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L’operazione USA contro Maduro segna la fine della finzione del cosiddetto “ordine internazionale”. Un’azione giuridicamente fragile, militarmente incontestata e politicamente rivelatrice, che parla meno al Venezuela e molto di più alla Cina e al futuro dell’egemonia occidentale.
Venezuela: quando l’ordine occidentale smette di fingere*
L’operazione banditesca statunitense contro la leadership venezuelana segna un punto di non ritorno, non tanto per ciò che accade sul piano militare, quanto per ciò che viene definitivamente archiviato sul piano simbolico. Il cosiddetto “diritto internazionale“, evocato per anni come architrave morale dell’Occidente, viene gettato nello scarico senza più neppure la cortesia della dissimulazione. Non che qualcuno vi credesse davvero, ma le ultime foglie di fico servivano ancora a rendere presentabile l’arbitrio. Ora non più.
La giustificazione giuridica dell’azione è di una fragilità quasi comica. Washington stabilisce unilateralmente che Nicolás Maduro è un criminale; di conseguenza, decide che arrestarlo ovunque e comunque rientra nella protezione del proprio personale. Nessun passaggio congressuale, nessun mandato internazionale, nessuna verifica indipendente. È diritto imperiale allo stato puro: l’accusa coincide con la sentenza, l’atto con la legittimità.
Le imputazioni, poi, sembrano uscite da un manuale di narrativa securitaria: narcotraffico, narco-terrorismo, armi di distruzione, cospirazioni multiple. Un elenco talmente inflazionato da rendere surreale il tentativo di presentarlo come fondamento serio di un’operazione contro un capo di Stato in carica. Se il criterio fosse davvero questo, metà dei “partner strategici” occidentali meriterebbero una visita notturna delle forze speciali.
L’illusione dell’operazione chirurgica
Non sorprende che, nel consueto riflesso pavloviano, molti commentatori abbiano immediatamente invocato il confronto con l’Ucraina. “Ecco come si fa un’operazione speciale”, si dice, con una punta di malcelato compiacimento. Il paragone, però, non regge nemmeno per pochi secondi.
L’intervento russo non aveva come obiettivo l’arresto di Zelensky, né la sua eliminazione politica o fisica. Si muoveva — a torto o a ragione — entro una logica di sicurezza strategica che chiamava in causa NATO, Stati Uniti e assetti europei. Zelensky, per struttura istituzionale e peso reale, non è mai stato il perno del potere ucraino nello stesso modo in cui Maduro lo è per il Venezuela.
Ancora più evidente è la sproporzione sul piano dei rapporti di forza. L’Ucraina ha beneficiato fin dall’inizio di un sostegno militare, logistico e finanziario senza precedenti, con confini aperti, linee di rifornimento intoccabili e un’alleanza militare formalizzata alle spalle. Il Venezuela no: dispone di partnership economiche e politiche, non di un ombrello militare paragonabile.
La prova decisiva, tuttavia, è l’assenza totale di resistenza armata. Nessuna difesa aerea, nessun intervento dell’aviazione, nessun utilizzo dei sistemi spalleggiabili in dotazione alle forze terrestri. Questo dato restringe drasticamente le ipotesi: o esiste un accordo con settori dell’apparato statale venezuelano, o le forze armate sono state svuotate fino all’irrilevanza. In Ucraina non si è verificata né l’una né l’altra condizione.
Il bersaglio reale non è Caracas
L’operazione, in realtà, va letta altrove. Non a Mosca, ma a Pechino. La Russia non possiede né interessi strategici decisivi né capacità di proiezione significativa in Sud America. La Cina sì. Petrolio, minerali, infrastrutture, credito: il Venezuela è uno snodo rilevante della sua penetrazione economica globale.
Ed è qui che emerge la vera asimmetria: Pechino ha interessi vitali, ma nessuna capacità militare per difenderli fuori dal proprio perimetro regionale. Se Washington decide di rimettere le mani su risorse considerate “strategiche”, la Cina non può fare altro che osservare. Degli interessi del paese colpito, naturalmente, non si discute nemmeno.
Quando nei documenti strategici statunitensi si parlava di “attori non emisferici” da escludere dall’area di influenza americana, il riferimento era precisamente a questo scenario. I prossimi interrogativi riguardano il futuro: come reagiranno Cina, Iran e gli altri BRICS a una dottrina che non nasconde più la propria natura coercitiva?
L’Europa, in tutto questo, resta fedele al proprio ruolo: quello dell’assenza.

* Riassunto e adattamento da War Zone di Francesco Dall’Aglio
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