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ISIS “risvegliato”: la bomba siriana che l’Europa finge di non vedere

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Il collasso delle carceri ISIS nel Nord-Est della Siria riattiva una minaccia diretta per l’Europa. Migliaia di jihadisti, inclusi foreign fighters europei, tornano in circolazione. Non è caos regionale: è una crisi di sicurezza continentale.

La Siria che ritorna: come l’ISIS è stato riacceso sotto gli occhi dell’Europa

L’Europa ama raccontarsi che le guerre finiscono quando smettono di fare rumore. Il Nord-Est della Siria dimostra il contrario: ciò che viene messo in pausa, se non risolto, torna con interessi. La crisi in corso non è una coda della guerra civile, né un incidente regionale. È la riattivazione di un dossier che l’Occidente aveva archiviato con troppa fretta: l’ISIS, trasformato oggi in leva strategica in un quadrante che tocca direttamente la sicurezza europea.

Le operazioni militari nelle aree controllate fino a poco tempo fa dall’Amministrazione Autonoma del Nord-Est della Siria non mostrano alcuna transizione ordinata. Milizie tribali, unità irregolari con precedenti jihadisti e forze riconducibili a Damasco avanzano mentre i comunicati parlano di integrazione delle SDF e di cessate il fuoco. Sul terreno, però, non si stabilizza nulla: si colpiscono nodi sensibili, si sgretola il sistema di sicurezza, si apre deliberatamente la falla più pericolosa, quella delle prigioni dell’ISIS.

Le carceri come obiettivo politico

Le rivolte e le evasioni nelle strutture di al-Shaddadi, al-Aqtan e nelle aree collegate ai campi di al-Hol e al-Roj non sono “danni collaterali”. Le modalità sono troppo coerenti: assedi, tagli a elettricità e acqua, bombardamenti selettivi, ritiro delle forze di guardia. Tutto indica una volontà precisa: smantellare il dispositivo di contenimento dei jihadisti.

Il risultato è la dispersione di migliaia di detenuti ad altissimo rischio: veterani di battaglia, quadri intermedi, foreign fighters europei. Non si tratta di reduci sconfitti, ma di sopravvissuti addestrati alla clandestinità, alla rete, alla guerra asimmetrica. Un capitale umano che, una volta rimesso in circolazione, non scompare: muta.

Qui si consuma il fallimento del modello “post-Califfato”, basato su una finzione: detenere senza processo, senza strategia politica e senza assumersi responsabilità. Dal 2019 il contenimento si reggeva su quattro pilastri ormai frantumati: il controllo territoriale delle SDF, la detenzione extragiudiziale, la gestione dei campi familiari senza programmi di de-radicalizzazione e il rifiuto europeo del rimpatrio. Quando questo equilibrio cede, non nasce il vuoto: nasce il movimento. E nel jihadismo il movimento è rigenerazione.

Il ritorno che nessuno vuole vedere

Secondo stime consolidate di ONU, coalizione internazionale e intelligence occidentali, nel Nord-Est della Siria erano detenuti 8.000–10.000 combattenti ISIS in circa una dozzina di strutture. Nei campi di al-Hol e al-Roj vivono oltre 60.000 persone, in gran parte donne e minori, ma con una presenza significativa di ex combattenti e facilitatori. Tra i detenuti, 1.500–2.000 sono cittadini europei, provenienti soprattutto da Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Regno Unito e Balcani.

La perdita anche parziale del controllo su questo bacino non genera un allarme simbolico, ma una massa critica in grado di riattivare reti transnazionali. Non necessariamente attentatori immediati, ma moltiplicatori di instabilità: radicalizzatori silenziosi, facilitatori logistici, reclutatori informali, attori di violenza a bassa intensità. Individui con passaporti europei, conoscenza delle città e delle fragilità sociali. E una rabbia che non ha bisogno di un territorio per organizzarsi.

Ignorare questa dinamica significa preparare una stagione di terrorismo diffuso, frammentato, difficilmente attribuibile. Esattamente il tipo di minaccia che i sistemi di sicurezza faticano di più a prevenire.

Gli Stati Uniti, intanto, praticano una rimozione strategica della responsabilità. Hanno costruito il sistema di detenzione delegandone la gestione alle SDF, senza mai affrontare il nodo giuridico e politico. Il progressivo disimpegno dalla regione e l’assenza di una linea rossa credibile sulla protezione delle carceri hanno reso il collasso inevitabile. Le prigioni dell’ISIS non erano un problema locale: erano una bomba globale.

Oggi Washington continua a trattare il dossier come chiuso, intervenendo con raid e comunicati rassicuranti. Ma la minaccia non è stata eliminata: è stata semplicemente spostata. E, come spesso accade, verrà spostata verso l’Europa.

L’Europa davanti alla propria omissione

Il Nord-Est della Siria è diventato uno snodo della sicurezza euro-mediterranea. La crisi delle carceri ISIS non è una questione umanitaria, ma un moltiplicatore di instabilità strategica. L’Unione Europea ha scelto finora la via più comoda: rifiutare i rimpatri, tollerare la detenzione indefinita, ipotizzare scorciatoie come tribunali lontani dai propri confini. Non è una strategia, è una rimozione.

Se l’Europa vuole evitare che la crisi siriana si trasformi in una minaccia interna, deve assumersi responsabilità: rimpatri selettivi e processi nei Paesi d’origine; un meccanismo giudiziario europeo; cooperazione d’intelligence rafforzata; gestione post-detentiva. Il rischio zero non esiste, ma il rischio non gestito è sempre peggiore.

Il punto non è più se l’Europa possa permettersi di agire. È se possa permettersi di continuare a non farlo.

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