o tre anni siamo definitivamente fottuti. Ne vedete di alternative in giro?

Io no e non credo di essere soltanto pessimista, il nostro stile di vita, quello che voleva difendere Bush, è in realtà uno stile di morte che non risparmia nessuno a nord e a sud come a est e a ovest.

La Bottega del Barbieri

 

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