Forca selettiva: Israele vara la pena di morte solo per i palestinesi

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Il governo Netanyahu approva in prima lettura la pena di morte per reati “nazionalistici” che colpiscono di fatto solo palestinesi. Ben Gvir prepara strutture e boia. Tra dubbi di incostituzionalità e silenzi Usa, si istituzionalizza una gerarchia di vite.

Israele prepara la forca: la pena di morte solo per i palestinesi

In Israele la pena capitale torna a farsi strada. Ma con una clausola non scritta: varrà per i palestinesi della Cisgiordania occupata, non per tutti. Il governo guidato da Benjamin Netanyahu, con il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir in prima linea, ha portato in prima lettura alla Knesset una proposta che introduce la pena di morte per reati definiti “nazionalistici”, di fatto riferiti ai palestinesi.

I numeri? 39 voti favorevoli, 16 contrari. Ora il testo passa al vaglio del Consiglio di sicurezza nazionale, tra emendamenti, rilievi di incostituzionalità e qualche imbarazzo nella stessa maggioranza.

Il “miglio verde” in salsa mediorientale

Mentre il dibattito parlamentare era ancora in corso, Ben Gvir avrebbe già dato indicazioni operative al servizio carcerario: predisporre una struttura dedicata e avviare la formazione degli esecutori. I media israeliani hanno parlato di un “miglio israeliano”, evocando il corridoio della morte statunitense. L’obiettivo dichiarato? I membri di Hamas coinvolti negli attacchi del 7 ottobre 2023, e poi i palestinesi accusati di omicidi a sfondo “nazionalistico”.

Il ministro ha assicurato che i boia saranno volontari, selezionati con perizia psicologica e sostenuti dallo Stato. Non uno solo, ma tre, per diluire la responsabilità individuale. Un dettaglio che suona come un esercizio di contabilità morale: se la colpa è condivisa, pesa meno? Una delegazione del sistema penitenziario israeliano è attesa in Asia orientale per studiare procedure e protocolli dei Paesi che applicano la pena capitale.

Sul metodo si è parlato di impiccagione, ma Ben Gvir ha evocato pubblicamente anche altre modalità, arrivando a dichiarare – in un video girato su una motovedetta nel Mar Rosso – che si potrà “impiccare, sparare o annegare”. Il tutto mentre utilizza edifici e mezzi pubblici come sfondo per video promozionali della riforma, pratica già oggetto di richiamo da parte del Comitato elettorale centrale per uso improprio di risorse statali.

Obbligatoria, ma con qualche spiraglio

La proposta iniziale prevedeva l’automatismo della pena di morte, senza margini per i giudici. Le modifiche in discussione introdurrebbero una limitata discrezionalità e la possibilità di ricorso. Resta però l’impostazione: pena capitale “obbligatoria” per l’omicidio di cittadini israeliani per motivi nazionalistici. Una formulazione che, nel contesto dell’occupazione, ha un destinatario implicito.

Il paradosso è che la morte extragiudiziale non è un’ipotesi teorica. Organizzazioni per i diritti umani documentano da anni uccisioni sul posto in Cisgiordania, così come decessi nelle carceri israeliane per presunte torture, privazioni o mancate cure, soprattutto dopo il 7 ottobre. A Gaza, il numero delle vittime civili continua a crescere. La legge sembra più una consacrazione formale di una pratica già diffusa che una rottura.

Sul fronte internazionale, Washington mantiene una posizione ambigua. L’ambasciata Usa in Israele ha annunciato l’estensione dei servizi consolari – inclusi i passaporti – ai residenti delle colonie di Efrat e Beitar Illit, insediamenti considerati illegali dal diritto internazionale. Formalmente gli Stati Uniti non sostengono l’annessione della Cisgiordania; nella pratica, facilitano la vita dei coloni. Intanto, negli ultimi due anni, sei cittadini palestinesi-americani sono stati uccisi in Cisgiordania. L’ultimo, Nasrallah Abu Siyam, aveva 19 anni.

La questione di fondo non è solo giuridica, ma politica: introdurre la pena di morte in un sistema che distingue tra cittadini e popolazione occupata significa istituzionalizzare una gerarchia di vite. E quando la legge diventa uno strumento identitario, il confine tra sicurezza e vendetta si assottiglia pericolosamente. La domanda, allora, non è se la norma passerà, ma quale idea di Stato ne uscirà rafforzata.

 

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