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La morte di Fakir a Bologna scatena online un’ondata di odio verso la vittima. Un rancore senza alfabeto politico che la destra meloniana sfrutta sistematicamente per costruire consenso.
Il linciaggio social di un morto: quando l’empatia diventa optional
La vicenda della morte di Abderrahim Fakir, mentre era immobilizzato violentemente a terra dalla polizia dopo un episodio di agitazione che avrebbe incluso calci contro alcune serrande, ha prodotto in rete una reazione che merita di essere analizzata più per quello che rivela della società italiana che per quello che dice del caso specifico.
Sui social si è consumato un processo sommario alla vittima, con la ricostruzione meticolosa dei suoi presunti reati, l’insistenza sul suo stato di agitazione, l’indignazione sproporzionata per il danneggiamento di alcune saracinesche — come se un bene materiale, per quanto danneggiato, potesse mai giustificare la perdita di una vita umana. La sintesi brutale che circola online è sempre la stessa: se è morto, se l’è cercata.
L’assenza di proporzione come sintomo, non come eccezione
Colpisce, in questa vicenda, non tanto la crudeltà dei singoli commenti — la rete ne produce quotidianamente a getto continuo — quanto la sistematicità con cui viene rimossa qualsiasi domanda sulla proporzionalità dell’intervento. Nessuno si interroga sul fatto che disagio psichico, marginalità e malessere sociale possano sfociare in comportamenti aggressivi senza che questo autorizzi automaticamente una risposta letale.
Il ragionamento pubblico si è appiattito su un sillogismo elementare quanto disonesto: la polizia doveva eliminare un problema, se per farlo ha eliminato un uomo, la questione si chiude lì. Non è cinismo isolato. È una postura diffusa, che si autoalimenta nell’anonimato protetto delle piattaforme, dove l’irrealtà della distanza digitale consente di pronunciare sentenze di morte con la stessa leggerezza con cui si commenta una partita di calcio.
Va detto con chiarezza che questa mancanza di pietà non nasce dal nulla. È il sintomo di una società che ha smarrito gli strumenti per elaborare politicamente il proprio malessere. Una collettività spoliticizzata, alienata, priva di categorie interpretative condivise, finisce per affidarsi a ondate emotive nelle quali cerca disperatamente un riflesso di sé. Il rancore contemporaneo, va detto senza troppi eufemismi, non possiede un alfabeto politico: non trova canali istituzionali capaci di tradurlo in rivendicazione razionale, in programma, in istanza collettiva organizzata. Resta magma informe, disponibile a essere plasmato da chiunque sappia come maneggiarlo.
Chi ci guadagna dal rancore senza sbocco
Ed è qui che entra in scena, con tempismo tutt’altro che casuale, la destra vannacciana e meloniana, che di questo magma ha fatto un giacimento da sfruttare sistematicamente. L’odio riversato su Fakir e l’esaltazione tributata, in altre vicende di cronaca, a figure come Roggero, non sono eventi isolati ma episodi di un identico meccanismo: la trasformazione delle miserie individuali, dei sentimenti irrisolti e opachi di ciascuno, in qualcosa di collettivo e apparentemente oggettivo, esibito nello spazio pubblico dei social come fosse una verità condivisa.
Chi partecipa a questi linciaggi digitali non lo fa per sadismo puro, quanto per il bisogno — patetico e comprensibile insieme — di uscire dall’anonimato, di vedere il proprio disagio personale finalmente riconosciuto e nominato in un discorso che qualcun altro ha già confezionato per lui.
La destra che governa oggi il paese non possiede, sul piano propriamente politico, alcuna proposta strutturata: non ha un progetto economico distinguibile, non ha una visione istituzionale che non sia quella di erodere progressivamente gli argini della democrazia liberale. Ma ha compreso perfettamente come soffiare su queste braci emotive, come trasformare la miseria altrui — il disagio di chi come Fakir finisce ucciso in strada — in consenso elettorale immediato. Non serve un’ideologia coerente quando è sufficiente polarizzare la discussione pubblica attorno a un cadavere e lasciare che l’indignazione selettiva faccia il resto.
Il vero terreno di battaglia, allora, non è la difesa post mortem di Fakir, che peraltro meriterebbe pietà elementare a prescindere da qualunque suo comportamento pregresso. È la ricostruzione di un lessico politico capace di restituire dignità e canale istituzionale al malessere sociale diffuso, prima che continui a essere raccolto, sistematicamente, da chi ha tutto l’interesse a lasciarlo marcire in rancore digitale anziché trasformarlo in domanda collettiva di giustizia.

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