www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.
L’Iran non è una crisi, ma il perno della competizione globale. Washington e Tel Aviv puntano al cambio di regime per controllare l’Eurasia. Teheran deve solo resistere. Il tempo è la sua arma più potente.
Il triangolo USA-Israele-Iran: la guerra che non può finire
La crisi tra Stati Uniti e Iran non è una parentesi della storia recente, né un’escalation destinata a rientrare con qualche vertice diplomatico e una foto di gruppo. È una linea strutturale della politica di potenza occidentale. Non si tratta di “contenere” Teheran, come ama ripetere la retorica atlantica, ma di rimuoverla come soggetto autonomo.
La normalizzazione è una parola da talk show: nella realtà strategica, l’obiettivo resta la sostituzione del sistema politico iraniano con uno compatibile con gli equilibri voluti da Washington e Tel Aviv. Chiamarlo diversamente è un esercizio di ipocrisia.
L’Iran non è uno Stato fragile, in attesa di implodere. È una società complessa, attraversata da contraddizioni e pluralità etniche, ma non da faglie tali da renderla scomponibile con qualche operazione di destabilizzazione periferica. Curdi, beluci, arabi del Khuzestan: elementi che possono essere strumentalizzati, ma che non rappresentano un potenziale di dissoluzione paragonabile a quello che travolse la Siria.
L’idea di una “balcanizzazione persiana” è una fantasia utile alla propaganda, non una prospettiva realistica. Proprio per questo la pressione indiretta non basta. Se l’obiettivo è davvero neutralizzare l’Iran come attore geopolitico, la sola opzione rimasta è l’abbattimento diretto del regime.
Non è un caso che Teheran occupi una posizione centrale nell’architettura di sicurezza disegnata da Stati Uniti e Israele. Per Washington, ridurre il proprio impegno diretto in Medio Oriente significa delegarne la gestione a un alleato regionale forte e affidabile. Per Tel Aviv, questo ruolo è possibile solo eliminando l’unico ostacolo strutturale: la Repubblica Islamica. Non c’è spazio per due poli autonomi in una regione che l’Occidente considera ancora una propria area di influenza strategica.
Il perno geopolitico dell’Eurasia
Il vero peso dell’Iran si misura oltre il Medio Oriente. Rovesciare Teheran significherebbe aprire un varco verso l’Asia centrale, colpendo indirettamente le rotte che collegano Russia e Cina e minando l’architettura logistica della Nuova Via della Seta. L’Iran è una cerniera geografica e politica: tra Mediterraneo e Asia, tra Golfo Persico e Caucaso, tra energia e commercio globale.
Chi controlla l’Iran può influenzare due dei colli di bottiglia più sensibili del pianeta: Hormuz e Bab el-Mandeb. Da lì passa una quota decisiva dei flussi energetici e commerciali mondiali. È un potere silenzioso, ma assoluto: chi tiene le giugulari dell’economia globale decide chi respira e chi soffoca.
Non sorprende, dunque, che Teheran sia diventata una pedina chiave nella competizione con il blocco dei BRICS. Spezzarne l’asse con Mosca e Pechino significherebbe colpire al cuore ogni ipotesi di ordine multipolare. Per Washington, rinunciare a questa partita equivarrebbe ad accettare il proprio ridimensionamento globale. Un lusso che un impero in declino non può permettersi.
Dal punto di vista iraniano, la strategia è opposta: non serve vincere, basta resistere. Più il tempo scorre, più si restringono le finestre di opportunità per i suoi avversari. È una guerra asimmetrica nel ritmo: chi attacca è prigioniero dell’urgenza, chi si difende può permettersi la lunga durata.
Israele e l’illusione della forza
La dottrina israeliana ha ormai abbandonato qualsiasi idea di equilibrio regionale. L’immagine della “nuova Sparta”, evocata da Netanyahu, non è una metafora suggestiva: è un programma. Guerra permanente, economia orientata al complesso militare, confini mobili, proiezione extra-territoriale come profondità strategica. Non più deterrenza, ma dominio.
Eppure, questo progetto inquieta anche gli alleati. Arabia Saudita e Turchia non desiderano una regione sotto tutela israeliana. Temono di passare da partner a subordinati armati. La “soluzione” sponsorizzata da Washington rischia così di incrinare l’intero sistema di alleanze che dovrebbe sostenere.
Russia e Cina non possono restare spettatrici. Lasciare cadere Teheran significherebbe consegnare l’Eurasia a un unico centro di potere. Il conflitto non è regionale: è sistemico.
E tuttavia, Stati Uniti e Israele sembrano prigionieri di una pericolosa ubriacatura di forza. Successi tattici amplificati come segnali di onnipotenza. Ma la storia insegna che non è la superiorità militare a garantire l’egemonia, bensì la coesione interna e la chiarezza strategica. Oggi, entrambe appaiono fragili, attraversate da fratture profonde.
Il mito della “pace attraverso la forza” si regge su fondamenta instabili. Quando la forza si logora, resta solo il rumore. E il rumore, prima o poi, diventa silenzio.

Sostieni Kulturjam
Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.
I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.
Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.
Leggi anche
- Totalitarismo democratico: persuasione finita, repressione aperta
- Il nuovo cittadino esemplare: la democrazia senza domande
- Due pesi, una sola fede: l’anti-trumpismo europeo si ferma a Caracas
- Il golpe come politica estera: l’impero USA che non ama sporcarsi le mani
E ti consigliamo
- Malagrazia, viaggio tra streghe e inquisizione
- Un’abitudine inesauribile, scrivere di cinema
- Oltre il confine. Riflessioni dal crepuscolo dell’Occidente
- Pancia di balena
- Shidda
- Noisetuners
- Novecento e oggi
- A sud dell’impero. Breve storia della relazione sino-vietnamita
- Sintropie. Mondo e Nuovo Mondo
- La terra di Itzamnà: alla scoperta del Guatemala
- Dittature. Tutto quanto fa spettacolo: si può essere ironici su temi serissimi e al contempo fare opera di informazione e presidio della memoria?
- Il soffione boracifero: ritorna dopo 10 anni il romanzo cult













