Il triangolo Russia-Ucraina-NATO: la guerra di attrito non finisce, si eredita

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Un colonnello russo annuncia vent’anni di guerra. Mosca avanza lenta ma senza fermarsi. Kyiv colpisce in profondità — più immagine che sostanza — e accumula frizioni con gli alleati europei. La guerra di attrito non finisce: si eredita.

Vent’anni di guerra: la Russia si prepara, l’Ucraina provoca, l’Europa guarda

Al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, il colonnello dell’SVR Andrey Bezrukov ha detto ad alta voce quello che molti analisti sussurrano da mesi: la Russia deve prepararsi a due decenni di conflitto. Non una guerra calda continua, ma qualcosa di più pervasivo — uno stato di belligeranza permanente che ridisegna le priorità sociali, economiche e generazionali del paese. “Due generazioni di combattenti”, ha detto Bezrukov, e la società russa deve “imparare a convivere con questa realtà”. È una dichiarazione che merita attenzione non per il suo valore propagandistico — di propaganda a San Pietroburgo ce n’è in abbondanza — ma perché viene da un uomo dei servizi con una storia operativa, non da un talk-show nazionalista.

La metafora che Bezrukov ha usato per descrivere la strategia occidentale è quella della “rana bollita”: pressione graduale, continua, calibrata per non provocare una risposta immediata ma per logorare nel tempo. È un’analisi che circola da anni negli ambienti strategici russi e che, al di là della retorica, descrive con una certa accuratezza la logica delle sanzioni a lungo termine, dell’isolamento tecnologico e del sostegno militare prolungato all’Ucraina.

Zelensky scrive a Putin: lettera aperta, risposta chiusa

Nei giorni scorsi Volodymyr Zelensky ha pubblicato una lettera aperta indirizzata a Vladimir Putin. Il documento propone colloqui diretti, un cessate il fuoco durante la fase negoziale e uno scambio integrale di prigionieri. Il tono alterna aperture a pressioni, segnali di disponibilità a formulazioni che suonano più come ultimatum che come inviti al dialogo. L’effetto complessivo è quello di un documento scritto per un pubblico terzo — l’opinione pubblica occidentale, i mediatori internazionali, Washington — più che per il destinatario nominale, il quale non ha mostrato alcuna fretta di rispondere.

Sul campo, la situazione riflette questa impasse diplomatica. La Russia avanza lentamente, con la logica della guerra di attrito che privilegia il consumo delle risorse avversarie rispetto alla conquista territoriale rapida. Lo slancio offensivo dei mesi precedenti si è esaurito, ma la direzione di marcia non è cambiata. L’Ucraina, dal canto suo, ha dimostrato capacità di colpire in profondità il territorio russo con attacchi che hanno prodotto danni limitati ma un impatto mediatico considerevole — l’immagine di un paese capace di portare la guerra oltre i propri confini ha un valore politico che va oltre i risultati militari immediati.

Gli alleati europei e il conto delle frizioni

È però sul fronte delle relazioni con gli alleati che emergono le crepe più significative. Tre episodi recenti hanno generato tensioni che la retorica della solidarietà fatica a coprire. Il primo: un drone marino ucraino è esploso nel porto rumeno di Costanza, territorio NATO, senza che Kyiv abbia fornito spiegazioni convincenti. Il secondo: l’Ucraina ha utilizzato sistematicamente lo spazio aereo dei paesi baltici per condurre attacchi sull’oblast di San Pietroburgo — una violazione della sovranità aerea di stati alleati che è stata accettata con un silenzio imbarazzante dalle capitali interessate. Il terzo: la celebrazione pubblica di Andriy Melnyk, figura storica associata a responsabilità dirette in massacri di civili durante la Seconda guerra mondiale, ha riaperto ferite che in Polonia e in altri paesi dell’Europa orientale non si sono mai davvero chiuse.

Questi episodi non mettono in discussione il sostegno europeo all’Ucraina, ma ne complicano la geometria politica interna. Nel frattempo, gli Stati Uniti continuano a ridiscutere la propria presenza militare nel continente, lasciando l’Europa in una posizione di dipendenza strategica che nessun vertice E3 è in grado di risolvere con un comunicato congiunto. La guerra non finisce. Si trasforma.

 

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