7.7 C
Rome
giovedì 2 Dicembre 2021
AgoràRoberto Benigni prima e dopo, ascesa e caduta

Roberto Benigni prima e dopo, ascesa e caduta

Il premio alla carriera ricevuto da Roberto Benigni al Festival del Cinema di Venezia 2021, ed il suo discorso di ringraziamenti con la dedica alla moglie Nicoletta Braschi, infarcito di citazioni alla rinfusa, ha provocato il solito flame sui social.

Roberto Benigni prima e dopo

Molti sono i post sui social dedicati a Benigni e al suo siparietto a Venezia. Si tratta prevalentemente di critiche, alcune durissime, forse anche un po’ pretestuose, altre più misurate e condivisibili.

In ogni caso si tratta di critiche legate al percorso politico più che al talento artistico dell’attore toscano.
Questi due aspetti, artistico e politico, mi paiono però intimamente legati.

Benigni appartiene all’album di famiglia della sinistra italiana e la sua figura compare anche nelle immagini scattate negli anni Novanta e nei primi anni Duemila, quando si è consumata quella mutazione che ha portato all’esaurimento delle istanze per la giustizia sociale, la difesa del lavoro, la redistribuzione e la funzione regolatrice dello stato nell’economia.

Su Benigni converge dunque molta rabbia per il fallimento di una classe formata da dirigenti politici, intellettuali e artisti che hanno permesso che la cultura neoliberale si affermasse senza trovare alcuna reale opposizione.

Roberto Benigni prima e dopo, ascesa e caduta

A questo poi si aggiunge la rapida china negativa della carriera di Benigni dopo la realizzazione de La Vita e bella, un film certamente sopravvalutato, ruffiano e in larga parte ricattatorio: le scene esageratamente melense e stucchevoli sembrano quasi voler obbligare lo spettatore a commuoversi e ad aderire al buonismo american friendly benigniano. Chi non versa una lacrima per la morte del protagonista e per l’agnizione finale di madre e figlio deve sentirsi come un mostro, un collaborazionista.

Ma la carriera di Benigni è stata anche altro e non si può ridurre a questo film. Né la sua figura di personaggio televisivo può essere ridotta agli spettacoli recenti, come quelli sulla Costituzione, da lui ridotta – come giustamente ha scritto qualcuno – a testo estetico (“La più bella del mondo”) avulso dai processi politici che l’hanno trasformata in lettera morta.

Roberto Benigni prima e dopo, ascesa e caduta

Lo stesso Benigni si è imperdonabilmente ricoperto di vigliaccheria in occasione dell’infame referendum renziano che promuoveva il taglio del Senato, schierandosi prima contro per poi cambiare repentinamente idea nel giro di nemmeno un giorno dopo minacce del gruppo renziano e del quotidiano la Repubblica.

Ripeto, quello dopo la Vita è bella è certamente un Benigni sgradevole, conformista e complice. Ma c’è stato anche un altro Benigni autenticamente nazionale-popolare, legato a una comicità che nulla aveva a che spartire col potere, ma che al contrario affondava le sue radici nella cultura degli ultimi, dei lavoratori, dei contadini.

La carriera di Benigni ha risentito della crisi della sinistra, della fine di un mondo popolare che aveva in Toscana un suo centro di irradiazione fondamentale per l’Italia. Finito quel mondo o, meglio, occultato quel mondo Benigni non aveva più una realtà da rappresentare.

Non potendo più portare la maschera dell’uomo di popolo si è attaccato al carro della sinistra post comunista mandando a monte tutto il suo talento.

 

Leggi anche


Paolo Desogus
Paolo Desogus è Maître de conférences presso la Sorbona di Parigi. Nel 2015 la sua tesi di dottorato in italianistica e semiotica ha ottenuto il Premio Pier Paolo Pasolini conferito dalla Cineteca di Bologna. Oltre a diversi articoli su riviste specialistiche, ha pubblicato La confusion des langues. Autour du style indirect libre dans l’œuvrede Pier Paolo Pasolini (Éditions Mimésis, 2018) e Laboratorio Pasolini. Teoria del segno e del cinema (Quodlibet, 2018).

Ti potrebbe anche interessare

12 COMMENTS

Comments are closed.

Ultimi articoli