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martedì, Luglio 5, 2022

L’Italia è tornata l’italietta confindustriale dei giovani invecchiati

L’Italia di Draghi sta regredendo in maniera generalizzata all’italietta confindustriale: mediocre, retriva, gretta e vigliacca, che pensa all’impresa nei termini di “roba propria; che trasforma i giovani in giovani vecchi, una categoria indipendente dall’età; che sceglie di eliminare i controlli a sorpresa nelle imprese e di privatizzare i servizi locali.

Il fatto stesso che le leggi “neoliberissime” del governo non stiano incontrando alcuna opposizione ne è un segno inequivocabile. L’Italietta è meschina e sommamente egoista.

L’Italia è tornata l’italietta

L’italietta è un paese per vecchi che ha capovolto l’ordine naturale delle cose. La storia nostra, nel senso di liberismo e familismo, ha ucciso la natura. E la storia ha cancellato i giovani. Non esistono più come fascia generazionale, come passaggio temporale, ma li ha trasformati in un categoria a parte, indifferente all’età stessa.

I giovani esistono come esistono i precari, gli statali, gli sportivi, gli artigiani, le veline… i giovani tout court, anagraficamente, sono pochi.

La classe dirigente giovane, che invocavamo, è nata già vecchia: i Renzi, Meloni, Salvini, Letta che si contendono lo scettro, sono vecchi mestieranti della politica, già presenti da ere geologiche, che con un trucco d’avanspettacolo sono riusciti a passare per “novità”.

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Poi ci si chiede perchè non c’è mai un sussulto “rivoluzionario” nel paese, come sospirava Mario Monicelli.

È un fatto puramente demografico: in Tunisia l’età media è di 24 anni. Da noi è molto oltre i 40. Chi dovrebbe avere questi sussulti? Il padre di famiglia che deve capire come andare avanti? La mamma che si divide tra casa e lavoro quando c’è? È logico che cerchino alla fine il compromesso per sopravvivere.

Gli si può dar torto? La rabbia giovane è dispersa, sottovuoto. Appare con fiammate e poi viene circoscritta dai pompieri del “vivere civile”. Un paese di vecchi terrorizzati dalle facce degli zingari e dei neri per strada, che si stringono nelle borse e si guardano le spalle, ma che non si accorgono del futuro cancellato dei loro nipoti, se non nelle tiritere tra vicini di casa quando parlano da finestra a finestra commentando le ultime notizie con l’immancabile: ”qui non si capisce più niente!” I vecchi non sono più gli “anziani” di un tempo, come nelle comunità antiche dove pochi di essi con la loro esperienza guidavano i giovani per portarli alla successione.

No, oggi occupano tutto quel che c’è da occupare, distruggono e lasciano briciole, conservano rendite di posizione decennali da lasciare alla loro progenie ormai prossima all’ invecchiamento come loro.

E nelle cronache degli ultimi giorni vediamo-come ultima profetica visione del Pasolini di Salò, l’idea della nostra destra affascinata dall’epifania finale dell’anziano Signor B. concupiscente, portato al Quirinale.

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Come scrisse Boris Izaguirre: “L‘unica opzione per l’uomo maturo moderno, e ineluttabilmente attrae un elettorato che condivide sogni di eterna gioventù “.

Eppure il futuro è già qui. Il futuro sono i barbari che appaiono all’orizzonte. Così temuti da chi tiene le redini, spauracchio dei nostri vecchi. I barbari che si mescolano a noi ed hanno le facce dei Mohammed, Chen, Thomas, Dindane, Aruna… Il loro sangue giovane è anche il nostro.

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Alexandro Sabetti
Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014), "Cartoline da Salò" (RockShock Edizioni)

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