Scoop di “‘The Intercept’: golpe mascherato in Pakistan, Imran Khan arrestato su iniziativa USA

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La caduta di Imran Khan, carismatico primo ministro del Pakistan prima sfiduciato e poi condannato al carcere, sarebbe il risultato di un’operazione coperta degli Stati Uniti. Lo scoop è targato The Intercept, uno dei più rinomati portali di giornalismo investigativo del mondo.

Il golpe mascherato in Pakistan, Imran Khan arrestato su iniziativa USA

I disordini continui di questi mesi in Pakistan con manifestazioni ovunque, da Lahore a Karachi, da Islamabad a Peshawar, seguiti all’arresto del primo ministro Imran Khan, sostenuti anche da una parte di magistratura, avevano portato il Paese sull’orlo del caos.

Le immagini delle forze paramilitari che avevano ammanettato l’amato premier mentre si recava in una sezione dell’Alta Corte nella capitale, avevano scatenato una rabbia cieca e fatto gridare al complotto e al golpe.

Quello che appariva una reazione “di pancia” da parte dei sostenitori di Khan invece trova clamorosamente (ma non troppo) riscontro in una fuga di documenti classificati finiti nelle mani di ‘The Intercept’, uno dei più importanti portali di giornalismo investigativo del mondo che li rende pubblici il 9 agosto.

Dalle carte, complete di trascrizioni di conversazioni e documenti riservati, emerge come Washington abbia orchestrato l’arresto di Khan per spostare la politica estera del Pakistan in funzione anti russa e anti cinese. Ma facciamo un passo indietro.

Operazione Imran Khan

7 marzo 2022: manca poco meno di un mese alla nascita della crisi politico-costituzionale che porterà alla sfiducia di Imran Khan da parte del parlamento, la prima nella storia di Islamabad, e tre persone si sono incontrate per discutere della condotta del premier pakistano e delle eventuali misure che potrebbero essere adottate per metterlo fuori gioco in vista delle elezioni generali dell’anno seguente.

I sondaggi dicono che Khan è il politico più popolare del Pakistan, e il suo secondo mandato sembra sicuro.  E questo per gli Stati Uniti è un problema: non solo il primo ministro ha sigillato le relazioni con la Cina, ma ha mostrato di essere intenzionato ad avviare un disgelo persino con la Russia, rivale di vecchia data, porgendo come ramoscello d’ulivo l’assunzione di una “postura aggressivamente neutrale nella guerra in Ucraina”. E questo per Washington proprio non può andare.

Tre sono le persone che agiscono per chiudere il ‘fascicolo Imran Khan’: l’ambasciatore del Pakistan a Washington, Asad Majeed Khan, e due ufficiali del dipartimento di Stato Usa, Donad Lu ( ex ambasciatore nel Kirghizistan e poi in Albania) e Les Viguerie, i quali avanzano la loro proposta ‘politica’: deporre Khan con un voto di sfiducia in cambio di ‘relazioni molto più cordiali’ con gli Stati Uniti. L’alternativa non è prevista. In caso di rifiuto c’è solo “isolamento”.

E dunque il 7 marzo, mentre Khan è già entrato in campagna elettorale e accusa l’Occidente davanti a folle oceaniche di simpatizzanti di volere e trattare il Pakistan come uno schiavo, Washington ha deciso segretamente il suo futuro: dovrà cadere e l’agenda russa su Islamabad dovrà cambiare in maniera radicale e subito. Perché il tempo per agire è poco: gli Stati Uniti vogliono creare una coalizione internazionale a supporto dell’Ucraina e il comportamento spregiudicato di Khan, che al momento dell’invasione si trovava a Mosca e che si è astenuto da una risoluzione di condanna discussa e votata al Palazzo di vetro. Pessimo esempio ad invogliare altri.

I dialoghi segreti riportati da The Intercept

Nel documento giunto nelle mani di The Intercept sono riportati degli estratti dei dialoghi fra i tre giustizieri di Khan. Lu è, nel gruppo, quello che parla di più. promesse in caso di successo del piano (tutto vi verrà perdonato) e minacce in caso del suo fallimento (il Pakistan verrà isolato dagli Stati Uniti e non solo). L’ambasciatore Khan è concorde sul fatto che il premier abbia gettato benzina sul fuoco delle già ustionate relazioni bilaterali, ma è pur sempre un diplomatico e un patriota, perciò prova a spiegare che «mentre gli Stati Uniti si sono sempre attesi il supporto del Pakistan su ogni argomento che fosse importante per loro, non hanno mai ricambiato».

L’8 marzo l’ambasciatore pakistano trasmesso a chi di dovere in patria i messaggi di Lu: l’opposizione avvia la procedura che poco più di un mese dopo, il 10 aprile, culminerà nello storico voto di sfiducia. Ma è solo l’inizio del progetto di cancellazione del personaggio, basato su censura, purghe, repressione e scandali a orologeria, che nell’arco di un anno ha portato le forze armate, storiche custodi del Potere in Pakistan, a fare terreno bruciato attorno a Khan e alla sua creatura, il Movimento per la giustizia, per falsare le elezioni generali in arrivo. Ma la rabbia del Pakistan profondo non sembra placarsi. Anzi, l’intensità e la frequenza delle dimostrazioni a favore del premier sono cresciute di pari passo con la repressione sempre più feroce. Risultato: più di 60 morti, 7000 arresti e 1000 feriti dall’aprile 2022 all’agosto 2023.

Questo 5 agosto Khan è stato condannato a tre anni di prigione per ‘aver venduto illegalmente degli assetti statali’, e a cinque anni di incandidabilità, causa “l’inaugurazione di uno stato poliziesco de facto comandato dall’Esercito”, la struttura di potere che di fatto ha compiuto o permesso il ‘golpe bianco’ contro l’ex premier.

Ma il rischio di sommosse ancora più gravi è dietro l’angolo: Khan è destinato a diventare un martire nell’istante in cui metterà piede in carcere.

(Fonte)

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