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martedì, Luglio 5, 2022

Embedded: i giornalisti “arruolati” della tv pubblica

Secondo Aldous Huxley ci sono tre tipi di intelligenza: l’intelligenza umana, l’intelligenza animale e l’intelligenza militare. Ma da qualche anno ne esiste una quarta tutta interna al mondo del giornalismo: l’intelligenza embedded.

Embedded: i giornalisti “arruolati”

Indimenticabile la scena avvenuta nella notte dell’elezione di Trump, quando Giovanna Botteri si mise a piangere: cosa sarà di noi giornalisti se non siamo più in grado di influenzare l’opinione pubblica? Frase sincera e rivelatrice, che apriva tutto un mondo alla comprensione degli spettatori.

Ma qui vorrei porre un problema minore, che però in circostanze particolari diventa urgente e drammatico: quello di Lucia Goracci.

Lei è la brava la giornalista perennemente accigliata e dolente che ha avuto in appalto fin dal principio le cosiddette “primavere arabe” e ciò che sia pur lontanamente somiglia loro.

Il compito che si è assunta è quello di fornire ogni sera brevi pillole di conformismo, senza dare neppure per sbaglio elementi di analisi. Un pistolotto politico, che deve muovere all’esecrazione dei cattivi e all’indignato condolersi coi buoni e perseguitati: i cinque minuti di odio di Orwell riassunti nei due minuti concessi dai tempi televisivi.

Embedded: i giornalisti "arruolati" della tv pubblica

L’abbiamo vista in azione per la prima volta nella presunta primavera libica, quando per tre mesi mostrò un semiarticolato grigio – sempre lo stesso – con sopra un miliziano con la barba che sparacchiava in aria con il mitra, mentre magnificava la resistenza degli insorti al tiranno Gheddafi sotto le bombe della Nato.

Poi si è occupatadella Siria del tiranno Assad, diffondendo tutte le opinabili notizie che giungevano principalmente dal fantomatico “Osservatorio siriano per i diritti umani“, incurante di sostenere le gesta del Daesh che operava in quel fronte.

Si è occupata talvolta di Libano e Palestina, ma ha prediletto l’informazione sulle vicende iraniane. Col suo stile: nessuna analisi, informazione emozionale, cioè esecrazione delle malvagità dell’odioso regime.

Ora è passata all’Afghanistan e qui la faccenda diviene pericolosa, perché quella è una situazione in divenire che sarà sempre più centrale e complessa.

Dinanzi a essa lo spettatore che paga il canone avrebbe diritto ad una informazione il più possibile articolata e approfondita, e invece si ritrova questi giornalisti embedded…

Abbiamo ampiamente capito che i talebani sono cattivi, non c’è bisogno di ripetercelo ogni sera. Ma forse i tempi sono maturi perché la Rai si doti di un vero giornalista capace di analisi e rinunci alla propaganda dozzinale del suo giornalismo embedded.

Il ritorno dei talebani: c'è un Afghanistan che non ci hanno raccontato

 

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Gianpasquale Santomassimo
Gianpasquale Santomassimo
Storico e docente italiano. Ha insegnato presso il Dipartimento di storia dell'Università di Siena. Autore di "Antifascismo e dintorni" (Manifestolibri, 2004)

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