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La pace a pagamento: il mondo secondo Trump

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Il famigerato Board of Peace per Gaza non è una missione di pace ma un nuovo ordine a invito: seggi a pagamento, guida americana, pressione economica e club geopolitici. Una ONU privata che sostituisce le regole con la paura.

La pace come club esclusivo: il nuovo ordine a invito

C’è un documento che circola sottotraccia, letto a pezzi da Haaretz e mai mostrato per intero, che descrive l’organismo destinato a “gestire” Gaza dopo la guerra. Ormai lo conoscete, è il famigerato Board of Peace. Il nome suona come una trovata di marketing geopolitico, ma il progetto è più ambizioso: creare una struttura internazionale alternativa all’ONU, dominata dagli Stati Uniti e fondata su un principio non dichiarato ma evidente: non l’adesione per consenso, bensì per timore.

Il disegno, così come emerge dalle indiscrezioni, si inserisce nella svolta trumpiana verso un mondo a blocchi. Non più la retorica dell’universalismo globale, ma la costruzione di un super-polo occidentale a guida americana, capace di “ordinare” il caos multipolare. Non una governance condivisa, ma una direzione privata del mondo, gestita come un portafoglio di asset. Gaza, in questo schema, non è che il laboratorio iniziale.

Il fatto che la fuga di notizie sia arrivata da Israele non è casuale. Netanyahu, secondo fonti diplomatiche, sarebbe irritato dall’iniziale esclusione del suo governo dal board. Haaretz, spesso bersaglio dell’esecutivo israeliano, diventa così il canale perfetto per far esplodere il caso senza esporsi. Un modo elegante per dire: se non posso sedermi al tavolo, almeno rovescio la tovaglia.

 ONU privata, con quota d’ingresso

Il meccanismo previsto per il Board of Peace è rivelatore. L’adesione avverrebbe solo su invito americano e comporterebbe il versamento di una quota stimata intorno al miliardo di dollari per ottenere un seggio permanente. Non un organismo multilaterale, ma un club esclusivo, dove la partecipazione si compra e il rifiuto non è contemplato senza conseguenze.

A presiedere sarebbe Donald Trump, direttamente o tramite il genero Jared Kushner, immobiliarista e intermediario storico tra la famiglia Trump e Israele. Il mandato, secondo le bozze, non sarebbe legato a cariche istituzionali e avrebbe una durata di fatto illimitata. Un’architettura che ricorda più un consiglio d’amministrazione che una conferenza di pace.

Nell’esecutivo dedicato a Gaza figurerebbero Emirati Arabi Uniti, Turchia ed Egitto. Una scelta tutt’altro che neutrale. Gli EAU rappresentano l’accesso indiretto all’Arabia Saudita, che mantiene una postura ufficialmente equilibrata ma resta dentro la partita. Turchia ed Egitto, invece, sono potenze regionali escluse dai grandi corridoi commerciali alternativi a Suez e vengono “invitate” per rientrare nei giochi che contano. Non partner, ma soggetti da integrare in una cornice decisa altrove.

Questo progetto si inserisce nella progressiva uscita degli Stati Uniti da trattati e istituzioni internazionali. Il congelamento dei fondi all’ONU e il ritiro da numerosi organismi multilaterali non sono segnali di isolamento, ma di sostituzione: al posto delle regole condivise, formati paralleli con Washington al centro. Il Board of Peace e iniziative simili diventano strumenti per riorganizzare porzioni di mondo senza passare per le vecchie architetture.

Dalla minaccia economica alla diplomazia del timore

Il principio che guida questa nuova dottrina è semplice: chi non segue, paga. Le recenti tariffe annunciate contro diversi paesi europei e la pressione sulla Danimarca per la Groenlandia mostrano come la coercizione economica sia diventata linguaggio diplomatico. Non si parla di invasioni, ma di “convincere” a vendere o concedere diritti esclusivi. Come insegna The art of the deal, più si alza la posta, più si spera di abbassare il prezzo.

Anche il contesto interno conta. Con le elezioni di mid-term alle porte e il limite costituzionale sul numero di mandati, Trump agisce come se il tempo fosse una variabile da forzare. Le scelte in politica estera, dall’Iran al Venezuela, rispondono anche a questo calendario. Non regime change, ma dimostrazioni esemplari: colpirne uno per educarne cento.

Mentre a Davos il capitalismo globale osserva con crescente inquietudine questa instabilità programmata, la risposta delle altre potenze resta prudente. Russia e Cina non reagiscono in superficie. Per Pechino, la strategia sembra essere quella della pazienza: sedersi sulla riva del fiume e attendere che le contraddizioni emergano. Nel frattempo, accordi alternativi e reti multilaterali, dall’asse con il Canada ai negoziati UE-Mercosur, indicano che il mondo non è disposto a riconoscere un solo centro.

Nel sistema multipolare non esiste più l’allineamento rigido, ma il multi-allineamento: cooperare con soggetti diversi, anche concorrenti. È per questo che paesi come Egitto, Emirati e India siedono nei BRICS+ senza rinunciare ad altri legami. Più gli Stati Uniti insistono nel formattare il mondo, più la Cina può apparire come attore misurato e disponibile alla reciprocità.

La reputazione diventa una moneta strategica. Non a caso, molti dei tributi più lucidi al concetto di soft power di Joseph Nye sono arrivati proprio da Pechino. Nel nuovo disordine globale, non vincerà chi incute più paura, ma chi saprà essere credibile quando la forza smetterà di bastare.

 

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