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L’UE vuole inserire i Pasdaran nella lista terroristica, ma continua a escludere eserciti e apparati alleati responsabili di violenze sistematiche sui civili. Il problema non è chi entra nella lista, ma chi resta intoccabile.
Terrorismo a geometria variabile: quando l’Europa decide chi può colpire i civili
Quando l’Unione europea annuncia l’intenzione di inserire i Pasdaran iraniani nella lista delle organizzazioni terroristiche, il gesto viene presentato come atto di coerenza morale. La motivazione ufficiale è nota: il ruolo centrale dei Guardiani della Rivoluzione nella repressione violenta delle proteste popolari in Iran, un apparato militare che negli anni ha soffocato dissenso, incarcerato oppositori, represso manifestazioni con metodi sistematici e brutali.
In un sistema internazionale che applicasse criteri uniformi, la decisione apparirebbe persino tardiva. Il problema, però, non è ciò che l’Unione fa. È ciò che sceglie ostinatamente di non fare.
Il terrorismo, almeno nelle definizioni giuridiche europee, non si misura solo dall’appartenenza ideologica o dalla bandiera sotto cui si agisce, ma dalla pratica: violenza sistematica contro civili, uso del terrore come strumento politico, violazione reiterata del diritto internazionale umanitario. Se questi sono i parametri, la lista europea assomiglia sempre più a un esercizio di geopolitica selettiva, non a un elenco fondato sul diritto.
Il terrorismo come categoria elastica
L’esclusione sistematica di apparati militari e di intelligence occidentali o alleati è il vero non detto. CIA, Mossad, MI6, Shin Bet, e ora anche l’ICE, solo per restare tra tra quelle più note e attive: sigle che raramente compaiono nei comunicati ufficiali di Bruxelles se non come partner strategici. Eppure, la loro storia recente è costellata di operazioni clandestine, torture documentate, sequestri extragiudiziali, assassinii mirati, interferenze politiche e campagne di destabilizzazione. Atti che, se compiuti da soggetti non allineati, verrebbero immediatamente classificati come terrorismo.
La questione diventa esplosiva quando si guarda a Israele e al ruolo delle Forze di Difesa Israeliane. La guerra a Gaza ha prodotto una devastazione senza precedenti: interi quartieri rasi al suolo, infrastrutture civili distrutte, ospedali colpiti, una crisi umanitaria che agenzie ONU e ONG internazionali descrivono come catastrofica. Le stime sulle vittime civili — comprese decine di migliaia di morti, con un numero altissimo di minori — variano, ma il dato strutturale non cambia: la popolazione civile è stata colpita in modo massiccio e continuativo.
A ciò si aggiungono fatti ampiamente documentati: il sostegno dell’esercito israeliano alle violenze dei coloni in Cisgiordania; arresti e detenzioni amministrative di palestinesi, inclusi minorenni; denunce di torture e maltrattamenti; attacchi a convogli umanitari; limitazioni arbitrarie all’ingresso degli aiuti; espulsioni di organizzazioni umanitarie; uccisioni di giornalisti identificabili; bombardamenti in paesi terzi; episodi di fuoco contro forze di interposizione internazionali, anche europee.
Se questa non è una pratica sistematica di terrore, la domanda non è retorica: cos’altro dovrebbe esserlo?
L’ipocrisia come dottrina
Il punto, allora, non è equiparare situazioni diverse, ma smascherare il doppio standard. L’Unione europea si arroga il ruolo di giudice morale globale, ma applica la legge come un manuale a geometria variabile. Alcuni eserciti vengono definiti terroristi per ciò che fanno; altri, per le stesse azioni, vengono definiti “alleati”. Il diritto internazionale diventa un’opzione, non un vincolo.
L’aggiornamento della lista delle organizzazioni terroristiche assume un significato grottesco: non uno strumento di giustizia, ma un atto politico di allineamento. Non una difesa dei civili, ma una gerarchia di vittime. Non un argine alla violenza, ma una sua amministrazione selettiva.
Forse per questo l’idea più radicale non è aggiungere nuovi nomi alla lista, ma rivedere chi la compila e con quali criteri. Se esistesse una potenza disposta ad applicare davvero le stesse regole a tutti, potrebbe persino prendere in considerazione l’inserimento dell’Unione europea stessa. Non per ciò che fa direttamente, ma per il sostegno politico, militare e diplomatico a pratiche che, altrove, definirebbe terrorismo senza esitazioni.
Alla fine, il vero aggiornamento non riguarda una lista, ma lo sguardo di chi la redige. Finché il terrorismo sarà definito dalla collocazione geopolitica e non dagli effetti reali sulle vite civili, resterà uno strumento linguistico, non giuridico. Un’etichetta utile a colpire i nemici e assolvere gli alleati. E quando il diritto diventa selettivo, non produce ordine: normalizza l’arbitrio.

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