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martedì 17 Maggio 2022
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L’errore dei pacifisti a metà

La guerra si accompagna al crollo verticale della razionalità a tutti i livelli che può far emergere fenomeni come quelli dei pacifisti a metà.

Pacifisti a metà

Mentre avanziamo a tappe forzate verso un conflitto mondiale, comincia a vedersi qualche crepa nell’unanimismo interventista che ha accompagnato le prime settimane dopo l’invasione dell’Ucraina. Purtroppo invece di un ampio movimento per la pace che faccia propri i temi del disarmo, della giustizia sociale e dell’ecologia assistiamo ancora a balbettii, prese di posizione reticenti e deboli, che finiscono per fare il gioco degli invasati della democrazia a suon di bombe.

Come sempre, la guerra contribuisce a fare chiarezza, costringe ad uscire allo scoperto e schierarsi e spesso rende manifeste le mostruosità che la normalità teneva nascoste. Chi non ha la forza intellettuale e civile per opporvisi, cerca comode scappatoie.

L‘appello di Roberto Esposito e Nadia Urbinati pubblicato su Micromega in cui viene proposto il boicottaggio integrale del gas russo è un classico esempio di suicidio popolare dilazionato e di autoaccecamento intellettuale. Contribuisce anche a chiarire come la guerra si accompagni al collasso degli standard etici e culturali, di come, anzi, essa sia preparata da un crollo verticale della razionalità a tutti i livelli. Leggerlo è un’esperienza imbarazzante ma anche rivelatrice di come stanno le cose nel mondo della cultura.

Siamo ben felici che Esposito e Urbinati definiscano “non immotivata” la “ritrosia” di inviare le armi anche se noi useremmo parole meno felpate per descrivere la vergogna di un aumento immediato delle spese militari mentre il governo programma la riduzione degli investimenti sull’istruzione e sulla sanità. Ad ogni modo, anche in questo caso la logica fa difetto, perché ci viene presentata come necessaria un’alternativa che non esiste: o l’invio delle armi o l’embargo del gas. Questa fallacia si fonda su un assunto che non è tanto illogico quanto privo di senso in termini di analisi linguistica.

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Cominciamo dalla frase di apertura dell’appello che sintetizza tutti gli errori che abbiamo denunciato nei giorni passati e che preparano gli orrori di domani: “Non girare la testa dall’altra parte”. Fin dall’inizio dell’invasione abbiamo dovuto ascoltare questa fallacia logica che scambia i soggetti del diritto internazionale e dei rapporti di forza geopolitici, gli Stati e le entità sovranazionali, con rapporti individuali.

Ad essa, consegue una seconda fallacia: quella che ci fa considerare l’azione di queste entità in termini morali. Scrivono infatti i nostri pacifisti a metà: “È la sacrosanta ingiunzione cui, in molti, sentiamo di dover rispondere. Ma come? Quale strada percorrere senza imboccare quella, suicida, della guerra globale?” Ora, anche ammesso che abbia senso, e non ce l’ha, questa idea che si debba valutare ciò che sta accadendo in termini morali e, dunque, agire sull’onda di questa “ingiunzione”, questo appello pretende tre cose errate e contraddittorie.

In primo luogo, che esista un soggetto (un “noi”) unitario, uniforme, monolitico che “senta” questa ingiunzione e agisca di conseguenza. Ma non esiste niente di tutto questo: chi “agisce”, cioè chi invia le armi, cancella relazioni diplomatiche e straccia contratti, sono governi, istituzioni europee e sovranazionali che inondano i media di propaganda, fingendo di avere dietro un’opinione pubblica che mai come oggi è invece contraria ai loro obiettivi.

Anche perché sa benissimo, a differenza di Esposito e Urbinati, che il prezzo da pagare non sarà equamente distribuito ma graverà sulle classi subalterne cui è negata ogni voce in capitolo sia riguardo alla decisione di fare la guerra, sia riguardo al modo in cui questi e altri oneri verranno gestiti.

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In secondo luogo, che questa azione, che muove da un punto di vista “morale”, possa essere morale integralmente, dacché, se così non fosse (se – per dire – io salvassi un bambino che sta annegando provocando la morte di altre persone) la mia azione diventerebbe assurdamente sciocca.

È chiaro infatti che la “morale” che viene imposta da questa “ingiunzione” è una morale selettiva, il comportamento generale dell’agente è ben poco “morale”. Giacché non esiste questo “noi” universale-astratto ma esistono le concrete istituzioni che prendono decisioni (governi, UE, NATO), sappiamo bene che le loro azioni “morali” non riguardano e non riguarderanno analoghi scenari internazionali che li vedono, al meglio, indifferenti, e, al peggio, compartecipi se non carnefici.

Inoltre, perfino restringendo il campo a ciò che esse fanno e possono fare ora il sommo gesto morale di intervenire militarmente in Ucraina e contro la Russia attraverso sanzioni viene perpetrato trattando con soggetti di altrettanto dubbia moralità.

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Per tacere del legittimo dubbio se tutto questo acceleri o piuttosto non ritardi la fine del conflitto, intensificando così la carneficina in corso. È anzi difficile immaginare che i russi possano uscire sconfitti dal campo di battaglia senza alzare il livello dello scontro o, addirittura, arrivare all’utilizzo di armi tattiche nucleari.

E questo rende quanto meno problematica la terza pretesa di questo appello: l’idea che l’embargo possa impedire la “guerra globale”. Come si vede, quando la morale scende sul campo empirico – e da etica dell’intenzione si fa etica della responsabilità, per dirla con Weber – deve farsi carico delle proprie contraddizioni, non può far finta di nulla e cavarsela con qualche buon auspicio.

Ma l’errore sta a monte: chi dovrebbe agire e per raggiungere quale obiettivo? Possibile che Esposito e Urbinati non si rendano conto che qualcuno sta soffiando sul fuoco perché il suo obiettivo non è la pace ma la sconfitta sul campo della Russia, un suo indebolimento nello scenario internazionale se non un cambio di regime? E’ davvero possibile essere così ingenui e lasciarsi strumentalizzare dai guerrafondai? Sì, se si riduce il proprio linguaggio ad un universalismo astratto, se non si scende sul campo socio-economico.

Esposito e Urbinati, fidandosi di Stefano Feltri e del Governo dei Migliori (bontà loro), dicono che le conseguenze dell’embargo “sarebbero gravi, ma non catastrofiche” e dunque non ci si può tirare indietro, esso è moralmente necessario.

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Anche qui tre errori logici: anzitutto, l’inferenza è resa nulla dalla nullità argomentativa che la precede; in subordine, anche ammesso e non concesso si trattasse di una deduzione logica giusta, ciò non significa che le sanzioni economiche debbano coincidere necessariamente con l’embargo energetico; infine, cosa più grave di tutte, ci si dimentica di chiedere per chi quelle conseguenze sarebbero gravi ma non catastrofiche.

Che qualcosa non vada nel loro “ragionamento” lo intuiscono gli stessi Esposito e Urbinati che chiosano: “ciò rafforza la necessità di questa scelta. Ma non ne costituisce il motivo primario. Che riguarda il rapporto tra convenienza e vita umana”. Quindi siamo avvertiti che adesso arriva il piatto forte. Finora abbiamo giocato, sembrava stessimo argomentando, ma era così per allenamento. Ecco qua la portata principale, vale la pena leggerla nella sua interezza:

Come durante la pandemia si è detto che alcuni diritti alla libertà individuale possono essere per un certo periodo sacrificati alla sopravvivenza di molti, ciò vale a maggior ragione per la convenienza economica. Si dirà che non si tratta solo di riscaldare o refrigerare le nostre case, ma anche di rallentare il ritmo produttivo del paese. Se anche così dovesse essere, non ci sentiamo di comprare prodotti sporchi di sangue.

Partiamo dal fatto che durante la pandemia la limitazione della libertà individuale veniva giustificata per un bene più grande (la salute pubblica) che non solo impediva delle morti statisticamente certe ma investiva direttamente e indirettamente anche coloro che erano sottoposti a tali limitazioni: perché potenzialmente avrebbero potuto anch’essi finire in terapia intensiva o vedere qualcuno dei loro cari finirci.

Non c’è alcuna analogia con lo scenario di guerra in corso dove, casomai, ogni azione volta all’intensificazione del conflitto – compresa la sua intensificazione economica – potrebbe portare ad un peggioramento della situazione in Ucraina e nel resto d’Europa, per tacere delle vittime indirette che potrebbero essere causate dalle sanzioni stesse in Russia o in Occidente.

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Inoltre, nel caso di un embargo di tale portata occorre avere chiaro che esso colpirebbe in modo non uniforme i cittadini. Non si tratta più di limitare gli stessi diritti per tutti ma di modificare in modo sostanziale e non temporaneo la condizione economica di milioni di lavoratori.

Lo capiscono quelli del Sole 24 Ore ma non Esposito e Urbinati: se fossimo costretti a razionare certo non potremmo partire da ospedali, stazioni o grandi imprese energivore, per evidenti ragioni di impatto socioeconomico. Saremmo costretti a partire dalle famiglie e poi, a seguire, dalle Pmi. In caso di necessità dovremmo ridurre anzitutto i consumi di famiglie e scuole, ovviamente. In caso di aumento dei costi non potremmo certo colpire il settore industriale. Ergo, la crisi energetica la pagheranno i soliti noti.

Chi non si interroga sulle cause profonde della guerra arriverà sempre all’ultimo a proporre l’uovo di Colombo: tagliamoci il gas, io ho già abbassato il termosifone di due gradi che sarà mai? Ma la guerra ha cause che riguardano le gerarchie economiche e sociali che sono causa della stessa guerra e che non solo non verrebbero modificate da quelle decisioni economiche ma addirittura ne sarebbero ingigantite.

Lo sguardo del borghese benestante che trapela dalle frasi altisonanti con cui annuncia di poter ben rinunciare alla “casa riscaldata e refrigerata” o alla “privazione di qualche prodotto” fa intuire il punto di vista da cui l’appello è scritto. Non certo da quello di chi la casa già ora non può permettersi di “riscaldarsela”, né ha mai avuto un condizionatore per “refrigerarsela”. Non certo quello di chi alla “privazione di qualche prodotto” è già aduso da tempo.

Fermo restando quindi che l’impatto delle sanzioni così rappresentato è ovviamente capziosamente sottostimato, il punto più incredibile dell’appello è però l’ultimo: non ci sentiamo di comprare prodotti sporchi di sangue.

Dunque ora capiamo che tutto il “ragionamento” precedente è totalmente inutile e che l’appello poteva ridursi a questa frase: “la Russia invade l’Ucraina e noi per manifestare la nostra indignazione interromperemo ogni rapporto commerciale con essa”. Che sarebbe stato molto più serio del tentativo di abbellire questa dichiarazione d’intenti con motivazioni pragmatiche che non stanno in piedi.

Ma anche sulle motivazioni ideali sorgono dubbi enormi. Come giudicare il moralismo a fasi alterne degli intellettuali che improvvisamente scoprono che esistono prodotti “sporchi di sangue”? Li immaginiamo già boicottare tutte le merci che normalmente inondano gli scaffali dei supermercati rendendo i consumatori responsabili di soprusi e disastri ambientali di ogni tipo. Tacciamo, per carità cristiana, sul “dispendio di cervello, muscoli, nervi, mani” con cui Marx definiva il lavoro salariato.

La parte peggiore dell’appello è però la parte finale, quella che vorrebbe volare alto e invece si schianta a terra nella miseria culturale. Ad es., mentre ricordano “i cimiteri  di soldati americani sparsi lungo le coste della Normandia” ma tacciono dei soldati sovietici morti per la liberazione dell’Europa, Esposito e Urbinati non esitano a scrivere: “nazismo e stalinismo hanno fatto decine di milioni di morti, non possiamo assistere a un altro massacro senza reagire”. Qui la differenza tra l’intellettuale blasonato e Severgnini sta solo nel fatto che quest’ultimo identifica Putin con Hitler, mentre il primo peggiora la situazione e ci aggiunge lo stalinismo (per altro mettendolo sullo stesso piano del nazismo).

L’unica cosa da salvare in questo testo strampalato è la chiusa che sarebbe perfetta se fosse intesa in senso ironico: “L’Europa, a differenza dell’America, ha una lunga Storia”. Sì. peccato che mostra una insistente tendenza a dimenticarsela. “C’è qualcosa che l’Europa deve rivendicare come la propria eredità più nobile è precisamente la forza di reazione contro la barbarieda qualunque parte venga”. Esatto. Soprattutto dal suo interno.

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Marco Maurizi
Marco Maurizi
Filosofo e musicista. Si occupa di teoria critica della società e del pensiero dialettico. È autore, tra gli altri, di Quanto lucente la tua inesistenza. L'Ottobre, il '68 e il socialismo che viene, (Jaca Book 2018), La vendetta di Dioniso: la musica contemporanea da Schönberg ai Nirvana (Jaca Book 2018), Al di là della natura. Il capitale, gli animali e la libertà (Novalogos 2011).

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