Da trent’anni i La Russa, i Gasparri sono delle simpatiche comparse, certo un po’ canaglie, dei salotti televisivi, nei quali lo spettacolo impolitico accende la tifoseria dell’antifascismo a convenienza.
L’antifascismo a targhe alterne
Nel 1994 il neo-liberalismo conquistò lo Stato, non il Governo. Già da due anni era entrata in vigore la nuova Costituzione economica, tutta concorrenza e consumatori, che necessitava di un cambio di paradigma politico.
Perché questa rottura risultasse funzionante e inattaccabile si aveva l’impellenza di cambiare totalmente l’arco costituzionale rispetto a quello dei partiti di massa che idearono la Costituzione.
Ebbene all’interno di questo nuovo assetto, irreggimentato da due contenitori diversamente destrorsi e liberali, dovevano trovare casa anche i fascisti.
La nascente Seconda Repubblica li iniziò a corteggiare, adulare, non dimentica dell’opera di appoggio che furono in grado di dare al lavoro dei giudici. Il primo a rendergli onore fu Berlusconi. Ma da lì fu tutto un susseguirsi di concessioni, onore delle armi, con patenti di onorabilità. Pian piano la guerra di liberazione è stata reinterpretata come una guerra civile, le foibe hanno avuto il loro giorno del ricordo, Gianfranco Fini un salvatore della democrazia. Luciano Violante gli donò una precoce credibilità.
Da trent’anni i La Russa, i Gasparri sono delle simpatiche comparse, certo un po’ canaglie, dei salotti televisivi, nei quali lo spettacolo impolitico accende le tifoserie. Qualche beffarda risatina, qualche darsi di gomito, e qualche gazzarra un tanto al chilo.
Quindi quale potrà mai essere la sorpresa? I liberali ai fascisti, anche nella loro versione ammodernata, un po’ cialtrona ma rispettabile, hanno sempre concesso il palcoscenico. Tanto da inneggiare a battaglioni con le svastiche, trasformate in simboli del sole. Sempre nel nome della libertà.
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