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giovedì 19 Maggio 2022
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Pandemia, crisi energetica, e ora l’inflazione mette in ginocchio i lavoratori

La pandemia ha determinato l’allentamento delle politiche di austerità ma non a vantaggio dei lavoratori. L’inflazione sta falcidiando i loro redditi.

di Federico Giusti e Ascanio Bernardeschi per La Città Futura.

Dopo tanti altri colpi ai lavoratori torna lo spettro dell’inflazione

“Le azioni della banca centrale sulla quantità di moneta – così come sui tassi d’interesse – non sono in grado di controllare l’inflazione” (Emiliano Brancaccio, Appunti di economia politica, Lezione 1, 2022, p. 9).

Questa affermazione di Brancaccio, conseguente al rigetto della teoria quantitativa della moneta, ha importanti implicazioni. Non potendo le autorità monetarie incidere sul livello dei prezzi, la loro manovra per rendere più o meno oneroso il ricorso al credito da parte delle imprese determina la sopravvivenza o meno delle imprese marginali e quindi tale politica monetaria può accelerare o decelerare il processo di centralizzazione dei capitali.

Lo dimostra anche il fatto che il Quantitative esasing (Qe) di Draghi, cioè l’immissione di un’ingente massa monetaria, non sia stato in grado, nei mesi precedenti la pandemia, di elevare significativamente il tasso di inflazione.

L’inflazione ha quindi spiegazioni altre rispetto alla politica monetaria e in questa fase pare molto più legata a fenomeni reali. Per esempio la produzione snella, senza scorte di magazzino, che si è imposta in epoca cosiddetta postfordista, e la dispersione della filiera produttiva fra numerose aziende ubicate in varie parti del mondo alla ricerca del minor costo del lavoro, se ha contribuito a un parziale recupero del saggio del profitto, ha dimostrato tutta la sua vulnerabilità di fronte ad arresti imprevisti della produzione o del sistema dei trasporti, quali quelli dovuti alla pandemia.

La difficoltà di approvvigionamento di materie prime ecc. o l’interruzione della filiera in qualche sua parte, ha determinato il formarsi di colli di bottiglia, con difficoltà di reperimento delle merci sul mercato e aumento dei costi. Un’altra ragione, valida soprattutto per i prodotti energetici, ma non solo, sta nelle guerre, momentaneamente solo commerciali, in atto fra i vari blocchi economici.

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Di fronte al fenomeno dell’inflazione e alle difficoltà di tenerla sotto controllo, sarebbe un’elementare difesa del tenore di vita dei lavoratori il ripristino di automatismi che adeguino i salari al costo della vita, come era la scala mobile.

La scala mobile venne invece definitivamente soppressa in Italia con la firma del protocollo triangolare di intesa tra governo Amato e parti sociali avvenuta il 31 luglio 1992.

Quattordici anni prima 1.500 lavoratori delegati alla conferenza dell’Eur, preparando la brevissima stagione dei governi di solidarietà, avevano decretato una linea di moderazione salariale e aperto la strada alla flessibilità del lavoro.

Una parentesi che venne interrotta con l’uccisione di Aldo Moro, ma che introdusse nel maggiore partito delle classi lavoratrici una discontinuità di linea politica la quale avrebbe portato nei decenni successivi all’accettazione da parte degli “eredi” del Pci della sempre maggiore e incontrollata flessibilità del lavoro, dei modelli di contrattazione estremamente vincolanti e delle minori tutele di carattere retributivo e normativo.

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Nell’arco di pochi anni le forze sindacali hanno disfatto quanto, con fatica e lungo impervie strade, lastricate con il sangue dei lavoratori e delle lavoratrici, avevano costruito nell’arco di un trentennio fino allo Statuto dei Lavoratori.

I diritti sociali e la loro affermazione avevano portato anche a maturare le condizioni per nuovi diritti civili con le battaglie per il divorzio e l’aborto, la critica al patriarcato e al modello di welfare basato su famiglie monoreddito con l’uomo a lavorare e la donna a casa intenta nella cura di anziani e minori o, nel migliore dei casi, impiegata con qualche contratto part-time.

A seguito dei due anni di pandemia, fermo restando l’obiettivo di assicurare al capitale il massimo controllo sociale, è stato necessario rivedere (e non revocare) le politiche di austerità e l’Unione Europea (Ue) è stata costretta a sospendere i parametri di Maastricht, mentre pochissimi anni prima il governatore della Banca Centrale Europea (Bce), Draghi, inaugurava il Qe, sia pure su una scala notevolmente inferiore a quella praticata negli Usa.

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Le modalità di intervento della Bce (acquisto di titoli presso le banche e non direttamente presso gli emettitori) hanno prodotto irrilevanti risultati nell’economia reale ma salvato dal default alcuni istituti finanziari che detenevano grandi quantitativi di titoli, prevalentemente pubblici.

A questo incremento di offerta monetaria per l’acquisto di attività finanziarie si è affiancata la riduzione dei tassi d’interesse, fino a giungere a tassi negativi nei rapporti fra istituti di credito e banche centrali. È nostra opinione che il processo inflattivo in atto sia dovuto, più che dalla riduzione del tasso di interesse, dai fenomeni reali che abbiamo sopra descritto.

In ogni caso, la perdita del potere di acquisto dei salari frena la domanda e preoccupa lo Stato costretto a intervenire per contenere la crescita delle tariffe e, riteniamo prossimamente, a adottare misure di sostegno al reddito più sostanziose e credibili di quelle attuali.

Per anni i sindacati hanno raccontato la novella, rivelatasi allo stato dei fatti per nulla lieta, che l’uso dell’Indice dei prezzi al consumo armonizzato (Ipca) per i paesi dell’Unione [3] fosse più favorevole del criterio dell’inflazione programmata, per quanto anche quest’ultimo sfavorevole ai lavoratori, per occultare un evidente proposito: l’aumento dei salari deve essere inferiore al costo della vita per contenere l’inflazione e drenare soldi alle imprese e ai profitti.

Il governo Draghi ragiona in base ad altri interessi funzionali alla tenuta dell’Ue e dell’Unione monetaria, ma dietro a ciò ci sta l’interesse del grande capitale finanziario. Si può concepire allora qualche aggiustamento purché non comprometta la competitività delle imprese. In quest’ottica potrà anche esserci una parziale revisione dei sistemi di calcolo degli aumenti contrattuali, ma senza introdurre meccanismi automatici e men che mai invertire la tendenza a ridurre gli spazi di contrattazione sindacale.

Negli Usa l’aumento dell’inflazione è funzionale alla crescita dei profitti che va di pari passo al diffondersi di maggiori disuguaglianze. Gli interventi statali a favore delle imprese e dei grandi capitali, ma anche le misure di sostegno al welfare, sono state generose se confrontate con la storia americana degli ultimi decenni, tanto che i liberisti a stelle e strisce, nei due anni pandemici, hanno rinunciato a invocare meno Stato e più mercato.

L’Ue e l’Italia, al contrario degli Usa, hanno investito meno fondi a sostegno delle imprese e del welfare (c’è da dire che i tagli allo stato sociale negli Usa erano stati precedentemente così rilevanti da imporre una inversione di tendenza anche a fini elettorali). Il governo Draghi non intende togliere la tassa sugli extraguadagni delle società energetiche le quali a loro volta spingono per rimuovere ogni ostacolo ai loro megaprofitti.

Sia ben chiaro che Draghi non è un nemico delle grandi aziende e la sua scelta è piuttosto dettata dalla necessità di conservare gli equilibri sociali con i sindacati e soprattutto la tenuta dei conti pubblici. Al contempo alle imprese è stato concesso il ripristino dei licenziamenti collettivi e aiuti fiscali di vario genere.

Calcolare gli aumenti con il codice Ipca depurato dai costi energetici significherebbe accordare aumenti del tutto insufficienti e inferiori al costo reale della vita. Per questa ragione all’orizzonte intravediamo l’ennesimo compromesso a perdere con i sindacati pronti a cantare vittoria per qualche irrisoria concessione.

I sindacati da anni danno per morta e sepolta la scala mobile che ha sempre rappresentato un fattore di tensione per l’unità di Cgil-Cisl-Uil. Chiedono infatti solo una revisione del sistema di calcolo ma non il ripristino di meccanismi automatici di adeguamento dei salari – e delle pensioni, ricordiamolo – al reale costo della vita.

L’anno appena trascorso ha visto aumenti contrattuali dello 0,6% rispetto a prezzi al consumo cresciuti del 2%. Praticamente oltre due terzi dell’aumento del costo della vita non sono stati coperti da adeguamenti salariali. E anche escludendo gli aumenti dei prodotti energetici la dinamica salariale è sempre inferiore all’aumento dei prezzi.

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Quali sono allora le possibili conclusioni? È non solo errato ma antistorico difendere il codice Ipca o proporne una parziale revisione. È altrettanto folle pensare di ritornare al metodo dell’inflazione programmata per calcolare l’aumento dei salari.

Di sicuro è all’orizzonte la revisione del paniere Istat oggi assai incompleto e qualche ritocco all’attuale sistema di calcolo per gli aumenti salariali.

Ma allora, se vogliamo ragionare in termini inclusivi e di classe, se vogliamo che questo argomento diventi di dominio pubblico nei luoghi di lavoro e nella società, esiste un’altra strada: rivendicare con forza meccanismi automatici di recupero del potere di acquisto. L’altra strada praticabile, con i limiti di tale istituto già espressi in questo giornale, è un salario minimo che almeno supererebbe innumerevoli contratti con paghe orarie irrisorie.

Nella fase attuale il nostro ruolo non dovrebbe essere quello della mediazione ma piuttosto di costruire piattaforme avanzate a partire dagli aumenti contrattuali e dal contrasto al welfare aziendale, cavallo di Troia per sanità e previdenza pubblica oltre che causa di continui sgravi alle imprese.

La Città Futura

 

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