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Gli atti sul caso Epstein continuano a rivelare legami imbarazzanti tra élite globali, ma l’eco mediatica resta contenuta. Intanto governi e media rilanciano la richiesta di rimozione della relatrice Onu Francesca Albanese, fondata su una fake news poi smentita.
Epstein, l’archivio che non deve fare rumore
Negli Stati Uniti il nome di Jeffrey Epstein non è mai uscito davvero dall’agenda giudiziaria. Dopo la sua morte nel 2019 in un carcere federale di New York – ufficialmente suicidio, secondo il Dipartimento di Giustizia – le inchieste civili e penali hanno continuato a produrre documenti, testimonianze, atti desecretati.
Nel gennaio 2024 un tribunale federale ha reso pubblica una nuova tranche di file collegati alla causa per diffamazione intentata da Virginia Giuffre contro Ghislaine Maxwell. Nei documenti compaiono nomi di personalità politiche, finanzieri, accademici, celebrità: non imputazioni automatiche, ma riferimenti, frequentazioni, citazioni in deposizioni.
Al centro restano fatti giudiziari solidi: Epstein è stato condannato nel 2008 in Florida per reati sessuali su minori; nel 2019 è stato incriminato a livello federale per traffico sessuale di ragazze minorenni; Ghislaine Maxwell è stata condannata nel 2022 a 20 anni di carcere per adescamento e complicità.
Le vittime accertate sono decine, probabilmente molte di più. I suoi contatti includevano figure di primo piano dell’establishment globale, da Bill Clinton al principe Andrew – quest’ultimo costretto a un accordo extragiudiziale con Giuffre nel 2022, senza ammissione di colpa.
Eppure, al di fuori dei momenti di pubblicazione dei documenti, l’eco mediatica europea appare intermittente, quasi amministrata. Si discute di liste, si alimentano sospetti, ma raramente si affronta il nodo politico: come ha potuto un sistema di potere transnazionale garantire protezione per anni a un predatore seriale? E quali reti di influenza sono state toccate – o sfiorate – dalle indagini?
A rendere il quadro più delicato vi sono anche interrogativi mai pienamente chiariti sui legami internazionali di Epstein. Ex funzionari dell’intelligence israeliana hanno pubblicamente negato qualsiasi connessione con il Mossad, ma la sola ricorrenza mediatica del sospetto – alimentata da ex agenti e da analisti indipendenti – è bastata a rendere il dossier geopoliticamente sensibile. Nessuna prova giudiziaria ha certificato un coinvolgimento dei servizi israeliani. Tuttavia, la presenza di Israele come convitato di pietra nel dibattito ha contribuito a rendere l’argomento scivoloso nei circuiti mainstream.
L’offensiva contro Francesca Albanese
Mentre l’archivio Epstein continua a produrre ombre, l’attenzione politica e mediatica europea si è concentrata su un altro bersaglio: Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati.
Albanese, giurista italiana nominata nel 2022 dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu, è stata oggetto di ripetute campagne critiche da parte del governo israeliano e di organizzazioni filo-israeliane, che la accusano di pregiudizio anti-israeliano.
Il nuovo caso è quanto mai paradossale. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha attaccato duramente la Albanese, chiedendone le dimissioni per presunte dichiarazioni “oltraggiose e colpevoli” pronunciate durante un forum di Al-Jazeera il 7 febbraio. Secondo Barrot e la deputata Caroline Yadan, Albanese avrebbe definito Israele “nemico comune dell’umanità” e usato una retorica demonizzatrice con radici antisemite. Parigi annuncerà formalmente la richiesta di rimozione al Consiglio Onu per i diritti umani il 23 febbraio.
Tuttavia, nel videomessaggio integrale pubblicato dalla stessa Albanese non compare alcuna accusa contro “Israele come popolo”. La giurista parla invece di “sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina”, riferendosi a responsabilità politiche, militari ed economiche internazionali. In un’intervista a France24, Albanese ha respinto le accuse, sostenendo di aver esercitato il diritto di denuncia su crimini documentati e invitando a verificare le sue parole originali.
Nonostante ciò, la richiesta di espulsione dall’Onu è stata rilanciata con notevole uniformità da numerosi media europei, spesso senza approfondire la genesi della controversia. Il meccanismo è noto: si prende un frame polemico, lo si amplifica, si invoca la “neutralità istituzionale” e si chiede la testa dell’indagata morale.
Distrazioni selettive
Quindi, abbiamo da un lato uno dei più gravi casi di traffico sessuale internazionale degli ultimi decenni, con ramificazioni nell’élite politica e finanziaria occidentale, sembra confinato a cronaca giudiziaria episodica. Dall’altro, una relatrice Onu diventa oggetto di campagne coordinate sulla base di ricostruzioni basate su imprecisioni e falsità.
Il risultato è una gerarchia dell’indignazione calibrata con cura. Epstein resta un fantasma gestibile; Albanese, una voce scomoda su Gaza, diventa un caso politico urgente. In mezzo, il silenzio sulle reti di potere che hanno protetto un criminale per anni e la velocità con cui si mobilitano governi e partiti quando la critica riguarda Israele.
Più che un doppio standard, si configura una strategia comunicativa. E la strategia, come sempre, è più interessante – e preoccupante – della polemica del giorno.

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