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Oltre 70 minatori uccisi in Sud Sudan, mentre in Sudan la guerra tra esercito e RSF continua tra stupri sistematici e bombardamenti sui civili. 457 feriti al confine con il Ciad. Il potere si riorganizza, ma la guerra resta. E il mondo osserva.
Sudan dimenticato: miniere di sangue e guerre senza testimoni
Più di settanta minatori uccisi in Sud Sudan. Non in un fronte militare, non in uno scontro dichiarato, ma in un sito estrattivo. Un luogo di lavoro trasformato in campo di esecuzione. Il dato, nella sua brutalità, basterebbe da solo. Ma è il contesto a renderlo ancora più significativo: governo e opposizione si accusano a vicenda, nessuno rivendica, nessuno risponde.
È la grammatica consolidata dei conflitti africani contemporanei: violenza diffusa, responsabilità opache, civili come bersagli impliciti. Il Sud Sudan, formalmente pacificato dall’accordo del 2018, continua a vivere in una condizione di instabilità cronica. Le milizie restano attive, le catene di comando frammentate, e le risorse – oro in primis – diventano moltiplicatori di conflitto.
Le miniere non sono solo luoghi economici. Sono nodi strategici. Controllarle significa finanziare eserciti, milizie, apparati paralleli. E quando il controllo è conteso, la violenza diventa metodo di gestione.
Darfur e confini: la guerra come sistema
Se il Sud Sudan rappresenta una crisi cronica, il Sudan è ormai una guerra strutturata. Dal 2023, lo scontro tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) guidate da Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (RSF) ha trasformato il Paese in un mosaico di fronti.
Nel Darfur, secondo fonti riconducibili alle Nazioni Unite, le RSF e milizie alleate utilizzano sistematicamente la violenza sessuale come strumento di controllo territoriale. Non episodi isolati, ma una strategia. Colpire i corpi per dominare le comunità. È una logica che non appartiene all’emergenza, ma alla pianificazione.
Nel frattempo, lungo il confine con il Ciad, la guerra assume una forma più “tecnologica”: droni, attacchi mirati, bombardamenti su aree civili. Dal febbraio 2026, Medici Senza Frontiere ha trattato almeno 457 feriti nella città di Tine, operando in condizioni sempre più precarie. Il dato non è solo sanitario. È politico. Indica la normalizzazione del bombardamento su popolazioni non combattenti. E mentre il sistema sanitario collassa, la comunità internazionale produce comunicati.
Il potere si riorganizza, la guerra continua
La nomina del generale Yassir al-Atta a capo di stato maggiore delle Forze Armate Sudanesi non è un dettaglio tecnico. È il segnale di una ristrutturazione profonda del comando militare nel pieno del conflitto.
Al-Atta, figura già centrale nel Consiglio Sovrano, è noto per posizioni dure, inclusa l’apertura all’integrazione di gruppi islamisti nell’esercito. Una scelta che indica una possibile radicalizzazione del conflitto, più che una sua stabilizzazione. Non solo. Il generale è anche un critico esplicito degli Emirati Arabi Uniti, spesso indicati come attori indiretti nella guerra sudanese. Il che suggerisce che il conflitto, già interno, potrebbe ulteriormente intrecciarsi con dinamiche regionali.
Il risultato è un paradosso solo apparente: mentre il potere si riorganizza, la guerra non si avvicina alla conclusione. Cambia forma, si redistribuisce, ma resta. Un continente lasciato alla propria combustione
Il filo che lega Sud Sudan e Sudan è evidente: risorse, milizie, fragilità statale. Ma soprattutto, una costante rimozione mediatica e politica. Finché restano confinati in un’area percepita come marginale, possono continuare a bruciare senza urgenza.

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