Incendi nelle strade e scontri con la polizia a Brasilia da parte dei sostenitori del presidente uscente Jair Bolsonaro, sconfitto alle elezioni da Lula, ma che si è rifiutato di riconoscere il risultato.
Bolsonaro, tentazioni golpiste
Jair Bolsonaro, dopo aver presentato e perso un ricorso alla Corte suprema elettorale, sul risultato delle elezioni che hanno visto la vittoria di Lula, nello stile trumpiano con effetto Capitol Hill, ha istigato la sua base elettorale più estrema ed organizzata.
Il risultato? Autobus e auto dati alle fiamme, e guerriglia urbana, assalto al comando di polizia. Ma il presidente uscente, su tutto questo, non ha avuto nulla da ridire.
Claudia Fanti sul Manifesto ha così commentato: “Non avendo al momento le forze per impedire a Lula di prendere il potere il primo gennaio, cerca quantomeno di creare il caos. Si spiega così la notte di terrore promossa lunedì a Brasilia, con la tentata invasione della sede della Polizia federale e con vari veicoli dati alle fiamme”.
Tutto questo è accaduto nel giorno in cui Lula ribadiva il suo “impegno a costruire un vero stato democratico, a garantire la normalità istituzionale e a lottare contro le ingiustizie”, ricevendo per la terza volta, dal Tribunale superiore elettorale, l’ufficialità di presidente eletto – quello che gli consente, insieme al suo vice Geraldo Alckmin, di assumere l’incarico l’1 gennaio.

Bolsonaro e le ultime cartucce
L’ex presidente questo sabato aveva rotto il silenzio che manteneva da 40 giorni, esprimendo davanti ai suoi sostenitori “dolore nell’anima, per la sua sconfitta al ballottaggio ed esortando le forze armate a restare unite per affrontare il socialismo e garantire la libertà del popolo brasiliano”.
Ad agitare Bolsonaro non solo il potere perduto ma soprattutto le temute rese dei conti per una destra estremista che, rifiutando l’esito del voto e invocando l’intervento dell’esercito, aveva già organizzato manifestazioni e blocchi stradali, trovando poi rifugio, come ha denunciato qualche deputato, nel quartier generale dell’esercito a Brasilia o, come nel caso del blogger Oswaldo Eustáquio (già sotto indagine per il caso delle cosiddette milizie digitali), addirittura nel Palácio da Alvorada: la residenza ufficiale del presidente.
In questa situazione altamente incendiabile Lula sta lavorando per garantire un rapido ritorno alla tranquillità: il suo primo ordine ai nuovi comandanti militari, le cui nomine saranno presto rese note, sarà infatti proprio quello di mettere fine agli atti dei bolsonaristi di fronte alle diverse caserme del paese.

(Fonte – Manifesto\ Remocontro)
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