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Il rapimento di Maduro come dispositivo di dominio nell’ordine globale in crisi

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La rivendicazione USA del rapimento di Maduro non è un fatto isolato, ma parte di una riorganizzazione coercitiva dell’ordine occidentale in crisi. Diritto, narrazione e forza si fondono per svuotare la sovranità venezuelana e normalizzare l’intervento.

Il rapimento di Maduro

Ciò che si sta producendo oggi in Venezuela, e che nelle ultime ore è stato condensato nella rivendicazione statunitense del rapimento di Nicolás Maduro, non può essere colto nella sua portata se isolato come fatto singolo o come crisi regionale, poiché si inscrive in una fase di trasformazione dell’ordine occidentale in cui la perdita di egemonia viene compensata attraverso una riorganizzazione esplicita della coercizione.

In questa fase, forza militare, dispositivi narrativi e controllo delle risorse concorrono a definire un nuovo regime di normalità geopolitica, all’interno del quale l’intervento armato, la pressione diplomatica e la manipolazione informativa operano simultaneamente come elementi di un unico processo di adattamento violento a un mondo che non risponde più alle gerarchie consolidate.

L’annuncio della cattura del presidente si colloca come un atto politico diretto, pienamente interno alle pratiche del potere contemporaneo, orientato a intervenire immediatamente nei rapporti di forza. La comunicazione assume una funzione operativa, perché incide sulla possibilità di uno Stato di continuare ad agire come soggetto politico riconosciuto nello spazio internazionale.

L’anticipazione di una sconfitta sul piano simbolico agisce come tentativo di produrla sul piano reale, operando un indebolimento preventivo delle strutture di comando, di rappresentanza e di coordinamento attraverso cui quel potere si organizza e si riproduce nel tempo.

Nel dispiegarsi del processo politico in atto, le parole operano come componenti attive dell’azione, intervenendo direttamente nella produzione degli effetti fin dalla loro formulazione. L’annuncio statunitense colloca la cattura di Nicolás Maduro entro una cornice giudiziaria che ne riorganizza il significato politico, presentando lui e la moglie come individui sottoposti alla giurisdizione di un tribunale federale degli Stati Uniti con accuse di narcotraffico e criminalità organizzata.

La figura del capo di Stato viene così ricollocata all’interno di una catena giuridica che ne neutralizza la funzione politica, mentre la sovranità del paese viene progressivamente svuotata mediante l’imposizione di una giurisdizione esterna.

In questa configurazione, la dimensione giudiziaria non accompagna l’esercizio del potere, ma ne costituisce una componente organica, organizzando il campo del discorso, disciplinando l’orizzonte del dicibile e strutturando il conflitto come questione di sicurezza sotto il controllo del potere imperiale.

Lo Stato statunitense si afferma in tal modo come centro decisionale, attribuendosi la capacità di nominare il nemico, definire il reato e applicare la sanzione, secondo una logica di dominio che utilizza il diritto come forma organizzata e continuativa della violenza politica.

La mancanza di verifiche indipendenti e la scarsità di informazioni verificabili si collocano pertanto all’interno di una tecnica precisa, nella quale l’incertezza prodotta agisce come strumento di governo del conflitto. Questa condizione consente di disarticolare lo spazio dell’iniziativa politica, di fissare una versione dei fatti come riferimento operativo e di orientare progressivamente la gestione dello scontro verso forme di controllo repressivo presentate come amministrazione della giustizia.

La narrazione entra così a far parte del processo stesso, intervenendo in anticipo sulla percezione degli eventi e preparando il terreno affinché gli effetti dell’intervento vengano accolti come normali e inevitabili, prima ancora che prendano forma concreta nei rapporti di forza.

Il blocco statunitense, nella fase attuale, si muove all’interno di una condizione segnata da una inquietudine strategica crescente, alimentata dalla percezione che la propria centralità nel sistema globale non possa più essere considerata un dato strutturale. La progressiva crescita dei BRICS, la loro estensione a paesi segnati da storie, interessi e traiettorie differenti, insieme ai tentativi irregolari e disomogenei di costruire circuiti economici, finanziari ed energetici capaci di ridurre la dipendenza dal dollaro e dalle istituzioni occidentali, agiscono attraverso un processo di erosione lenta e continua delle basi concrete che per decenni hanno sostenuto la capacità statunitense di organizzare il valore, controllare le risorse e governare le rendite su scala globale.

All’interno di questo stesso movimento, il conflitto tende progressivamente a ricollocarsi sul terreno della gestione dei flussi economici e delle gerarchie che li strutturano, dove le trasformazioni si producono in modo meno immediato ma più profondo e duraturo.

Il Venezuela si colloca in questo punto di frizione per il ruolo che le sue risorse energetiche continuano a svolgere e, soprattutto, per il modo in cui tali risorse sono state progressivamente integrate in relazioni economiche che sfuggono al controllo diretto del blocco occidentale. Accordi energetici, forme di cooperazione finanziaria e tentativi di scambio che si collocano anche solo parzialmente al di fuori dei circuiti tradizionali contribuiscono a produrre un disallineamento progressivo rispetto all’ordine vigente.

Si tratta di un movimento incompleto, attraversato da limiti strutturali evidenti, che risulta tuttavia sufficiente a generare attrito in una fase storica segnata da una crescente rigidità del capitale dominante; all’interno di questo contesto, tensioni interne sempre più visibili riducono la tolleranza verso percorsi anche solo parzialmente autonomi nella gestione del valore e delle risorse, favorendo processi di ricondizionamento forzato entro i confini della compatibilità sistemica e rafforzando i meccanismi di difesa della struttura di comando esistente.

Donald Trump finisce per incarnare in modo particolarmente trasparente questa fase per la sua capacità di rendere esplicito ciò che per lungo tempo è stato praticato con maggiore discrezione. Quando afferma che in passato il petrolio venezuelano veniva semplicemente prelevato e che oggi deve essere acquistato, dà voce a una frattura che l’Occidente fatica sempre più a gestire attraverso gli strumenti tradizionali della mediazione economica e politica e che tende quindi a tradursi in un ricorso crescente alla forza.

Il pagamento assume così il significato di un riconoscimento implicito dell’esistenza di un soggetto capace di disporre delle proprie risorse, introducendo una frizione profonda in un sistema fondato su una gerarchia globale dell’accesso e dell’appropriazione, e producendo una instabilità che non viene percepita come normale riorganizzazione dei rapporti, ma come segnale di disordine strutturale.

È all’interno di tale tensione che prende forma una narrazione volta a spostare progressivamente il conflitto fuori dalla dimensione politica per ricollocarlo in un ambito penale e securitario, trasformando lo Stato coinvolto in una costruzione discorsiva assimilabile a un’entità criminale e la sua leadership in un bersaglio progressivamente normalizzato, reso praticabile nel linguaggio e nelle procedure dell’intervento.

L’incertezza sul destino di Nicolás Maduro assume un valore politico centrale. Le autorità venezuelane hanno dichiarato di non disporre di informazioni verificabili sul luogo in cui si troverebbe il presidente né sul suo stato, chiedendo formalmente agli Stati Uniti di fornire prove concrete. Questo vuoto informativo non rappresenta una semplice conseguenza degli eventi, ma una condizione prodotta e mantenuta, funzionale a una strategia che utilizza la sospensione della verità come strumento di pressione e come leva per imporre uno stato di eccezione prolungato.

In assenza del presidente, la vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez ha assunto di fatto la funzione di guida politica del Paese, denunciando apertamente l’operazione come un’interferenza negli affari interni del Venezuela. Parallelamente, le forze armate restano sotto la guida del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, che ha richiamato all’unità, alla difesa della sovranità e al rispetto dell’ordine costituzionale. La continuità delle strutture statali viene così rivendicata come risposta diretta alla pressione esterna e come affermazione che la sovranità non si esaurisce nella presenza fisica di un singolo leader, ma si misura nella tenuta delle istituzioni e nella loro capacità di resistere a una destabilizzazione imposta dall’esterno.

La propaganda statunitense opera all’interno dello stesso dispositivo che organizza l’uso della forza, intervenendo in una fase preliminare e contribuendo a renderne praticabili gli effetti attraverso una progressiva contrazione dello spazio politico e una naturalizzazione dell’arbitrio come modalità ordinaria di intervento. È un processo, dove pratiche che implicano l’attraversamento della sovranità vengono integrate nel linguaggio pubblico come procedure amministrative, assorbite in una sequenza di atti presentati come tecnicamente necessari.

Il Venezuela si configura così come uno dei luoghi in cui diventa leggibile la struttura effettiva dell’ordine occidentale, fondata sull’esercizio del comando e sulla capacità di disciplinare ogni scarto, ogni deviazione, ogni tentativo di sottrazione.

Nella fase attuale, tale struttura emerge in forma sempre più diretta, producendo rapporti di subordinazione tra Stati e consolidando una richiesta di obbedienza che circola come presupposto implicito dell’azione internazionale. Ciò che prende forma attraversa l’intero campo dei rapporti di forza globali, rendendo percepibile la configurazione del potere nel momento in cui l’egemonia si consuma e si traduce in esercizio esplicito del dominio.

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Chiara Pannullo
Chiara Pannullo
Attivista del Collettivo Politico 13 Rosso di Firenze, internazionalista. attiva nell'organizzazione delle iniziative culturali dell'Associazione Mariano Ferreyra

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