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Bombardamenti su città iraniane mentre si parlava di negoziati. Washington punta alla capitolazione di Teheran, Israele a ridisegnare gli equilibri regionali. La forza sostituisce ormai stabilmente la diplomazia, nel nuovo medioevo liberale.
Missili e morale a geometria variabile: l’asse Usa-Israele sfida Teheran e il mondo
All’alba, diverse città iraniane sono state colpite da bombardamenti dell’asse israelo-statunitense. Tra i bersagli indicati da fonti iraniane figurano anche residenze riconducibili al presidente Masoud Pezeshkian e alla Guida Suprema Ali Khamenei. L’esito degli attacchi non è stato chiarito. È l’ennesimo capitolo di una sequenza di escalation che si consuma mentre, ufficialmente, si parlava ancora di negoziati.
Sull’altro versante, le prime informazioni indicano una risposta iraniana diretta contro obiettivi sensibili: Haifa e Tel Aviv in Israele, la base navale statunitense in Bahrein, lo scalo militare di Al-Dhafra negli Emirati Arabi Uniti e l’aeroporto di Al-Udeid in Qatar. Sarebbero stati colpiti anche Abu Dhabi e un’installazione americana in Kuwait.
Significativa, in questo contesto, la dichiarazione di Donald Trump rilasciata nelle ore dell’attacco: il presidente ha ammesso che “coraggiosi eroi americani potrebbero perdere la vita” e che vi sarebbero state possibili vittime. Un passaggio non secondario. In genere, in simili frangenti, l’enfasi ufficiale tende a minimizzare o a negare. Qui, invece, si anticipa pubblicamente la prospettiva di perdite, segnale che nei calcoli interni l’eventualità non è affatto marginale e che si sta progressivamente preparando l’opinione pubblica a un bilancio pesante.
Tra le prime reazioni internazionali si distingue, come sempre pavidamente, il governo italiano che per bocca del ministro Tajani ha dichiarato: “Sosteniamo negoziati, ma ho sempre detto che l’Iran non può avere il nucleare”.
Il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha definito gli Stati Uniti “il maggiore fattore di destabilizzazione globale”. Dichiarazione netta, che però resta sospesa: Pechino si limiterà alla diagnosi o intende tradurre le parole in iniziative diplomatiche o di altro tipo? La risposta, per ora, è rinviata.
Nel frattempo, la retorica della trattativa appare logorata. Se i colloqui servono solo a guadagnare tempo per predisporre un’operazione militare, il messaggio è chiaro: la diplomazia diventa scenografia, non sostanza. E quando le quinte cadono, restano le esplosioni.
Obiettivi dichiarati e calcoli reali
Per Israele, lo scenario massimo resta quello del cambio di regime a Teheran o, in alternativa, l’indebolimento strutturale dell’Iran attraverso tensioni interne, fino a ipotesi di frammentazione. Tuttavia, gli apparati della Repubblica Islamica mantengono un controllo capillare delle istituzioni e delle forze di sicurezza. L’idea di una destabilizzazione rapida appare più un auspicio che una previsione fondata.
Più plausibile è un obiettivo intermedio: ridimensionare il principale rivale regionale, colpendone infrastrutture, capacità militari e credibilità strategica. In questo quadro, l’equilibrio con Ankara merita attenzione. La rivalità israelo-turca è stata spesso descritta come intermittente, ma da tempo alcuni ambienti politici e mediatici israeliani indicano nella Turchia un potenziale antagonista sistemico. Se l’Iran venisse drasticamente indebolito, gli assetti regionali potrebbero rimescolarsi con effetti imprevedibili.
Per Washington, la finalità appare più circoscritta: costringere Teheran ad accettare un accordo alle condizioni statunitensi, soprattutto sul dossier nucleare e sulle proiezioni regionali. Il cambio di regime non è indispensabile, anche se non sarebbe certo sgradito. L’obiettivo primario sembra la capitolazione negoziale, non necessariamente l’occupazione o una guerra senza fine.
Resta il nodo politico interno. Un conflitto breve, presentato come successo decisivo, sarebbe spendibile in campagna elettorale. Un conflitto lungo e logorante, invece, rischierebbe di trasformarsi in un boomerang. Eppure, la storia recente insegna che le guerre “chirurgiche” hanno una tendenza ostinata a complicarsi.
La pedagogia della forza nel medioevo liberale
C’è poi una dimensione meno tattica e più simbolica. Se le classi dirigenti occidentali rivendicano principi come dialogo, pluralismo e rispetto del diritto internazionale, ma li sospendono quando risultano scomodi, il messaggio che trapela è elementare: le parole sono strumenti, la forza è l’unico argomento definitivo.
La morale pubblica non si costruisce con lezioni declamate, bensì con comportamenti coerenti. Quando le istituzioni che si proclamano custodi dell’ordine liberale ricorrono sistematicamente alla pressione militare per imporre condizioni, l’effetto pedagogico è rovesciato. Si insegna che la legalità è opzionale e che la potenza decide la norma.
Si così delinea quello che potremmo definire un nuovo medioevo liberale: un’epoca in cui l’universalismo giuridico proclamato convive con una frammentazione effettiva delle regole, applicate in modo selettivo secondo gerarchie di forza. Non è il ritorno ai castelli, ma ai feudi geopolitici; non alle investiture religiose, ma alle certificazioni morali concesse dall’Occidente a sé stesso.
Il diritto internazionale diventa un lessico da usare a intermittenza, mentre le alleanze assumono la forma di vassallaggi funzionali. In superficie resta la retorica dei valori; in profondità agisce una logica di blocchi, deterrenza e obbedienza.
Ipotesi geopolitiche
Sul piano geopolitico più ampio, alcuni analisti leggono l’operazione anche in chiave sistemica. Colpire l’Iran significa incidere su uno dei membri più rilevanti del blocco BRICS e su una pedina cruciale nelle rotte energetiche verso la Cina. Interrompere o rendere più costose le catene di approvvigionamento che aggirano il circuito del dollaro è un obiettivo strategico già emerso in altri contesti, dal Venezuela all’Asia centrale.
Resta da capire quale sarà il livello di sostegno internazionale a Teheran. Russia e Cina si limiteranno alla condanna diplomatica o offriranno assistenza più concreta? Molto dipenderà da questo. Un Iran isolato avrebbe margini ridotti; un Iran sostenuto da potenze maggiori potrebbe prolungare il confronto, trasformandolo in un conflitto di attrito.
L’argomento ricorrente secondo cui esisterebbe sempre un “aggressore” e un “aggredito” appare, in questo quadro, meno lineare di quanto si voglia far credere. Le responsabilità non si dissolvono, ma la narrazione binaria fatica a spiegare dinamiche fatte di provocazioni, deterrenza, calcoli elettorali e interessi energetici.
Un attacco nel pieno di negoziati non rafforza la credibilità internazionale di chi lo compie. Può produrre un vantaggio tattico immediato, ma erode fiducia e stabilità nel medio periodo. A Washington forse si considera il prezzo accettabile. Altrove, tuttavia, si osserva e si prende nota.
La questione decisiva è se l’uso reiterato della forza possa davvero garantire sicurezza duratura o se, al contrario, alimenti un ciclo in cui ogni attore si sente autorizzato a colpire per primo. La storia suggerisce che chi normalizza la guerra preventiva prima o poi si trova a subirne la logica. E quando accade, le dichiarazioni di principio valgono quanto la carta su cui sono scritte.

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