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martedì 18 Gennaio 2022
AgoràIl carcere è tortura. Oltre la 25esima ora

Il carcere è tortura. Oltre la 25esima ora

Il tema delle carceri vive dentro le mura così come al di fuori di esse, e pochi affermano apertamente l’urgenza di abolirle per sostituirle con un sistema che sia davvero inclusivo. Ma partiamo da un assunto: il carcere è tortura.

A Rita Bernardini

e a tutti coloro che s’impegnano su questo fronte

Il carcere è tortura

Nei fondi del Recovery Fund è previsto un investimento destinato al miglioramento del sistema carcerario. Potrebbe essere un’opportunità, non per edificare nuove strutture ma per la creazione di un diverso sistema che punti all’effettivo reinserimento. Tra l’altro costruire carceri costa molto, e anche se la quasi totalità delle forze politiche tende a tale soluzione, una volta al governo elude il problema, come dimostra il penoso fallimento di tutti i piani edilizi degli ultimi 20 anni.

L’utopia è il luogo dove tutto è come dovrebbe essere.

Dovremmo ridare valore alla parola utopia nella sua accezione positiva: l’utopia è il luogo dove tutto è come dovrebbe essere, ciò consente di allungare il pensiero verso un futuro compatibile con il progresso civile. La lotta per la conquista di un diritto appare da sempre come un lavoro forzato, nella consapevolezza che potrebbe tradursi solo in un piccolissimo passo in avanti e risultare così frustante da far desistere nella maggioranza dei casi.

Così vengono minate le possibilità di gioia che alimentano la voglia di vivere, trasformando le persone in due popoli di sedati, quelli dentro e quelli fuori dai penitenziari, con tutte le conseguenze che vanno dall’indifferenza alla violenza.

Il tema delle carceri vive dentro le mura così come al di fuori di esse, e pochi affermano apertamente l’urgenza di abolirle per sostituirle con un sistema che sia davvero inclusivo.

Questo significherebbe aver consapevolezza dei gravi problemi della nostra società, attuando forme di prevenzione che curino la pace piuttosto che alimentare questa guerra persa in partenza, che consiste solo nel catturare i nemici e farli marcire in galera senza ottenere il risultato sperato, palesando anzi l’effetto opposto. E, in nome del bene di tutti, si tende a costruire sempre più mostri.

Ma i mostri non esistono, è la paura la naturale pulsione a cui diamo spazio inducendoci alla pura e crudele vendetta sociale, a perseguire pene esemplari, piuttosto che rendere un servizio alla collettività, a noi stessi.

carcere

Crescita economica diseguale e incremento della diseguaglianza: così si riempiono le carceri.

Aumenta l’iniqua concentrazione delle ricchezze nelle mani di pochi, creando sempre più distanza sociale. Basti pensare che nel mondo 3 miliardari risultano essere più ricchi di ben 6 milioni di persone cui mancano i più elementari mezzi di sussistenza, senza considerare tutte quelle (ovviamente molto più numerose) che conducono comunque una vita dura, fatta di sacrifici perenni e di resistenza a questa aspra ingiustizia.

Disparità che le induce a credere sia bastevole soddisfare i bisogni primari per conquistare dignità umana e che realizzare un progetto, esprimere un talento, arricchire il proprio patrimonio culturale, persino curarsi meglio per soffrire meno e assicurarsi una buona vecchiaia o aspirare quanto meno alla morte dolce quale ultimo atto di libertà, rappresentino dei lussi da potersi permettere soltanto affidandosi alla fortuna o all’illegalità.

La rimozione o, sia pure, la riduzione delle diseguaglianze economiche non solo diminuirebbe il rischio di recidiva, ma porrebbe anche i soggetti riabilitati nella condizione di scegliere un po’ più serenamente la via della legalità, venendo meno le ragioni che potevano spingerli a delinquere.

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Dentro le mura di un carcere può proliferare solo la violenza

L’ultimo pestaggio, quello di cui si è avuta clamorosa notizia, avvenuto di recente nel carcere di Santa Maria di Capua Vetere (non a caso, definito la mattanza), ha contribuito a dimostrare che quella che abita le carceri non può che essere definita violenza di Stato. Solo una cieca (quando non colpevole, perché cosciente) semplificazione, infatti, può indurre ad attribuire avvenimenti di questo genere sostanzialmente alla impreparazione degli agenti penitenziari o al loro numero ridotto.

Piuttosto, il compimento delle pene è difficile da controllare e, come questo e molti altri casi rendono palese, si espongono i detenuti all’arbitrio dei guardiani. D’altronde, il mestiere di privare un uomo della libertà e di sorvegliarlo in prigione è di per sé un esercizio di tirannia.

Che sia poi frutto di scelta politica alimentata, in modo più o meno dichiarato, da mera volontà punitiva, o giustificata da ipocrite gradazioni di priorità, secondo il posizionamento parlamentare, nulla toglie alla evidente negazione di diritti umani. Sarebbe perciò rilevante, come basilare garanzia di progresso culturale e civile, che nell’articolo 27 della Costituzione (attualmente comunque non rispettato), si abolisse o sostituisse la parola “pena” (dal lat. Poena), che significa ‘castigo, molestia, sofferenza’.

Invece, nella maggioranza dei casi si vive ancora in troppi in una cella dove si cucina e si defeca nello stesso spazio. E nei pochi momenti in cui si sta all’aperto, ci si trova come in una gabbia dello zoo, isolati di fatto in un presidio militare, senza rapporti con la “normalità”. Ciò non può che abbrutire le persone, trasformandole in esseri distruttivi e autolesionisti, come ben raccontano le fotografie del fotoreporter Valerio Bispuri, che ha visitato sia carceri nell’America latina sia quelle in Italia.

Per esempio, il carcere di Poggioreale, il più grande della Campania, conta 2300 persone detenute a fronte dei 1649 posti disponibili, perciò le celle contengono fino a 6/7 individui, ivi rinchiusi 16 ore su 24; il cortile è interno e ha mura alte; i bagni sono fatiscenti e la sezione peggiore è quella che ospita i transessuali.

In generale, comunque i penitenziari sono luoghi angusti con condizioni igienicamente precarie in cui mancano docce e acqua calda, con il water accanto al letto, con letti a tre piani che sfiorano il soffitto…

Ciò apre un’altra finestra sul buio delle droghe e degli psicofarmaci circolanti o largamente dispensati al fine di calmare il disagio psichico, dovuto alle brutali sollecitazioni che si vivono in quei luoghi.

Quando poi la persona detenuta non si acquieta sufficientemente, viene rinchiusa in una cella liscia (quelle vuote e senza nessun appiglio né fisico né mentale) o di isolamento (senza materassi e cuscini, e dove non puoi avere neppure penne e fogli per scrivere) o in infermeria, dove si collocano quelli con problemi psichici, tenendoli nudi e obbligandoli ad avere le finestre aperte.

Questo, tra l’altro, è stato denunciato da persone detenute all’associazione Antigone, organizzazione umanitaria tra le più attive in questo campo.

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Oltre la 25esima ora.

Alcuni effetti positivi temporanei ci sono stati dopo la sentenza Torreggiani: la Corte europea dei diritti umani, l’8 gennaio 2013, con decisione presa all’unanimità, condannò l’Italia (e non era la prima volta) per la violazione dell’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani (CEDU).

È bene ricordare…

«La carcerazione – affermarono in quel frangente i giudici di Strasburgo – non fa perdere al detenuto il beneficio dei diritti sanciti dalla Convenzione. Al contrario, in alcuni casi la persona incarcerata può avere bisogno di una maggiore tutela proprio per la vulnerabilità della sua situazione e per il fatto di trovarsi totalmente sotto la responsabilità dello Stato. In questo contesto, l’articolo 3 pone a carico delle autorità un obbligo positivo che consiste nell’assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura non sottopongano l’interessato ad uno stato di sconforto né ad una prova d’intensità che ecceda l’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione e che, tenuto conto delle esigenze pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati adeguatamente».

Si è assistito, per esempio, all’introduzione di rimedi utili a garantire un più ampio accesso alle misure alternative alla detenzione e ai benefici penitenziari, ma fino ad oggi restano interventi disorganici e settoriali che non trasformano la pena in un’azione riconciliativa e rieducativa.

Inoltre, sono trascorsi quasi dieci anni e neppure i tre decreti di Riforma dell’Ordinamento penitenziario del 2018 fanno emergere miglioramenti significativi, ed entrare in carcere per scontare una “pena” significa ancora, come rappresentato da Spike Lee in uno dei suoi film più noti, entrare nella 25esima ora.

Se ricordiamo le morti delle otto persone detenute nel carcere modenese di Sant’Anna, avvenute nel corso della rivolta dell’8 marzo 2020, ci rendiamo conto dell’arretratezza in cui stiamo scivolando. Nelle motivazioni all’archiviazione del caso, le morti di Hafedh Chouchane, Erial Ahmadi, Slim Agrebi, Ali Bakili, Lofti Ben Mesmia, Ghazi Hadidi, Artur Iuzu e Abdellha Rouan sono state considerate suicidi, ottenuti tramite overdose di metadone e psicofarmaci assunti in un brevissimo arco di tempo (sic!).

Ci si può solo augurare che, ricorrendo alla Corte europea dei diritti dell’uomo, per l’ennesima volta i penitenziari italiani siano giustamente giudicati inumani.

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Ergastolo. Fine pena: mai.

Ergastolo significa che, salvo eccezioni, quei cancelli non si apriranno più, che qualcuno ha deciso a priori che non sarà utile nessun percorso rieducativo. Nel nostro sistema carcerario ciò che permetterebbe di non dimenticare completamente che sei una persona, si chiama beneficio. E si può ottenere solo se il prigioniero deve scontare un ergastolo semplice, non ostativo.

In Italia sono 1.789 i seppelliti vivi e nel 70% dei casi si tratta di ergastoli ostativi: per questo l’Italia, non avendoli aboliti, ha subito l’ennesima condanna dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

La buona notizia però è che proprio quest’anno la Corte costituzionale ha dichiarato incompatibile l’ergastolo (perché è contro l’art. 27 che definisce la finalità rieducativa della pena) e se il Parlamento entro maggio 2022 non emanerà una nuova legge, l’ergastolo dovrebbe essere abolito. Ma, a meno di improbabili rivolgimenti politici in un lasso di tempo così esiguo, c’è da giurare che sarà opportunamente trovato qualche escamotage giuridico che confermerà di fatto la pena detentiva a vita.

Basti pensare che già nel lontano 1947, U. Terracini del Partito Comunista, Vicepresidente e poi Presidente dell’Assemblea costituente, dichiarò che il massimo della pena non poteva oltrepassare i 15 anni perché, se le pene superano un certo limite, non soltanto cessa la possibilità che esse abbiano una capacità rieducativa, ma, al contrario, sono fonte di un processo di abbruttimento progressivo. Ma l’ergastolo venne comunque adottato.

Una questione morale. Conversazione con Carmelo Musumeci

Il decalogo Manconi

Oggi potremmo considerare come sintesi alle mancate risposte dello Stato all’emergenza carceraria il decalogo stilato da Luigi Manconi (politico e sociologo) nel suo libro “Abolire il carcere”: «depenalizzare i reati meno gravi; abolire l’ergastolo e ridurre le pene detentive; diversificare il sistema delle pene rendendo il carcere l’extrema ratio; concentrare il processo penale su fatti veramente meritevoli di sanzione; prevedere la custodia in carcere solo in caso di pericolosità dell’imputato; potenziare le alternative al carcere; garantire i diritti fondamentali delle persone detenute; umanizzare il carcere; impedire che i minori vengano reclusi; garantire agli autori di reato affetti da disagio psichico delle misure finalizzate alla riabilitazione e alla cura».

A proposito di depenalizzazione, va sottolineata l’importanza della legalizzazione delle droghe, battaglia portata avanti da Rita Bernardini ed altri anche attraverso la disobbedienza civile, che farebbe franare l’economia gestita dalle mafie e ridurre notevolmente il sovraffollamento delle carceri: in Italia, infatti, sono decine di migliaia le persone in carcere per reati di droga connessi allo spaccio e alla detenzione.

Una questione morale. Conversazione con Carmelo Musumeci

Inclusione e carcere aperto: ce ne sono diversi nel mondo e anche in Europa

In queste case di rieducazione i detenuti escono liberamente e non vengono emarginati dalla vita e dalla quotidianità. Il sito Global Voices, che difende i diritti umani, ci narra come sia semplice trovare le persone detenute a Kerava, in Finlandia: basta seguire il sentiero alberato e aprire la porta della serra.

Sono case, in cui le persone detenute (che ne custodiscono le chiavi) svolgono una vita abbastanza normale: hanno una serra dove coltivano, degli animali da curare… Riescono così a conservare parte della loro umanità.

Ad Halden, in Norvegia, le celle non hanno sbarre, sono stanze confortevoli con frigo, cucina e dotate di letti morbidi e confortevoli, e ci si può allenare.

Lo stesso vale per Fremantle, nell’Australia occidentale, dove si possono seguire dei corsi, andare in palestra, giocare ai tavoli da biliardo e da ping-pong, o per Garsten Abbey (Austria), o per il Centro di detenzione giovanile di Overloon, in Danimarca, a Enner Mark…

In tutti questi istituti le persone vengono trattate come tali, per facilitarne il rientro in società, non come pietosa concessione ma il semplice riconoscimento dei diritti umani, tale da permettere a uno Stato di migliorare il suo livello di civiltà e di pace sociale di tutti.

Le persone detenute hanno un nome, un volto, non possono essere considerate ombre da rinchiudere, da dimenticare, perché rappresentano le contraddizioni, i fallimenti e le paure della nostra società. E se anche buttassimo via la chiave, qualcuno prima o poi ce la riporterà con un conto salato da pagare.

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Emilia Santoro
Emilia Santoro insegna e scrive. Ha pubblicato suoi racconti sulle riviste letterarie Linea d’Ombra e Dove sta Zazà, entrambe dirette da Goffredo Fofi. Nel 2006 pubblica il romanzo La sparizione (Manni Editore). Nel 2008, in piena crisi dei rifiuti in Campania, scrive il dossier Chiaiano. Emergenza ambientale e democratica. Nel 2013 pubblica il suo secondo romanzo Asino senza lingua(Homo scrivens Editore). Dal 2019 collabora alla rivista Achab, diretta da Nando Vitali. Nel 2021 viene pubblicato il suo libro di poesie Lascia la rosa sul bordo del giardino (Iod Edizioni).

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