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martedì 17 Maggio 2022
BiblosI subparlanti di De Mauro e il flipper della reincarnazione

I subparlanti di De Mauro e il flipper della reincarnazione

I subparlanti sono persone che hanno bisogno di immagini concrete per esprimere concetti astratti. Metafore, paragoni, correlativi oggettivi. Lo scriveva Tullio De Mauro in un libro di tanti anni fa.

I subparlanti e il flipper, o sulle domande ultime per immagini e figure

Quando l’ho letto, ho pensato come prima cosa: sono un subparlante. E come seconda che quando muoio non mi piacerebbe reincarnarmi.

La reincarnazione è come la pallina di un flipper, ho continuato a pensare. Viene sbattuta di qui e di là, traversa tunnel lampeggianti, abbatte le tessere di un domino forsennato e fracassone. Quindi scivola verso il basso, no, voglio ritornare in alto, fare girare i rulli del punteggio, magari stabilire il record del bar. Ma si vince qualcosa, che so un prosciutto?

Macché, nulla. Ugualmente si ricaccia indietro la pallina, the show must go on, due alette simili alle chele di un granchio sono l’unico strumento che abbiamo per catapultarla verso il bonus. Alla fine, viene inghiottita da un buco nero, prima o poi succede anche ai giocatori più bravi, quelli che dimenano il sedere mentre pigiano sui tasti laterali, un buco al centro come l’ombelico.

Bene, è finita, concludi con un misto di rammarico e soddisfazione, dopo avere compreso che è un gioco un po’ troppo da americani. Ma se provi a renderlo più levantino (ogni cosa si aggiusta con una piccola infrazione alle regole…) scatta implacabile il tilt, e implacabile anche la pallina viene risputata subito dopo.

Adesso si trova in un lungo sottile canale, dove un pignone avvolto da una molla le dà un calcetto nel culo, e si ricomincia tutto da capo. Lo stesso di Pinocchio quando finisce nel ventre del pescecane, si potrebbe dire. No, non si potrebbe.

In quel caso si tratta di una vita nuova, in cui Pinocchio, il burattino, diviene finalmente fanciullo. Mentre per la pallina ogni cosa resta uguale, ciò che mutano sono i ghirigori del percorso, le peripezie.

A cui si presta un’attenzione ipnotica distogliendo lo sguardo dall’imbuto che l’attende. Ed è come se a ogni lancio successivo si fosse scordata delle botte, i rimbalzi, gli scossoni che si è presa nelle giocate precedenti: una stupida ostinata biglia di metallo imprigionata in un’enorme scatola piena di lucine, con la pietra tombale di una lastra di vetro temperato.

Nemmeno il Paradiso cattolico però mi piace tanto, ricorda un po’ troppo il pensionamento. Non fai un cazzo tutto il giorno, nemmeno giocare a flipper è consentito, solo osservare i cantieri stradali e dare suggerimenti che nessuno ascolta, la bocca si muove ma non esce alcun suono: non ti possono vedere né sentire. Un incubo, più che un sogno.

Al limite, si può bere una tazza di caffè – ma solo se di un famoso marchio italiano – di tanto in tanto. Meglio allora l’eterno ritorno di Nietzsche, c’è un tempo e un luogo in cui vorrei essere di nuovo. Venezia, 1980, tiepidi e lunghi giorni di maggio. Mi trovavo lì per la gita scolastica al termine delle medie, le canzoni di Lucio Battisti (oh mare nero mare nero mare…) massacrate sul pullman partito dallo slargo di fronte al Monumento ai caduti.

Credo ci sia un monumento ai caduti in qualsiasi città, la mia non è poi così importante. Alla sera, dopo avere riposto nel borsone i souvenir per i genitori e soprattutto i nonni (bastava ribaltarli per vedere fioccare la neve su San Marco), si andava a dormire in una pensione di Mestre.

Come una talpa d’albergo con segno invertito, dal fuori al dentro, ero riuscito a trafugare una bottiglia di Amaretto di Saronno, che serviva per trovare il coraggio di raggiungere la camera dell’Acquistapace.

Stava all’ultimo piano di una palazzina liberty, in fondo al corridoio a sinistra, anzi a destra, anche quella volta sbagliai e mi ritrovai davanti due turisti neozelandesi in mutante. L’Acquistapace era la compagna più intelligente e graziosa, prima della classe in tutto, ma come avvolta dallo stesso velo di neve dei souvenir, ti veniva voglia di rompere il vetro e poi ricoprirla con uno scialle di lana.

Somigliava a un’annunciatrice televisiva che chiamavano fatina bionda. Mi sono innamorato di lei, della fatina bionda della sezione F – prima seconda terza, un amore inespresso che mi ha accompagnato per tutto il corso delle medie –, quando l’ho vista allo squillare della campanella che rendeva l’infanzia irrevocabile e conclusa.

Ora iniziava una nuova stagione della vita, in cui veniva abbattuto il dio unico costituito dalla maestra, lasciando spazio a un pantheon didattico dai nomi vagamente bizzarri, tipo Educazione tecnica; il professore aveva il riporto e balbettava ogni volta che pronunciava la parola ca… ca… ca… catodo.

Stesi sul letto a una sola piazza guardando la muffa agli angoli del soffitto, sono riuscito, balbettando anch’io per il liquore, a farle solo una domanda: “Ma secondo te era una bara, la bara di un bambino morto, quella piccola ca… ca… cassa bianca che abbiamo intravisto su una gondola, le siamo passati accanto col vaporetto per andare a Murano?

Non ho però sentito la risposta, avevo sbagliato le dosi di Amaretto di Saronno. Mentre questa volta vorrei poter udire, comprendere, vedere svelato un enigma che mi assilla da quarant’anni, specie nelle notti invernali congestionate dal raffreddore, la Tachipirina non riesce a placare la febbre.

Tra le lenzuola sudate, ecco apparire una gondola nera. Segue una bara bianca. Un bambino. Ma l’Acquistapace dischiude le sue labbra bellissime, e dice “No, non era un bambino. Non era una bara. Come al solito ti sei immaginato tutto. Ora però dormi Guido, dormi tranquillo, ci sono qui io accanto a te.”

 

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Guido Hauser
Guido Hauser
Giornalista e scrittore

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