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giovedì 19 Maggio 2022
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Kosovo: attacchi contro la polizia al confine con la Serbia

Settimane di tensione nei rapporti tra Kosovo e Serbia, diversi attacchi contro agenti kosovari sono avvenuti a ridosso del confine serbo.

Di Andrea Zambelli*

Kosovo: Attacchi contro la polizia al confine con la Serbia, dialogo Belgrado-Pristina in crisi

Tra il 13 e il 15 aprile, le autorità di Pristina hanno riportato ben quattro attacchi contro la polizia del Kosovo, incluso uso di granate, spari e lancio di pietre contro auto e pattuglie. Un altro attacco è avvenuto la mattina del 26 aprile, con spari verso un’auto della polizia. Gli episodi sono avvenuti nel comune di Zubin Potok, uno dei quattro comuni a maggioranza serba del nord del Kosovo, a ridosso del confine con la Serbia.

La vicinanza al confine non sembra essere un caso: molto probabilmente, gli attacchi sono una risposta ai tentativi delle autorità kosovare di frenare le attività di contrabbando, che da anni interessano il confine nord del paese.

In una conferenza stampa, il ministro degli Interni kosovaro Xhelal Svecla ha parlato apertamente di attacchi terroristici. Il primo ministro Albin Kurti ha alzato il tiro, dichiarando che alcuni degli attacchi sono partiti da oltre confine, dunque dalla Serbia, mentre la presidente della Repubblica Vjosa Osmani ha accusato la Serbia di voler destabilizzare il nord Kosovo, creando tensioni ad arte. Senza mezzi termini, la Osmani ha accusato Belgrado di agire in cooperazione con la Russia di Vladimir Putin. Prese di posizione rispedite al mittente da Belgrado, che ha negato ogni coinvolgimento e accusato Pristina di voler incolpare i serbi per alzare la tensione.

Rete criminale

Aldilà della retorica politica, è cosa nota la presenza di un network criminale che di fatto comanda nelle aree a maggioranza serba del Kosovo, legato a doppio filo ai politici locali che godono del supporto di Belgrado.

Oltre alla gestione di traffici illegali di merci, armi e droga tra i due paesi, in diverse indagini, dagli appalti per le infrastrutture al caso irrisolto dell’omicidio del leader serbo-kosovaro Oliver Ivanović, avvenuto il 16 gennaio 2018, emergono i nomi di Zvonko Veselinović e Milan Radoičić.

I due, recentemente colpiti da sanzioni da parte del governo americano per coinvolgimento in pratiche corruttive e criminali, hanno rapporti con i più alti livelli istituzionali a Belgrado. Radoičić, in particolare, nonostante sia stanto latitante per oltre due anni per il coinvolgimento nell’omicidio Ivanović, è sempre in prima fila negli incontri tra il presidente della Serbia Aleksandar Vučić e i rappresentanti della Lista Serba, il partito principale dei serbi del Kosovo, di cui Radoičić è vice-presidente. Veselinović invece, pur non essendo ufficialmente in politica, è stato immortalato più volte in compagnia di Andrej Vučić, fratello del presidente e membro del partito di governo.

Le attività illegali, secondo diverse indagini, sono gestite in piena collaborazione con criminali locali albanesi, ad ennesima conferma che quando si tratta di affari, le divisioni etniche scendono in secondo piano. Diversi sono inoltre i politici kosovari albanesi che in passato hanno incontrato Radoičić, come l’ex primo ministro Ramush Haradinaj e l’ex ministro degli Esteri Behgjet Pacolli.

Nessun accordo sulle targhe

Mentre sul campo saliva la tensione, giovedì 21 aprile i rappresentati dei due paesi si sono incontrati a Bruxelles per discutere la questione delle targhe delle auto. Il tema era esploso il 20 settembre scorso, quando il governo di Pristina aveva imposto ai veicoli con targa serba in arrivo nel Paese di mettere sulle loro auto targhe kosovare provvisorie recanti la dicitura “Repubblica del Kosovo”.

La scelta del primo ministro Kurti, motivata dalla richiesta di “reciprocità”, dato che la Serbia non permette ai veicoli in entrata di esporre targhe kosovare già dal 2008, aveva portato alla reazione dei serbi del nord Kosovo, che avevano eretto blocchi stradali.

La crisi era stata risolta dieci giorni dopo con un accordo temporaneo mediato dall’Unione europea, che prevedeva l’utilizzo di adesivi da apporre sulle targhe, dopodiché un gruppo di lavoro, composto dalle due parti e presieduto dall’UE, avrebbe dovuto trovare una soluzione in sei mesi. Il tempo è passato e nonostante una serie di incontri mediati da Miroslav Lajcak, rappresentante speciale dell’Unione europea per il dialogo Belgrado-Pristina, nessun accordo è stato raggiunto, lasciando la situazione aperta ad ogni scenario.

Un dialogo fermo

Gli ultimi sviluppi si inseriscono in un clima esacerbato già ad inizio aprile dalla decisione del governo di Pristina di non permettere l’apertura di seggi in territorio kosovaro per lo svolgimento delle elezioni serbe, che aveva portato a delle proteste organizzate dalla Lista Serba. La guerra in Ucraina, inoltre, non ha facilitato il clima, con il Kosovo che ha richiesto una via privilegiata per entrare nella NATO, in risposta alla vicinanza della Serbia con la Russia di Putin, in un crescente scambio di accuse.

In questo clima, il dialogo tra le due parti sostenuto dall’Unione europea sembra essere ad un punto morto, con il rapporto tra Kurti e Vučić che resta ai minimi termini. Pochi giorni fa, Kurti ha definito il presidente serbo un “piccolo Putin” che mette in pericolo la pace e la sicurezza nella regione.

In risposta, esponenti del governo serbo hanno parlato del premier kosovaro come di un “piccolo Hitler balcanico“. In questo clima, non sono in programma nuovi incontri ad alto livello, dopo l’ultimo avvenuto lo scorso luglio. Ufficialmente, si attende ora la nascita del nuovo governo in Serbia prima di riprendere la strada del dialogo, in quella che sembra un’eterna attesa senza vie di uscita in tempi brevi.

 Andrea Zambelli per East Journal

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