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mercoledì 18 Maggio 2022
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La crisi dell’egemonia russa e il suo colpo di coda

Questa guerra è il colpo di coda di un regime politico alle corde e fa definitivamente precipitare la lunga crisi di egemonia russa.

Di Guido Carpi*.

La crisi dell’egemonia russa

«Mio nonno e mia nonna sono sepolti in Ucraina. Com’è, Vladimir Vladimirovič, che i carri armati del mio Paese passano sopra le loro tombe, mentre a difenderle sarà il paese che noi chiamiamo “nemico”?» (cit.)

Nessuno di noi aveva previsto questa guerra, soprattutto perché non capivamo che obiettivi avrebbe potuto avere: essa appariva e appare controintuitiva e illogica.

E invece, quanto sta accadendo oggi è il punto di deflagrazione di fattori di durata molto diversa: nel lungo periodo, la crisi definitiva di un’idea imperiale-nazionale ottocentesca che – “messa in soffitta” lungo tutto il Novecento dall’esperimento sovietico – viene oggi riattualizzata in modo anacronistico da un regime politico che non riesce a trovare alcun altro collante identitario; nel periodo medio, l’uscita caotica e traumatica dall’esperienza unitaria e multinazionale sovietica, con una sostanziale incapacità (da parte di tutte le nuove formazioni statuali) di riorganizzare i rapporti fra Paesi legati da mille fili storici, etnici, identitari; nel qui e ora, il tentativo da parte di Putin di “rovesciare il tavolo” di un contesto di rapporti internazionali in cui il tempo lavora contro di lui.

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Se adesso gli appare ancora possibile rendere inoffensiva e marginale l’Ucraina, fra cinque-dieci anni ciò sarebbe stato palesemente impossibile.

Ma l’imperialismo, piaccia o meno, bisogna saperlo fare, bisogna avere i mezzi, le idee, gli alleati per farlo, e chiunque conosca l’Europa orientale lo sa benissimo: la battaglia per l’egemonia di Mosca in quell’area è perduta.

Le sue frontiere occidentali sono costellate di vicini che – da Tallinn a Bucarest, da Varsavia a Kiev – non ne vogliono più sapere di lei. Poi su tutto il resto possono detestarsi e pestarsi i piedi, ma su questo sono unanimi: mai più con Mosca.

Questa guerra è il colpo di coda di un regime politico alle corde e fa definitivamente precipitare la lunga crisi di egemonia russa: Putin ha fatto una serie di scelte. Ogni scelta riduce le scelte successive, finché non ti resta nulla.

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La guerra finirà presto, e finirà in un disastro prima e soprattutto per la Russia stessa. Essa è infatti governata da un sistema di potere logoro e senescente, punto di equilibrio sempre più fragile fra lobby e corporazioni dagli interessi contrastanti; è istituzionalmente fragile, fondata sulla gestione clientelare e paternalistica di una complessa architettura federale (molti dei cui soggetti etnicamente non russi non possono certo vedere con favore la svolta imperial-nazionale di Putin); è economicamente interconnessa con l’Occidente, in una posizione di subalternità su tutti i fronti, tranne quello gasifero; ha un’opinione pubblica demoralizzata e disillusa, che reagirà certamente con rabbia agli inevitabili, enormi costi di una guerra impopolare (moltissimi russi hanno legami di origine e/o parentela in Ucraina).

Il risultato, se il sistema di potere russo attuale riesce a mantenersi, sarà una Russia cacciata nell’angolo degli “Stati canaglia”, impoverita, costretta forse ad affidarsi alla Cina come partner subalterno, a fronte di un rafforzamento della NATO a occidente e di un’inedita centralità nell’area proprio dell’Ucraina, che da questo conflitto acquisterà prestigio, ritrovata coesione patriottica e – prevedibilmente – una lunga egemonia politica della destra nazionalista più intransigente.

Questa Ucraina sarà la chiave di volta della politica USA (molto meno di quella “europea”) nell’area slavo-orientale, fino a un sostanziale riequilibrio – o addirittura rovesciamento – di ruolo con la Russia, o di ciò che ne resterà.

Come ne può uscire la Russia?

1) In continuità bene o male col sistema di potere attuale, con le conseguenze appena descritte e un inevitabile declino di lunga durata;

2) con un colpo di Stato e con la deposizione di Putin per preservare gli interessi lobbistici e corporativi che questo non tutela più;

3) con un ricambio reale di direzione politica;

4) col collasso dello Stato. Le possibili conseguenze di ognuno di questi scenari sono troppo chiare perché le debba illustrare.

Chi, come noi, è legato con mille fili a quel Paese e a quel popolo, non può non vivere questo momento con terribile angoscia. Cosa possiamo fare? Poco, ma questo poco facciamolo.

Aiutiamo i russi “pensanti” (quelli non accecati dalla propaganda e dal risentimento, e sono tanti!) a non sentirsi soli, a elaborare la tragedia che sta colpendo prima di tutto i loro fratelli ucraini, ma anche loro in quanto corresponsabili di questa aggressione, con tutto lo strascico di vergogna, di umiliazione, di paura per il futuro; sosteniamoli nel loro tentativo di elaborare gli strumenti per pensare a un “dopo”, per aggregare la parte maggiore possibile di opinione pubblica intorno a idee nuove, per una rigenerazione del Paese, dello Stato, della propria identità.

Non sarà facile: la Russia pare entrata in un vicolo cieco. Ma come dico sempre durante la prima lezione del primo anno (mostrando loro la grande moschea affratellata alla cattedrale ortodossa entro le mura del cremlino di Kazan’): “La Russia è una comunità di destino, una grande famiglia di popoli, di storie, di identità, di lingue e di culture unite nella diversità. In questo ci è di esempio. Questo (non una tossica “idea russa”) essa può dare al mondo. O è questo o non è”.

Io ci credo. I miei fratelli ci credono.

*Guido Carpi, professore di Lingua e letteratura russa presso l’Orientale di Napoli ma soprattutto profondo conoscitore – sul campo e da lunghissimo tempo – della realtà russa ed ucraina.

 

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