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L’attacco Houthi a due petroliere saudite nel Mar Rosso fa schizzare il petrolio oltre i 100 dollari. Nuovo fronte di guerra, nuovi costi miliardari per Washington e un Congresso sempre più insofferente verso l’escalation di Trump.
Il petrolio torna sopra i 100 dollari e Trump scopre il prezzo della sua guerra
Il barile ha superato quota 100 dollari per la prima volta in oltre due mesi, dopo che mercoledì gli Houthi hanno rivendicato un attacco missilistico e con droni contro due petroliere saudite nel Mar Rosso, la Encelia e la Layla, accusate dalla milizia yemenita di aver violato il blocco navale imposto contro Riad.
Le autorità marittime saudite hanno confermato l’attacco alla sola Encelia, precisando che l’equipaggio è rimasto illeso dopo un principio d’incendio, senza però attribuire pubblicamente la responsabilità dell’azione.L’episodio segna una rapida escalation della milizia che controlla lo Yemen, con il concreto rischio di innescare una risposta militare diretta da parte dell’Arabia Saudita, che negli ultimi mesi aveva spostato buona parte del proprio export petrolifero proprio sulle rotte del Mar Rosso.
Un secondo fronte si apre mentre il primo è ancora aperto
Definire “sorpresa” quanto accaduto mercoledì significa ignorare volontariamente la sequenza di eventi che lo ha preceduto. Ansarullah aveva già colpito, la settimana scorsa, l’aeroporto saudita di Abha — primo attacco diretto sul suolo del regno dall’inizio del 2022 — in risposta a un raid saudita contro l’aeroporto di Sana’a, scattato dopo il sospetto tentativo di atterraggio di un volo iraniano ritenuto carico di armamenti.
Gli yemeniti, alleati di Teheran e beneficiari della sua tecnologia missilistica, hanno inoltre dichiarato di aver costretto una decina di navi a invertire la rotta nel Mar Rosso, in quello che assomiglia sempre più a un blocco navale organizzato piuttosto che a un’azione isolata. Il Times specifica che almeno sei imbarcazioni hanno effettivamente cambiato rotta lunedì e martedì, secondo i dati della società di analisi marittima Kpler, anche se non è possibile verificare in modo indipendente il numero esatto fornito dagli stessi Houthi.
Il punto politico, più che quello militare, è che l’apertura di questo fronte nel Mar Rosso non rappresenta un evento imprevedibile quanto piuttosto la conseguenza logica di una strategia di massima pressione su Teheran che ha sistematicamente sottovalutato la capacità iraniana di attivare i propri alleati regionali.
Chi conosce anche superficialmente gli equilibri del Golfo sapeva che stringere il cappio attorno all’Iran avrebbe significato, prima o poi, rimettere in movimento le milizie sciite yemenite, capaci di trasformare lo stretto di Bab el-Mandeb e le rotte verso Suez in un collo di bottiglia strategico per l’intero mercato energetico globale.
Trump ha reagito nel solo modo che gli è congeniale, promettendo su Truth Social pesanti rappresaglie contro l’Iran, definito mandante degli Houthi, e contro la milizia stessa.
Il conto economico che nessuno vuole pagare
Mentre i mercati energetici incassano il colpo, a Washington si apre un fronte parallelo, tutto interno, sui costi reali di questa guerra. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato al Congresso che il conflitto costerà circa 37,5 miliardi di dollari entro la fine di settembre, mentre è ancora in discussione un pacchetto aggiuntivo da 73 miliardi destinato a rifornire le scorte di munizioni di precisione del Pentagono e a coprire le altre spese belliche. Il senatore democratico Chris Van Hollen ha sintetizzato l’umore di una parte crescente del Congresso con un’immagine efficace: quando ci si sta scavando la fossa da soli, la prima cosa sensata da fare è smettere di scavare. La risoluzione contraria alla prosecuzione del conflitto non è passata per soli due voti al Senato, mentre la Camera ha già respinto le politiche di guerra dell’amministrazione, segnale che il consenso bipartisan sull’operazione sta progressivamente sgretolandosi.
Resta da chiedersi, a questo punto, quanto ancora la Casa Bianca sia disposta a spendere — in termini economici, diplomatici e di stabilità energetica globale — per una strategia che doveva contenere l’Iran e che invece ne ha attivato l’intera rete di alleanze regionali, dallo Yemen al Mar Rosso. L’Europa, dipendente dalle stesse rotte commerciali oggi minacciate, osserva la situazione con una preoccupazione che va ben oltre la solidarietà atlantica di facciata: un’ulteriore chiusura o restrizione del traffico verso Suez comporterebbe costi di trasporto e assicurativi che si scaricherebbero direttamente sui prezzi al consumo continentali.
Non è più soltanto una crisi mediorientale con effetti collaterali lontani. È un ingranaggio che, attivato in Yemen, gira già dentro i bilanci energetici di mezzo mondo — Washington compresa, a giudicare da quanto i suoi stessi parlamentari cominciano, finalmente, a fare i conti.

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