15.3 C
Rome
martedì 17 Maggio 2022
In EvidenzaGuerra all’intelligenza: notizie dal fronte interno

Guerra all’intelligenza: notizie dal fronte interno

Non è più vero che la prima vittima della guerra è la verità. Possiamo tranquillamente dire che sia l’intelligenza, cioè la condizione di possibilità non solo della verità ma di qualsiasi discorso ragionevole.

Guerra all’intelligenza

Siamo ormai al delirio bellicista emozionale, sapientemente orchestrato dai guitti della carta stampata e degli studi televisivi, dalle scelte vergognosamente schierate delle redazioni. “Schierate” non con il popolo ucraino, ovviamente, ma con la scelta militarista, intrinsecamente antidemocratica e antipopolare.

Parole queste sempre più difficili da dire e da articolare, tanto lontane dalla retorica trionfante da sembrare incongruenti, assurde, fuori luogo. Ci vuole molta forza di volontà per resistere alla marea montante dell’interventismo “senza se e senza ma”. Perché i suoi alfieri in tv e sui social sono cinici, sbeffeggianti, scorretti. E non hanno paura di cadere nel ridicolo pur di difendere il partito preso. Anni di berlusconismo e di renzismo ci hanno evidentemente assuefatti al sacrificium intellectus.

La prima strategia che seguono è spostare il piano del discorso. L’antimilitarismo e l’internazionalismo sono concetti articolati, si fondano su teorie che analizzano la struttura delle società moderne e ne propongono una critica radicale. Lo stesso dicasi per discorsi di natura geopolitica e per le ricostruzioni storiche. Possono certo essere respinti ma, appunto, solo ponendosi su un piano del discorso sufficientemente elaborato dal punto di vista teoretico.

Informazione e propaganda: "Ma cosa cambia, che differenza fa?"

Ogni tipo di contestualizzazione o di spiegazione in base ad un modello teorico viene invece rifiutato alla radice. In nome di una fasulla concretezza e di una illusoria aderenza ai fatti, si pretende ridurre tutto ad una scelta binaria, sì o no. Questa scelta – surrettiziamente spacciata per la scelta tra pro-ucraini e pro-Putin – intende invece l’opzione militarista o quella anti-militarista, ovvero due posizioni politiche che hanno rilevanza anzitutto all’interno, per le nostre società, per la vita delle nostre democrazie.

Arriviamo all’assurdo di sentir dire che chi parla di “complessità” è già solo per questo un fiancheggiatore degli aggressori. Ma la logica ha i suoi diritti ed ecco che per difendere la scelta del riarmo occorre allora inventarsi una serie di argomenti che non stanno in piedi. Vogliono fare la guerra ma non è proprio “guerra”.

Amano le costituzioni democratiche ma violano la nostra. Anzi no, perché l’art. 11 “apparentemente” vieta il ricorso alla guerra ma non è davvero così, se lo leggiamo bene è più sottile, siamo troppo banali. Ci dicono che è un dovere morale agire qui e ora, però no, non è che bisogna agire moralmente sempre, siamo troppo semplicisti: l’imperativo categorico scatta solo in alcuni casi.

La stessa testata che ti dice che se provi a problematizzare qualcosa sei filo-Putin, sottilizza sulla “propaganda che non è propaganda”, “la pace che non è pace”, “i nazisti che non sono nazisti” e altre magiche contorsioni. È la famosa complessità a targhe alterne.

La seconda strategia è il debunking dadaista. Forti della convinzione che siamo tutti vittime dei siti di bufale russe provano a smontare gli argomenti di chi si oppone all’escalation militarista.

Come Capone che bacchetta Canfora cianciando di “post-verità post-sovietiche” sul Foglio, reo di aver detto che Zelensky è salito al potere “dopo” un colpo di Stato o che sia “in affari col figlio di Biden“. Capone, come tutti gli atlantisti fanatici, contesta che in Ucraina nel 2014 ci sia stato altro che una profumata e linda “rivoluzione” popolare e sostiene che comunque l’elezione democratica di Zelensky abbia sanato qualsiasi vulnus democratico.

Chi si difende ha sempre ragione ma voi sapete chi è Zelensky e cosa vuole

Ma la democrazia è una cosa seria: persino per un liberale gli eventi che hanno portato alla detronizzazione del governo, alla messa fuori legge dei partiti comunisti e alla normalizzazione delle formazioni paramilitari naziste dovrebbe costituire un problema.

La persecuzione dei comunisti da parte delle squadracce patriottiche, le torture dei servizi segreti, il recente arresto di due giovani militanti rappresentano invece eventi normali secondo l’dea di democrazia degli interventisti. D’altronde ci stanno facendo già assaggiare che genere di stato “liberale” hanno in mente.

Anche l’idea secondo cui Zelensky farebbe affari con il figlio di Biden viene affrontata con capillare acribìa da Capone. Ma mentre nell’intervista a caldo di Canfora essa è una battuta, magari infelice, che allude all’irrisolto problema della corruzione in Ucraina su cui magari occorrerebbe riflettere, Capone riesce in tante righe di indignata confutazione a non citare neanche per sbaglio il nome di Kolomoyskyi che risulta essere non solo l’oligarca cui Zelensky deve il proprio successo mediatico e politico ma anche la probabile longa manus dietro Burisma, la società che staccava lauti e inspiegabili assegni mensili al figlio di Biden.

Cosa si sono detti Biden e Zelensky?

Ecco, il tenore delle confutazioni, quando siamo fortunati ad averle, è questa spacconeria vuota. E al pari dei complottisti i no pax si sentono autorizzati a sparare a zero contro la filosofa, lo storico o l’esperto di geopolitica come se stessero parlando con l’avventore del bar sotto casa. Se Orsini cita dei fatti basta una ricerca su internet per smentirlo, come lo Zio Peppino che gira le sue “scoperte” sui gruppi whatsapp di famiglia. Ma generalmente non serve neanche trovare argomenti, ci si limita ormai a bullizzare l’intellettuale per confutarlo: la Di Cesare “altezzosa”, Orsini “isterico”. Sono tutte “supercazzole“. E giù a ridere.

Purtroppo c’è poco da ridere. E il debunking delle sciocchezze propagandate dagli interventisti la fa la realtà. Come sapevamo, la manfrina “umanitaria” delle cancellerie occidentali puntava dritto al riarmo e all’irregimentazione dell’opinione pubblica. E così, senza colpo ferire, assistiamo ad un clamoroso innalzamento della spesa militare in Italia quando si annuncia una cupa recessione per le classi popolari. L’ennesima conferma di ciò che l’antimilitarismo e l’internazionalismo socialista dicono da due secoli a questa parte: non c’è nessun valore nel difendere il ricorso alle armi e le nazioni. Entrambe sono nemiche dei popoli, della democrazia e della giustizia sociale.

La crociata contro l’intelligenza è iniziata. Brutale, avvilente, squallida e prepotente come il mondo che ci aspetta se non saremo in grado di fermarla. Qui e ora. Senza se e senza ma.

Cartoline da Salò: un anno marchiato dalle stimmate della pandemia

 

Leggi anche


Marco Maurizi
Marco Maurizi
Filosofo e musicista. Si occupa di teoria critica della società e del pensiero dialettico. È autore, tra gli altri, di Quanto lucente la tua inesistenza. L'Ottobre, il '68 e il socialismo che viene, (Jaca Book 2018), La vendetta di Dioniso: la musica contemporanea da Schönberg ai Nirvana (Jaca Book 2018), Al di là della natura. Il capitale, gli animali e la libertà (Novalogos 2011).

Ti potrebbe anche interessare

1 COMMENT

Comments are closed.

Ultimi articoli