28 anni fa è ucciso in prigione Jeffrey Dahmer, il cannibale di Milwaukee

Assassinato da un altro detenuto con una spranga di ferro. L’incredibile vicenda di Jeffrey Dahmer, una follia che nessuno ha voluto vedere.

28 anni fa è ucciso in prigione Jeffrey Dahmer

Il 28 Novembre del 1994 Jeffrey Dahmer, ormai noto come Milwaukee Cannibal, viene picchiato a morte con la barra di acciaio di un bilanciere per i pesi da Christopher Scarver, detenuto come lui presso il Columbia Correctional Institution di Portage, nel Wisconsin.

Scarver, che ora ha 53 anni e sta scontando l’ergastolo in Colorado, era stato condannato per tre omicidi. Sempre con lo stesso attrezzo, uccide anche un altro detenuto: Jesse Anderson, uxoricida. Dahmer era al Columbia Correctional da un paio di anni, dopo la condanna all’ergastolo comminata in un processo lampo di venti giorni.

I tre quel giorno stavano pulendo l’area palestra del carcere. Non appena gli agenti di custodia li lasciano soli -non più di venti minuti- Scarver inizia la mattanza. Non si comprende bene, se il gesto sia dovuto ad una sospetta schizofrenia o ad una sorta di vendetta contro i due: Dahmer fece a pezzi molti giovanissimi neri, e Anderson tentò di coinvolgere due uomini di colore per l’omicidio della moglie.

Di Jeffrey Dahmer conosciamo tutto. Sia le generazioni degli anni Novanta, che hanno vissuto il clamore mediatico della vicenda, scoprendo il significato della parola serial killer, sia quelle attuali affascinate dalla serie evento di Netflix.

È inutile ripercorrere la pista di sangue -17 omicidi- che ha lastricato la vita di Dahmer, dove ogni episodio è stato rivoltato come un calzino. Dagli episodi di cannibalismo a quelli di necrofilia. Le risposte che cerchiamo, probabilmente sono davanti a noi. Ma sono troppo angoscianti ed inquiete, e non le vogliamo sentire

Jeffrey Dahmer è l’unico carnefice? L’omofobia e il  razzismo della polizia di Milwaukee, hanno permesso al serial killer di proseguire la scia di omicidi. Sono state, sistematicamente, ignorate le denunce dei vicini di casa di Dahmer, per i movimenti sospetti, i rumori, le urla provenienti dall’appartamento 213 degli Oxford Apartaments, in  un quartiere di emarginati, gay e soprattutto di colore.

28 anni fa è ucciso in prigione Jeffrey Dahmer, il cannibale di Milwaukee

È noto- e significativo- l’episodio della vittima, in evidente stato confusionale- gentilmente restituita a Dahmer dagli agenti intervenuti sul posto, per l’ennesima segnalazione dei condomini. I poliziotti descrivono la situazione come una lita tra innamorati, omosessuali naturalmente. Gli agenti furono sospesi successivamente per la loro negligenza, ma il sindacato ebbe il coraggio di giustificare tale condotta e di fatto non ci furono conseguenze.

Non dimentichiamo la superficialità dei giudici che, nel 1988, condannarono Dahmer  praticamente ad un “buffetto”, con cinque anni di libertà vigilata dopo aver molestato un minorenne. Lui era un giovane bianco, senza precedenti, di buona famiglia. Il minore era solo un immigrato asiatico. Paradosso crudele del destino, fratello di una delle vittime successive.

Jeffrey Dahmer poteva non essere ciò che è diventato? Mi riferisco ai sensi di colpa di Lionel Dahmer, il padre. Quando comprende che l’interesse di Jeffrey, per la vivisezione degli animali, non era  solo una passione per la scienza. Rammenta le stesse pulsioni avute in fase adolescenziale.

28 anni fa è ucciso in prigione Jeffrey Dahmer, il cannibale di Milwaukee

Scopre che il fratello minore David, che vive sotto un’altra identità, racconta ad uno psicologo infantile che Jeffrey aveva l’abitudine di sfogare la sua rabbia, percuotendo gli alberi con un bastone. Sono tante le cose rivelate a Lionel, nelle fasi del processo, che sottolineano il vuoto famigliare intorno ad un ragazzo problematico.

A soli 14 anni Jeffrey ha già problemi di alcolismo. A 18 anni, dopo il divorzio dei genitori,   viene “mollato” dalla madre Joyce – che abusa di psicofarmaci e che inspiegabilmente riesce ad avere la custodia di David. Anche il padre si trasferisce per un lungo periodo, con la nuova fidanzata. In questo contesto matura il primo omicidio. Dahmer carica un autostoppista, Stevie Hicks.

Lo porta a casa – dove vive ormai senza genitori – ascoltano musica e bevono birra fino ad ubriacarsi. Poi Dahmer colpisce il suo ospite, con un manubrio da palestra. Una volta stordito, lo strangola fino alla morte. Gli toglie i vestiti, si mette a cavalcioni sopra di lui masturbandosi. Ne scioglie i resti con l’acido cloridrico, frantuma le ossa con una mazza da baseball nascondendole in sacchi della spazzatura, sotterrati nel bosco limitrofo.

Da allora, per i successivi nove anni, Jeffrey Dahmer riesce a controllare i propri impulsi. Nel frattempo l’esercito – per due anni è specialista sanitario di stanza in Germania- lo congeda, per l’abuso di alcool. In questo periodo spariscono dal suo battaglione due commilitoni, ma non ci sono correlazioni con la sua “attività”. E Dahmer non li menziona.

Continua a coltivare le proprie pulsioni, sciogliendo nell’acido scoiattoli morti e custodendo manichini rubati nell’armadio, che mette nel proprio letto accarezzandoli. Malgrado ciò, nessuno tenta seriamente di sottoporre Dahmer ad una terapia psichiatrica di sostegno.

Solo al processo – per ovvi motivi di strategia legale- i medici tirano fuori diagnosi di disturbo della personalità, schizofrenia e atteggiamenti psicotici. Ma ormai è troppo tardi per tutti. Soprattutto per le vittime del “cannibale”

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Giuseppe Folchini
Giuseppe Folchini
Laureato in Scienze della Comunicazione. Già notista politico per alcuni periodici, blogger dei diritti civili e sociali.

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