Palestine Action contro Downing Street: il tribunale smonta l’isteria antiterrorismo

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L’Alta Corte dichiara illegittimo il divieto contro Palestine Action: sproporzionato e lesivo della libertà di espressione. Oltre 2.700 arresti rischiano di trasformarsi in cause milionarie contro la polizia. Un boomerang per il governo britannico.

Terrorismo o dissenso? L’Alta Corte smaschera Downing Street

Il governo britannico ha provato a fare un’operazione chirurgica: trasformare un gruppo di azione diretta in un’organizzazione terroristica, così da sterilizzare la protesta contro il sostegno del Regno Unito a Israele. Il risultato? Una sentenza dell’Alta Corte che definisce illegittima la messa al bando di Palestine Action per violazione del principio di proporzionalità e per aver ignorato l’impatto sulla libertà di espressione. Non un dettaglio procedurale: un colpo al cuore dell’operazione politica.

La decisione, firmata da Dame Victoria Sharp, Dame Karen Steyn e Sir Jonathan Swift dopo oltre due mesi di deliberazione, stabilisce che solo un numero limitato di azioni del gruppo rientrava nella definizione di terrorismo prevista dal Terrorism Act 2000. Il resto resta materia di diritto penale ordinario. Traduzione: vandalismo e danneggiamento non equivalgono automaticamente a terrorismo. Un concetto che sembrava smarrito nei corridoi di Whitehall.

Il divieto – promosso dall’allora ministra dell’Interno Yvette Cooper – equiparava Palestine Action ad Al Qaeda e Isis. Un salto logico che nemmeno i documenti interni del Joint Terrorism Analysis Centre (JTAC) sostenevano con convinzione: su 385 episodi, solo tre casi di “grave danno alla proprietà” erano stati ritenuti rilevanti ai fini della soglia. E il Proscription Review Group aveva definito l’operazione “inedita e senza precedenti”. Non esattamente un endorsement entusiasta.

Libertà di parola sotto sequestro

Il cuore della sentenza è politico oltre che giuridico: il governo non ha effettuato un corretto test di proporzionalità e non ha considerato adeguatamente l’impatto sulla libertà di protesta. In altre parole, ha usato un martello antiterrorismo per colpire un chiodo di dissenso.

Dal luglio 2025, oltre 2.700 persone sono state arrestate in base al divieto: pensionati, disabili, ex sacerdoti, un veterano della RAF. Persino chi indossava una maglietta con scritto “Plasticine Action” è finito in manette. La legislazione antiterrorismo, nata per contrastare minacce armate, è stata impiegata per reprimere cartelli con la scritta “Mi oppongo al genocidio”. È difficile non notare la sproporzione.

La polizia metropolitana, messa ora in una “posizione insolita”, ha dichiarato che non procederà più ad arresti per semplici manifestazioni di sostegno, limitandosi a raccogliere prove in vista di eventuali sviluppi. Una sospensione di fatto, mentre il governo annuncia ricorso. Nel frattempo, Amnesty International UK invita Downing Street a fermarsi: “È stato un errore disastroso”, ha detto Tom Southerden.

Un boomerang giudiziario

Se la sentenza verrà confermata in appello, le conseguenze potrebbero essere devastanti per l’apparato di sicurezza. Secondo l’ex avvocato governativo Tim Crosland, migliaia di azioni legali potrebbero colpire polizia e Ministero dell’Interno per arresti illegali. Anche con una stima prudente di 10.000 sterline a persona, il conto rischia di essere salato. Una lezione costosa su cosa significhi forzare il diritto per fini politici.

Il caso segna un precedente storico: è la prima volta che un gruppo vietato riesce a contestare con successo la propria proscrizione. Huda Ammori, cofondatrice di Palestine Action, ha parlato di “vittoria monumentale”. Jeremy Corbyn ha definito la decisione una rivincita per chi ha avuto “il coraggio di opporsi al genocidio”.

Resta la questione di fondo: perché bandire Palestine Action? L’azione scatenante è stata l’irruzione nella base RAF di Brize Norton con vernice rossa spruzzata su due aerei. Un gesto simbolico, certamente illegale. Ma sufficiente per invocare la categoria di terrorismo? Lo stesso revisore indipendente della legislazione antiterrorismo, Jonathan Hall KC, ha smentito l’esistenza di prove credibili su presunti legami con l’Iran, evocati in conferenze stampa governative e amplificati dalla stampa.

Il documentario di Channel 4 Dispatches e un’inchiesta di Private Eye suggeriscono che la narrativa sul coinvolgimento iraniano sia stata gonfiata da un’agenzia di pubbliche relazioni. Se così fosse, la costruzione del “pericolo esterno” avrebbe avuto più a che fare con la comunicazione politica che con l’intelligence.

Il governo ha tentato di trasformare una campagna di azione diretta contro l’industria bellica in una minaccia esistenziale allo Stato. L’Alta Corte ha ricordato che il diritto non è un’arma retorica. E che, in democrazia, la libertà di parola non può essere compressa con leggerezza. Downing Street potrà appellarsi, ma il danno politico è già fatto: quando si usa l’antiterrorismo per zittire il dissenso, si finisce per indebolire lo Stato di diritto che si pretende di difendere.

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