Bangladesh, dalla rivoluzione alla restaurazione

www.kulturjam.it è un quotidiano online indipendente completamente autofinanziato. Il nostro lavoro di informazione viene costantemente boicottato dagli algoritmi dei social. Per seguirci senza censure, oltre alla ricerca diretta sul nostro sito, iscrivetevi al nostro canale Telegram o alla newsletter settimanale.

Dopo la caduta di Hasina, il Bangladesh vota e cambia Costituzione. Ma la Lega Awami è bandita e la destra nazionalista domina il Parlamento. Tra svolta conservatrice e nuovi equilibri geopolitici, la “transizione democratica” mostra molte ombre.

Bangladesh, la transizione che restringe la democrazia

Il Bangladesh che esce dalla caduta di Sheikh Hasina non assomiglia alla cartolina della “rinascita democratica” celebrata da una parte della stampa internazionale. Le elezioni generali del 12 febbraio e il referendum costituzionale sulla cosiddetta “July Charter” hanno formalmente chiuso la fase del governo ad interim guidato da Muhammad Yunus. Ma il risultato politico è meno lineare di quanto suggerisca la retorica ufficiale: la Lega Awami è stata messa fuori legge e il potere è tornato saldamente nelle mani della destra nazionalista.

Il voto ha consegnato la maggioranza qualificata al Bangladesh Nationalist Party (BNP), che ha superato i due terzi dei seggi in un Parlamento rinnovato in 299 collegi. A seguire, con 77 seggi, si afferma Jamaat-e-Islami, principale forza islamista, ora perno dell’opposizione. La formazione nata sull’onda delle proteste giovanili, il National Citizen Party, si ferma a sei seggi. Se la piazza aveva rovesciato il tavolo, l’urna lo ha rimesso in ordine secondo logiche tradizionali.

Dalla rivolta al ritorno dei partiti dinastici

L’origine di questa svolta risale all’agosto 2024, quando proteste inizialmente esplose sul sistema delle quote nel pubblico impiego si trasformarono in mobilitazione nazionale contro il governo di Hasina. La repressione fu brutale: secondo fonti ufficiali e dati rilanciati dalle Nazioni Unite, oltre 1.400 persone avrebbero perso la vita negli scontri con le forze di sicurezza. L’ex premier, rifugiatasi in India, è stata poi condannata a morte in contumacia per il ruolo nella repressione.

Nessuna assoluzione per il precedente esecutivo, segnato da accuse di autoritarismo e restrizione del dissenso. Tuttavia, il passaggio successivo merita un’analisi meno indulgente. Il governo provvisorio di Yunus, nominato fuori dai meccanismi costituzionali ordinari, è stato presentato come garante di una transizione democratica. Eppure la fase si conclude con l’esclusione della principale forza storica del Paese dal gioco politico.

La Lega Awami, legata alla lotta per l’indipendenza, è stata bandita: un provvedimento che restringe il pluralismo più di molte misure contestate al governo precedente.

Il nuovo primo ministro, Tarique Rahman, rientrato da un lungo esilio londinese, promette di “rimettere in ordine” lo Stato e riequilibrare la politica estera, prendendo le distanze dall’asse privilegiato con l’India coltivato da Hasina. Il suo passato giudiziario – arresti e accuse di corruzione poi cadute – non ha impedito al BNP di riconquistare il centro della scena. La storia politica bangladese resta così prigioniera di élite dinastiche che si alternano, mentre la retorica del rinnovamento serve più da ornamento che da sostanza.

La “July Charter” e il nuovo equilibrio geopolitico

In parallelo alle elezioni, il referendum sulla “July Charter” ha introdotto modifiche simbolicamente rilevanti. Limiti di mandato per il primo ministro, ipotesi di Parlamento bicamerale, maggiore indipendenza giudiziaria: misure presentate come correttivi istituzionali. Ma il punto più sensibile riguarda la sostituzione dei principi fondanti della Costituzione. Al posto di “nazionalismo bengalese, socialismo, secolarismo e democrazia” compaiono formule come “libertà e armonia religiose” e “diversità culturale”.

In un Paese segnato da tensioni tra laicità e politicizzazione religiosa, l’eliminazione del riferimento al secolarismo e al socialismo non è un dettaglio lessicale. Avviene mentre Jamaat consolida una posizione parlamentare forte e mentre la nuova maggioranza cerca un equilibrio tra nazionalismo e aperture religiose. L’operazione è raffinata: parlare di armonia per spostare l’asse ideologico.

Sul piano internazionale, il cambio di governo apre interrogativi non secondari. Dopo anni di relazioni strette con Nuova Delhi e rapporti rafforzati con Pechino, Dhaka potrebbe ricalibrare la propria postura verso Washington. In un’area cruciale dell’Oceano Indiano, crocevia di corridoi commerciali e competizione strategica, nessuna transizione è solo interna. La lettura della crisi come pura dinamica domestica appare ingenua.

Il Bangladesh del dopo-Hasina rischia così di trasformarsi in un laboratorio politico in cui una mobilitazione reale, alimentata da istanze sociali e generazionali, si traduce in un riassetto conservatore. La democrazia elettorale è stata ripristinata; il pluralismo, meno. E quando una “rivoluzione” termina con il consolidamento delle forze più strutturate e con l’esclusione di un attore storico, la domanda non è se si voti, ma chi può farlo e in quali condizioni. La differenza tra alternanza e normalizzazione autoritaria, a volte, è più sottile di quanto piaccia ammettere.

Sostieni Kulturjam

Kulturjam.it è un quotidiano indipendente senza finanziamenti, completamente gratuito.

I nostri articoli sono gratuiti e lo saranno sempre. Nessun abbonamento.
Se vuoi sostenerci e aiutarci a crescere, nessuna donazione, ma puoi acquistare i nostri gadget.

Sostieni Kulturjam, sostieni l’informazione libera e indipendente.

VAI AL NOSTRO BOOKSTORE

Home

 

 

parole ribelli, menti libere

Zela Santi
Zela Santi
Intelligenza Artificiale involontaria. Peso intorno ai 75 kg

Ti potrebbe anche interessare

Seguici sui Social

spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img
spot_img

Ultimi articoli