La paura mediata: come lo Stato fabbrica il consenso sulla violenza

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

La narrazione mediatica securitaria dopo i fatti di Torino trasforma eventi di piazza in detonatori simbolici, isolando i fatti dal contesto politico. La delegittimazione dei giornalisti critici (il linciaggio mediatico di Rita Rapisardi) e la spettacolarizzazione del conflitto favoriscono consenso su strumenti repressivi e compressione degli spazi democratici.

Lo Stato fabbrica il consenso sulla violenza

In queste settimane, nel modo in cui vengono raccontate le piazze, le mobilitazioni, la violenza e la sicurezza, non si sta giocando una partita comunicativa, semmai – ed è evidente tale direzione – si sta giocando un passaggio di fase. Sta cambiando il modo in cui il potere organizza il rapporto tra conflitto, consenso, informazione e gestione statale della forza nella fase attuale del capitalismo e nella forma concreta che questa fase assume oggi nello Stato italiano.

Attorno agli eventi di Torino si è chiuso rapidamente uno spazio di senso costruito sulla selezione delle immagini, sulla gerarchia emotiva delle notizie e sulla centralità simbolica attribuita agli episodi di violenza. In un terreno simile, il conflitto è stato progressivamente risucchiato dentro una logica securitaria nella quale la domanda politica viene svuotata e tradotta in questione di ordine.

La macchina mediatica non si è limitata a raccontare gli eventi: ha progressivamente costruito campi di senso che hanno ristretto le possibilità stesse di pensare e nominare il reale. Quando questi campi si consolidano, incrinarli diventa terreno diretto di scontro politico.

Ed è dentro questo clima, che prende forma una saturazione informativa e simbolica nella quale la quantità di notizie urlate, deformate, piegate a funzione politica travolge non solo l’informazione ma anche il terreno emotivo collettivo. Episodi limitati diventano detonatori di vere e proprie alluvioni narrative e la sovrapproduzione di significati imposti invade lo spazio percettivo collettivo fino a erodere progressivamente la possibilità stessa di una lettura razionale dei fatti.

In uno spazio simile diventa possibile pertanto, costruire consenso attorno a torsioni autoritarie e rendere accettabili strumenti repressivi già pronti, perché l’emergenza percepita prende il posto della lettura reale dei rapporti di forza.

È una modalità strutturale di gestione delle fasi di crisi. In momenti di tensione sistemica, episodi circoscritti vengono isolati, amplificati e trasformati in detonatori simbolici funzionali alla ricomposizione del consenso e alla legittimazione preventiva di nuove strette repressive.

Anche nei settori dell’informazione che si presentano come neutrali tende a consolidarsi una concentrazione narrativa attorno a singoli episodi simbolici, mentre la materialità complessiva delle mobilitazioni e l’uso diffuso della forza da parte degli apparati scivolano progressivamente ai margini dello spazio pubblico.
Ed è dentro questo stesso terreno che si inserisce la crisi del ruolo dell’informazione critica.

La vicenda che ha coinvolto Rita Rapisardi, giornalista freelance che collabora con il manifesto, ha reso visibile una dinamica sempre più ricorrente: l’esposizione pubblica e la delegittimazione simbolica di chi prova a restituire contesto materiale agli eventi conflittuali.
Dopo la pubblicazione del suo lavoro sugli eventi torinesi, Rapisardi è stata oggetto di attacchi pubblici, campagne di delegittimazione e tentativi di isolamento mediatico, in un clima nel quale il racconto complesso degli eventi è stato trattato come una presa di posizione da neutralizzare.

Ridurre tutto a polemica giornalistica non basta a spiegare ciò che accade: si tratta del funzionamento ordinario di uno spazio pubblico in cui chi introduce complessità dentro narrazioni securitarie viene rapidamente trasformato in bersaglio simbolico.

In un quadro in cui gli eventi di piazza vengono raccontati come episodi autosufficienti, separati dalla genealogia politica e sociale che li produce, si genera una torsione nella quale il fatto diventa racconto morale e il racconto morale diventa dispositivo di disciplinamento dello scontro sociale.

Ne deriva una spettacolarizzazione permanente dello scontro politico-sociale, una pornografia del disordine nella quale enfasi, allarme e isterizzazione sostituiscono la capacità di leggere i rapporti di forza.

In un simile assetto, lucidità ed emozione collassano una sull’altra e diventa sempre più difficile mantenere uno sguardo lungo: quando si attivano onde mediatiche di questo tipo, la costruzione di contro-letture entra direttamente nel terreno della contesa reale. La circolazione delle informazioni tende a comprimere progressivamente le zone di ambiguità, riducendo lo spazio della lettura complessa e spingendo verso forme sempre più rigide di interpretazione morale degli eventi.

Gli effetti si vedono nella materia viva dei rapporti di potere: isolamento dei soggetti critici, normalizzazione del linguaggio repressivo, costruzione di consenso attorno alla compressione degli spazi democratici e antagonisti. In questa fase storica, gli eventi di piazza vengono progressivamente integrati nelle strategie di contenimento e repressione delle proteste e delle rivendicazioni.

Ma è soprattutto l’innalzamento dello scontro, la criminalizzazione diffusa del dissenso, la costruzione del nemico interno e l’estensione delle tutele operative per gli apparati repressivi a far parte di una ridefinizione più ampia del rapporto tra potere e tessuto collettivo.

In questa traiettoria rientra anche la gestione preventiva delle tensioni territoriali e delle vertenze locali: colpire spazi politici radicati, prevedere le risposte delle piazze, incorporarle, governarle, utilizzarle.

E tuttavia, anche in questo scenario continua a emergere un dato che il potere fatica a controllare: la possibilità di mobilitazioni di massa nonostante il bombardamento mediatico.

Questa contraddizione si intreccia con una trasformazione profonda del rapporto tra nuove generazioni e politica. Il disagio nelle condizioni concrete di esistenza, l’insicurezza esistenziale e la percezione di assenza di futuro producono sfiducia radicale verso le istituzioni e rifiuto delle forme tradizionali di rappresentanza: diffondendosi radicalizzazioni sul piano della rappresentazione che, però, convivono spesso con una difficoltà a tradursi in opposizione organizzata radicata nei rapporti sociali concreti.

Il passaggio attuale segna una discontinuità rispetto ai cicli repressivi precedenti. L’estensione preventiva degli strumenti di governo dei comportamenti collettivi indica un mutamento di qualità nella gestione delle dinamiche di opposizione sociale.

È una traiettoria storica che vede consolidarsi strutture operative del dominio che ridefiniscono progressivamente il rapporto tra diritti, dinamiche di scontro e potere esecutivo.
Il processo si inscrive in una riorganizzazione più ampia dei rapporti tra assetti di dominio, produzione del consenso e uso statale della forza su scala occidentale.

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

Chiara Pannullo
Chiara Pannullo
Attivista del Collettivo Politico 13 Rosso di Firenze, internazionalista. attiva nell'organizzazione delle iniziative culturali dell'Associazione Mariano Ferreyra

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli