Dopo anni di negoziati è stato raggiunto un accordo- molto al ribasso- tra i 136 paesi Ocse per imporre una tassa minima per le società: la Global tax al 15% dal 2023 sopra i 750 milioni di fatturato. Si tratta della “minimum tax”, o aliquota minima globale per le società.
Global Tax al 15% è una presa in giro
La global tax al 15% conferma la natura profondamente ingiusta del capitalismo globale. L’accordo fiscale guidato dall’OCSE conferma che l’architettura fiscale internazionale è distorta a favore degli interessi dei paesi ricchi, delle multinazionali e delle élite capitalistiche.
Miliardari e multinazionali continueranno legalmente a pagare aliquote fiscali più basse dei comuni cittadini e delle piccole imprese. Presentarla come un trionfo è una presa in giro.
Non solo si conferma un trattamento di favore dei super-ricchi rispetto ai popoli e alle classi lavoratrici, ma si colpiscono i paesi poveri come denunciano più di 250 associazioni e movimenti di tutto il mondo aderenti alla Global Alliance for Tax Justice.

Il “patto dei ricchi” deciso al G7 è stato imposto attraverso l’OCSE ai paesi del sud globale in trattative non pubbliche che delegittimano per l’ennesima volta il ruolo dell’ONU e hanno impedito il controllo e la trasparenza da parte dell’opinione pubblica mondiale.
In primis vengono favorite le multinazionali, in secondo luogo i paesi sede dei quartier generali delle multinazionali che sono proprio quelli aderenti all’Ocse.
In generale, e in particolare per i paesi del sud del mondo, questa aliquota globale al 15% costringerà a tassare di più i propri cittadini o a tagliare i servizi pubblici e la spesa sociale.
Com’è scritto nel comunicato della Global Alliance For Tax Justice:
“Per dare alla sua leadership il velo di legittimità ha creato un quadro inclusivo (IF), che finora è andato a malapena oltre il timbro di gomma del “patto dei ricchi” del Gruppo dei Sette (G7). Le proposte nella dichiarazione dell’Inclusive Framework a guida OCSE del 1 luglio per le nuove regole fiscali globali, non affrontano i problemi fondamentali dell’attuale architettura fiscale internazionale.
Lungi dal garantire i diritti di tassazione dei paesi in via di sviluppo, le “soluzioni” limiteranno il diritto alla tassazione dei paesi di origine a una piccola percentuale dei profitti delle multinazionali e rafforzeranno i diritti di tassazione dei paesi delle multinazionali sui profitti globali.
L’assetto istituzionale in cui queste “soluzioni” vengono “negoziate” manca di legittimità, trasparenza e responsabilità. I “negoziati” a porte chiuse espongono i rappresentanti dei paesi in via di sviluppo a pressioni e manipolazioni politiche per accettare l’accordo dei ricchi.
Una soluzione concordata in un processo politicamente parziale e opaco, al di fuori del sistema delle Nazioni Unite e della relativa responsabilità di rappresentanza nazionale, non può avere la legittimità di essere un accordo internazionale vincolante.
Un accordo globale equo è possibile solo in un processo intergovernativo aperto, pienamente inclusivo e trasparente, in cui il pubblico e la società civile possono chiedere conto ai negoziatori di proposte e decisioni, e in cui le proposte di accordi sono aperti al controllo pubblico.
Tale processo è possibile solo nell’ambito di una negoziazione intergovernativa basata sulle Nazioni Unite a cui i paesi possano partecipare alla pari.”

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