Lula torna e vince: la complessità del Brasile davanti a grandi sfide

Lula torna a guidare un paese in grande sviluppo che deve uscire dall’influenza USA per ribaltare il rapporto centro-periferia: non ha grandi scelte, farà quello che deve fare.

Lula torna e vince

Luiz Inácio Lula da Silva andò al governo a inizio millennio, ereditò un paese pieno di debiti e incapace di rinnovarsi. Andò in due direzioni: campagne sociali all’interno (fame 0, etc.) e dialogo con le parti sociali (Sem Terra) e all’estero creazione di IBSA (India-Brasile -Sud Africa) e BRIC (Brasile-Russia -India -Cina all’epoca senza Sud Africa).

Le due organizzazioni -per Lula- dovevano muoversi come bilanciamento degli USA. Centrali non erano Russia e Cina (già benestanti), ma India e Brasile (più giovani e con caratteristiche di paesi in via di sviluppo).

L’India avviò una collaborazione con il Sud Africa (esercitazioni congiunte della marina nel canale di Mozambico), potendo contare anche sui comuni trascorsi storici; il Brasile diventò il maggior investitore nel settore agricolo in tutta l’Africa del Sud (dove sono presenti due ex colonie lusofone, che parlano portoghese).

Il tentativo brasiliano e indiano di affermarsi, fu segato dalla Cina che con un colpo di mano fece entrare il Sud Africa nei BRICS, marginalizzando IBSA.

Lula si orientò alla collaborazione con i paesi sud americani, rilanciando tutte le organizzazioni locali (opponendole all’ALCA) e proponendo un forum Brasile-Africa. Diventò il leader più popolare in Africa subsahariana.

Badate bene: il Brasile nacque su indiretta volontà inglese e nel corso della sua storia si sviluppò sotto il grande fratello Regno Unito-USA (la guerra di confine con l’Argentina per l’Uruguay o quella -con Argentina e Uruguay- contro il Paraguay, esportatore di cotone e esempio di industrializzazione dall’alto, poco gradito a Londra).

So che sono ripetitivo, ma il Regno Unito cosa ci deve fare con Sant’Elena, Ascensione e Tristan da Cunha nell’Oceano Atlantico se non perimetrare il suo più grande investimento ottocentesco dopo l’India?

Il Brasile ereditò dal Portogallo l’inserimento nel circuito economico-diplomatico inglese, motivo per cui l’indipendenza brasiliana fu pacifica: a Londra non serviva una guerra civile.

Oggi, guardando i numeri, diciamo che Bolsonaro ha portato la Cina a principale partner commerciale del paese. Quei risultati l’ex presidente li ha raccolti dopo tre mandati del PT (di cui due di Lula) e dopo quindici anni di crescita (dovuta anche alla riduzione delle conflittualità sociale e alle politiche redistributive del PT).

Ci sarebbero tante cose da dire: dalle sparate di Bolsonaro su omosessuali e neri, alla situazione carceraria, al golpe giudiziario MADE IN USA che ha interrotto il governo di sinistra e arrestato Lula, fino ai legami tra chiese evangaliche (collegate a CIA e Israele) e l’ex presidente o tra lo stesso e i miliari (addestrati indovinate da chi?).

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Sulla guerra e sulle sanzioni Bolsonaro e Lula hanno tenuto la stessa linea, perché il Brasile ha bisogno del petrolio e dei fertilizzanti russi. Un paese in via di sviluppo e che deve uscire dall’influenza USA (per ribaltare il rapporto centro-periferia) non ha grandi scelte, fa quello che deve fare.

Sappiamo due cose: Bolsonaro era uomo di gruppi vicini alla CIA (evangelici e militari); Lula è stato il presidente dei BRICS, dell’amicizia con i vicini e con l’Africa e soprattutto il presidente dei poveri, dei neri e degli omosessuali, in un paese profondamente diviso per razza e ricchezza.

Abbiamo precedenti (proprio in Sud America) di uomini che dopo golpe USA tornavano al potere e erano servi degli USA (penso ad Aristide e Haiti), ma queste sono valutazioni che si fanno dopo.

Se poi pretendiamo che Brasilia debba seguire la volontà di Pechino e Mosca e abdicare a una propria politica in Africa o che debba vedere -come pizzino-avviso?- l’Argentina inondata da investimenti cinesi -e membro BRICS-: forse non è Lula il servo dell’imperialismo…

Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni

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Gabriele Germani
Gabriele Germani
Roma, 1986. Laureato in Storia contemporanea e Psicologia, con Master in Geopolitica. Lavora nell’ambito pedagogico-educativo. Si occupa da anni dei rapporti tra il Sud e il Nord del mondo, con le lenti del neo-marxismo, della teoria della dipendenza, del sistema-mondo e dell’Eurasia. Con questa prospettiva ha pubblicato negli anni, alcuni libri e articoli di storia e antropologia, in particolare sull’America Latina. Riferimenti bibliografici: Uruguay e emigrazione italiana: sogni, speranze e rivoluzioni di Gabriele Germani (Autore), Anthology Digital Publishing, 2022. Ha inoltre in pubblicazione con Kulturjam Edizioni: una raccolta di riflessioni su BRICS e mondo multipolare, con introduzione di Gianfranco La Grassa e con Mario Pascale Editore un testo sulla politica estera italiana durante la II Repubblica. Cura un micro-blog sul suo profilo Facebook (a nome “Gabriele Germani”) e un Canale Telegram sempre a nome “Gabriele Germani” (t.me/gabgerma). Dirige inoltre il Podcast “La grande imboscata” su attualità, geopolitica e cultura su varie piattaforme.

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