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Ufficiali israeliani accusati di crimini di guerra a Gaza possono circolare e fare eventi in Italia senza conseguenze. Tra vuoti normativi e inerzia politica, il Paese è una zona franca.
Il generale israeliano in vacanza e la giustizia a intermittenza
C’è qualcosa di singolare – e forse non così casuale – nella leggerezza con cui certi nomi attraversano i confini europei. Non turisti qualunque, ma figure controverse, gravate da accuse che, se provenissero da altri scenari geopolitici, avrebbero già scatenato allarmi, mandati e conferenze stampa indignate. È il caso di Ofer Winter, ex comandante della Brigata Givati, atteso in Italia per un evento turistico a Capaccio Paestum. Non un convegno accademico, non una missione diplomatica: turismo.
Eppure, attorno al suo nome ruota un dossier che chiama in causa ipotesi di crimini di guerra, incitamento alla violenza e responsabilità operative in una delle fasi più brutali dell’occupazione di Gaza. Non è materia da social network o da propaganda antagonista: è il terreno scivoloso del diritto internazionale, quello che si richiama allo Statuto di Roma e che, almeno sulla carta, dovrebbe valere per tutti.
Rafah 2014: quando la guerra smette di avere alibi
Per comprendere la portata delle accuse, bisogna tornare all’estate del 2014, durante l’operazione “Margine Protettivo”. Tra il 1° e il 3 agosto, Rafah diventa teatro di quello che verrà ricordato come il “Venerdì nero”: bombardamenti intensivi, uso massiccio di artiglieria, colpi su strutture civili. Il contesto è noto: il rapimento del soldato Hadar Goldin, la risposta israeliana, l’attivazione della cosiddetta Direttiva Annibale.
Secondo ricostruzioni concordanti, in poche ore furono sganciati centinaia – se non migliaia – di ordigni. Ospedali, ambulanze, scuole dell’Unrwa: bersagli che, nel diritto internazionale umanitario, godono di protezione specifica. Il bilancio stimato parla di circa 200 civili uccisi.
All’epoca, Winter era il comandante operativo nella zona. E nelle interviste successive, più che smentire, ha contribuito a chiarire la logica di fondo: un’azione punitiva, non strettamente militare. Tradotto: vendetta strategica.
Dalla divisa al microfono: la normalizzazione dell’eccesso
Se la carriera militare solleva interrogativi, la fase successiva li amplifica. Dopo il 7 ottobre 2023, Winter riemerge nel dibattito pubblico come commentatore e promotore di linee dure. In più occasioni ha sostenuto apertamente la necessità di svuotare Gaza, di interrompere gli aiuti, di esercitare una pressione totale sulla popolazione civile.
Posizioni che non restano isolate, ma si inseriscono in un clima politico più ampio, segnato dal governo di Benjamin Netanyahu e da una crescente radicalizzazione del discorso pubblico israeliano. Il cosiddetto “Piano dei Generali”, evocato nel 2025, si muove proprio in questa direzione: pressione sistemica per indurre l’esodo.
Nel frattempo, organizzazioni come la Hind Rajab Foundation hanno iniziato a costruire dossier dettagliati, incrociando fonti aperte, dichiarazioni pubbliche e materiali digitali. L’esposto presentato alla Procura di Roma si inserisce in questa strategia: trasformare l’accumulazione di prove in azione giudiziaria.
Italia, giurisdizione e amnesie selettive
Qui entra in gioco il nodo più delicato: la risposta delle istituzioni italiane. In teoria, la giurisdizione esiste. L’Italia può procedere per crimini internazionali anche quando commessi all’estero da cittadini stranieri. In pratica, però, tutto si infrange contro un vuoto normativo e una prassi consolidata: la discrezionalità.
La Procura di Roma ha già ricevuto esposti simili negli ultimi mesi. Il risultato? Silenzio. Nessuna iscrizione formale, nessuna indagine significativa. Una cautela che, a seconda dei punti di vista, può apparire prudenza giuridica o selettività politica.
Il paradosso è evidente: mentre l’Europa rivendica un ruolo nella difesa del diritto internazionale, sul proprio territorio consente la circolazione indisturbata di figure controverse, trasformando potenziali imputati in relatori di eventi pubblici. Una versione aggiornata – e meno dichiarata – del doppio standard.
Nel frattempo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio viene chiamato in causa da associazioni e movimenti, ma senza che si registrino iniziative concrete. Il rischio è che anche questo caso venga archiviato nella categoria più affollata della politica contemporanea: quella delle questioni scomode.
E così, mentre si invocano tribunali internazionali a geometria variabile, il generale viaggia, parla, promuove pacchetti turistici. E la giustizia, come spesso accade, resta ferma a guardare. Non per mancanza di strumenti, ma per eccesso di convenienza.

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