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Quello che insegna oggi la guerra in Iraq del 2003: la coscienza sporca

Ancora Massimo Nava, editorialista del Corriere della sera, autore di Remocontro, in quest’articolo che vi riproponiamo: “In questi giorni di guerra, di fronte alle infinite sofferenze inflitte al popolo ucraino, mi sono tornate in mente le sofferenze inflitte a un altro popolo, con le stesse modalità – bombardamenti dal cielo, carri armati nelle città, missili dal mare -, con drammatiche conseguenze sul futuro di un Paese”. Ed eccoci nella guerra in Iraq di 19 anni fa, protagonisti rovesciati, potremmo dire rispetto all’Ucraina, ma effetti drammaticamente simili.

La coscienza sporca dei ‘danni collaterali’. Quello che insegna oggi la guerra in Iraq del 2003

Di Massimo Nava*

Di diverso le motivazioni della guerra

In Iraq, nel 2003, gli Usa pretesero di esportare la ‘democrazia’ con le bombe e di abbattere una dittatura, nella presunzione che questa fosse in possesso di armi di distruzione di massa. In Ucraina, Putin pretende di sottomettere un popolo che la democrazia la desidera e la difende, un Paese che guarda all’Europa, nella presunzione che la marcia degli ucraini verso l’Occidente comprometta la sicurezza della Russia. La differenza è politica e ideologica, riguarda l’interpretazione di un pretesto falso o presunto, non è certo etica, poiché non esiste un’etica delle bombe.

Conseguenze spesso peggio della guerra

Sono passati quasi vent’anni. In Iraq, le vittime del dopoguerra – vittime di scontri religiosi, terrorismo e miseria sono molte di più che nel tempo di guerra. Il diritto internazionale, le ragioni della pace, le aspirazioni dei popoli non hanno fatto molti passi avanti. Anzi, il diritto internazionale fatto a pezzi ha fornito altri pretesti per soprusi, violenze e folli ambizioni. Di analogo, nella nostra epoca recente, c’è la ripetitività della sofferenza, il massacro degli innocenti, le stragi dei civili, tutto ciò che va sotto la spregevole definizione di «danno collaterale», in realtà una condizione di massa.

Appunti datati forse utili

Se avrete voglia, rileggete questi appunti. Marzo 2003, Baghdad. Nella terra di Abramo, come in un colossal biblico, il “Kahmsim”, il vento del deserto, sembra un monito alla follia degli uomini, una rivolta della natura che prova inutilmente a dirci che il tempo per fermarci non è ancora scaduto, prima che l’Eden dell’antichità diventi un deserto di macerie, morti, scorie chimiche, petrolio in fiamme. Il vento spazza con violenza la capitale irachena, piega i palmizi, solleva nuvole di sabbia che vanno a confondersi con le nuvole nere delle trincee di fuoco e oscura il sole a mezzogiorno.

La tempesta perfetta

Nella tempesta perfetta, la forza della natura si allea con gli effetti della guerra, il tonfo delle bombe non si distingue più dai colpi tremendi che le raffiche infliggono alle cose e agli uomini. Gli elicotteri Apache e il Settimo Cavalleggeri (la colonna di carri armati americani) appoggiati dall’aviazione e dai missili si sono aperti la strada da Karbala, nel fianco sud di Bagdad, che è la porta d’ingresso all’aeroporto, ai ministeri e alla «reggia» di Saddam.

Un missile ha sfiorato l’università, uno dei più antichi atenei, dove i padri domenicani andarono a tradurre in latino in Corano e fecero tradurre in arabo la Bibbia. Ci fu anche il tempo del dialogo fra civiltà millenarie.

La memoria oscurata

Oscurando anche la memoria, la tempesta è davvero perfetta. E la trincea di fuoco accesa da Saddam confonde il giorno in una notte così nera da soffocare anche i primi vagiti. Molte donne incinte hanno perso il loro bambino. Aborti spontanei, effetto del terrore, di corse affannate negli ospedali durante i boati che fanno tremare le mura e il cuore. O a causa di tagli cesarei prematuri, richiesti dalle stesse madri che non vogliono correre il rischio di avere le doglie in casa mentre il cielo nero è attraversato dai missili.

‘Il Saint Raphael’ di Baghdad

Il Saint Raphael sembra oggi un reperto, rispetto al tempo in cui il sistema sanitario era un esempio per il mondo arabo. “Tutti i bambini piangono quando vengono al mondo – dice un’infermiera – ma i piloti lassù dovrebbero ascoltare questo pianto”. La guerra, raccontata dal nuovo strumento della «diretta», il videotelefono, drammatizza lo spettacolo del campo di battaglia, ma gli sottrae ampiezza e profondità.

La sofferenza quotidiana dei civili entrerà in una statistica dell’Onu, quando ciò che resta della Comunità delle Nazioni verrà chiamata ripulire con tonnellate di aiuti la coscienza internazionale e il teatro di guerra. Si calcola che due milioni di bambini iracheni avrebbero bisogno di immediata assistenza.

Il mercato nero della salute

«Il mondo dovrebbe sapere che l’infanzia irachena è colpita anche da guerre psicologiche, sanitarie, alimentari», dice Marianne, la madre superiora. “In dodici anni di embargo, gli ospedali sono stati privati di tecnologie, medicinali e attrezzature. Per curarsi, la gente deve ricorrere al mercato nero, come se le medicine fossero sigarette”.

Secondo l’Unicef, quattromila bambini al mese muoiono a causa delle peggiorate condizioni igieniche e sanitarie. La mortalità infantile sotto i cinque anni è quasi triplicata rispetto agli anni Novanta. In Iraq, il 40 per cento della popolazione ha meno di 14 anni. Intere generazioni hanno conosciuto soltanto Saddam, embargo e bombe. E decine di migliaia di padri sono oggi soldati morti.

Le bombe solo tuoni

Le suore di Madre Teresa di Calcutta hanno inventato la contraerea più efficace. Ogni notte, quando il cielo rimbomba, si stendono su tappeti orientali, accanto ai letti dei loro bambini. Prendono fra le braccia quelli che strillano più forte e raccontano che dopo il tuono arriverà la pioggia. Alla Casa della Carità, una delle ultime villette neocoloniali annegate fra orrendi palazzotti di cemento, la guerra è un evento naturale che non uccide, una favola paurosa, ma a lieto fine, perché la pioggia, come l’acqua del Tigri e dell’Eufrate, rende florido il deserto.

Una favola paurosa

I bambini che arrivano qui hanno handicap fisici e mentali. Nessuno può camminare, mangiare e addormentarsi da solo, ma la mente funziona abbastanza per avere paura e fare domande, in inglese, perché questa è la lingua delle suore arrivate dall’India. “Viviamo dell’aiuto di Dio e degli uomini – spiega suor Nancy -; gli iracheni sono generosi. Ci sono giorni che arriva tanta roba da sfamare anche i poveri del quartiere e quelli che di notte vengono qui a cercare rifugio”.

Madre Teresa di Calcutta e Saddam

La Casa della Carità venne istituita negli anni Novanta, con la benedizione di Madre Teresa e il personale beneplacito di Saddam Hussein. Era un’epoca in cui andava ancora forte l’idea dello Stato multiconfessionale, rispettoso di una storia secolare, crocevia di culture.

Proiettili all’uranio impoverito, caduti sul Paese dal ’91, hanno fatto crescere casi di malformazioni e handicap mentali. I più sfortunati fra i bambini iracheni vengono abbandonati. Suor Nancy dice pietosamente che sono orfani. «Orfani» di musulmani e di cristiani.

Le migliaia di uomini armati, appostati agli angoli delle vie, nelle trincee di sacchetti di sabbia, con le mitragliatrici puntate sul nulla, sembrano tante repliche del tenente Drugo, l’ufficiale che aspetta nel deserto i tartari che ancora non arrivano. Diceva uno studente : “Non ci sono civiltà migliori, ma civiltà diverse. La vostra non sta facendo una bella figura”.

*L’articolo originale è stato pubblicato su Remocontro

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