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lunedì 8 Marzo 2021
Polis L'era Trump finisce tra pallottole, selfie e costumi da Batman

L’era Trump finisce tra pallottole, selfie e costumi da Batman

La presidenza di Trump finisce tra pallottole e selfie dei suoi sostenitori ma non è una pagina nera della democrazia americana, è l’America.

L’era Trump finisce tra pallottole e selfie

Il fiume di narrazioni retoriche che stanno accompagnando la cronaca di queste ore sui fatti accaduti a Washington, scandiscono parole che sono già di per se titoli ai posteri per medio riflessivi: “il giorno nero della democrazia americana“, “la notte più buia“, “scene dal sudamerica“, manca solo l’omaggio a Philip Dick con “La svastica sul sole“.

In realtà i fatti gravissimi di ieri, il rinvio della certificazione elettorale della vittoria di Joe Biden, con 4 morti, 13 feriti e un numero imprecisato di arresti (a proposito, come sono morte queste persone? Era proprio necessario? Ci sono stati scontri a fuoco o cosa? Nel furore mediatico nessuno ha posto queste domande e, ancor peggio, ancor nessuno ha dato una risposta), rientrano in una più grande e complessa pagina nera del gigante americano, all’interno di un libro fatto di luci, slanci vitali, ma anche di tanta oscurità e violenza. Un paese che fondamentalmente dall’altra parte dell’oceano fatichiamo a  comprendere.

L'era Trump finisce tra pallottole, selfie e costumi da Batman

Un paese che vive sulle contradizioni: la più grande democrazia del mondo, definizione che diamo tutti per buona senza chiederci il perché  (lo dicono tutti sarà cosi: effetto band wagon),  è anche il paese con il più imponente sistema carcerario e repressivo dell’occidente (Con meno del 5% della popolazione mondiale, gli USA hanno circa il 25% della popolazione carceraria mondiale. Secondo l’International Centre of Prison Studies presso il King’s College London, di questi 7,2 milioni, 2,3 sono effettivamente in prigione. Gli USA detengono il primato anche per il più alto tasso di incarcerazione: circa 751 persone in prigione per ogni centomila abitanti).

Il paese più ricco del mondo che ha intere fasce di popolazione al di sotto della soglia di povertà, con problemi di malnutrizione e di accesso alle cure mediche.

Ricordiamo per esempio la macabra vicenda della città di Flint (Michigan), resa nota ai più dal documentario di Michael Moore, agnello sacrificale del neoliberismo che per riassestare il bilancio delle casse comunali causa una crisi idrica da avvelenamento di piombo che intossica una popolazione già mortificata da deindustrializzazione, disoccupazione ed altissimi tassi di criminalità.

La grande democrazia in cui a regnare come fosse la norma e non l’eccezione è la diffusione delle armi, con il peso crescente che la National Rifle Association ha assunto negli anni, diventando punto di riferimento per il partito repubblicano e bestia feroce da non disturbare per i democratici.

Il paese multietnico per eccellenza che ha passato l’ultimo anno tra una rivolta e l’altra per le violenze della polizia sui cittadini neri.

La più grande democrazia del mondo, lo rimarchiamo, che è anche il paese coinvolto in più guerre dal 45 ad oggi, in tentativi di colpi di stato, e anche l’unico ad aver utilizzato armi nucleari.

Le scene sudamericane di cui parlavano i commentatori all’unisono su tutti gli speciali in tv, sono una sorta di karma rovesciato a ben pensare, ripensando al piano condor e a tutti i vari caudilli a cui hanno stretto la mano.

Però hanno Noam Chomsky, Woody Allen, i Rage against The Machine, Pamela Anderson, Joan Baez e Robert Redford: se il il 900 è stato il secolo tedesco per la cultura umanista, è stato allo stesso modo il secolo americano per la cultura popolare. È difficile essere antiamericani tout court. E nemmeno è quello il punto.

C’è chi dice che un europeo non potrà mai comprendere un americano: come può, chi pensa che lo Stato sia la soluzione a tutti i suoi problemi, comprendere le motivazioni, le ragioni e i sentimenti di chi invece crede che lo Stato ne sia la causa?

L’America che vediamo è una commistione di capitalismo sfrenato e reti di solidarietà locale, di armi e irrefrenabile pulsione verso la libertà; di attaccamento alla politica e l’orgoglio nazionale spesso pittoresco e talvolta ridicolo. E ancora le faglie di frattura che ancora oggi risalgono all’antica Guerra Civile.

L'era Trump finisce tra pallottole, selfie e costumi da Batman

Iperboli a parte resta il fondo di verità, e cioè che noi dell’America in effetti conosciamo poco e non siamo sicuri neanche di capire in pieno quel poco che conosciamo. E nell’approcciarsi a essa, viviamo di ondate emotive, adolescenziali infatuazioni e asprissime esecrazioni.

Tutto ciò non è una filippica per alzare il pugno al cielo e recitare la parte degli anti imperialisti ma, molto più sommessamente, far notare che lo shock delle immagini di Washington non è un unicum ma un ulteriore tassello di una Guernica democratica a stelle e strisce.

La presidenza Trump finisce così: non con il suo lamento ma tra le pallottole, il sangue, i selfie ed energumeni conciati come il bigfoot delle leggende montanare nordamericane. C’era anche un Batman ad assaltare il Palazzo d’Inverno. Un Batman…

L'era Trump finisce tra pallottole, selfie e costumi da Batman

 

 

 

 



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Alexandro Sabetti
Vice direttore di Kulturjam.it -> Ha scritto testi teatrali e collaborato con la RAI e diverse testate giornalistiche tra le quali Limes. Ha pubblicato "Il Soffione Boracifero" (2010), "Sofisticate Banalità" (Tempesta Editore, 2012), "Le Malebolge" (Tempesta Editore, 2014).

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