La banda della Magliana, i fondi neri destinati a Solidarność, il riciclaggio di denaro messo a punto dal presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi: in Vatican Girl, la docuserie Netflix dedicata alla scomparsa di Emanuela Orlandi, l’onda dei grandi misteri italiani investe un’anonima quindicenne.
Vatican Girl – La scomparsa di Emanuela Orlandi
La scomparsa di Emanuela Orlandi e la strage del DC9 Italia. A un primo sguardo due eventi distanti e senza collegamenti eppure, superando l’immediata superficie, si riscontrano punti in comune: non solo il mistero irrisolto, tra responsabilità e dinamiche, che non vede fine dopo quarant’anni, ma soprattutto l’incoscienza della contingenza delle vittime.
Trovarsi nel posto e momento sbagliato, senza conoscere la rete sommersa di poteri in cui si è rimasti coinvolti.
Non sorprende che voce principale, nella coralità di testimonianze, risulti essere proprio Andrea Purgatori nel documentario Vatican Girl – La scomparsa di Emanuela Orlandi – quattro puntate dirette da Mark Lewis disponibili su Netflix – : come per la strage di Ustica, è il giornalista che sa leggere dietro le dichiarazioni ufficiali, che interpella uomini dei servizi segreti che preferiscono “parlare camminando per strada” – come si vede ne Il muro di gomma di Marco Risi con Corso Salani – , che in minoranza anticipa, intuisce, scarta di lato i depistaggi, e che proprio quando intercetta la strada investigativa giusta, viene sollevato dall’incarico o minacciato.
E come per la strage di Ustica, in cui si è assistito a un lento e inesorabile disvelamento della reale sembianza di poteri certificati come buoni in Italia – la NATO, l’aeronautica militare, commissioni parlamentari – al servizio perenne dei cittadini e della verità, così il caso di Emanuela Orlandi contribuisce a smascherare il peso politico, l’incidenza internazionale e la non estraneità a metodi e procedure torbide del Vaticano.
Una quindicenne come tante ma cittadina del Vaticano
Nel 1983 Emanuela Orlandi è una quindicenne come tante: famiglia unita, rigida educazione cattolica, rimandata in due materie a settembre al Convitto Nazionale Vittorio Emanuele II, amante della musica leggera, soprattutto di Claudio Baglioni.
Sparisce senza dare spiegazioni un pomeriggio di giugno con alta pressione e temperature da record sulla città di Roma. La sua anomalia sta proprio nella cittadinanza vaticana, in quella appartenenza a uno stato per cui il padre, come altri membri della famiglia da generazioni, ricopre un ruolo a diretto servizio del Papa, commesso della Prefettura della casa pontificia.
Nel giro di poche settimane, quello che dagli inquirenti era stato giudicato un volto anonimo, il profilo di “una che in fondo non è neanche una bella ragazza”, ricopre i muri della capitale sui manifesti: foto in bianco e nero, sorriso incorniciato da una fascia sulla fronte, sfondo blu, descrizione in carattere bianco, scritta centrale, cubitale, grande: È SCOMPARSA.
Ma perché, da chi, per ottenere cosa? L’abilità di Vatican Girl è il saper riavvolgere il nastro e ricominciare ogni volta, daccapo, l’analisi nel momento in cui una pista si dimostra un vicolo cieco o senza sufficienti prove, perché il caso di Emanuela Orlandi è un mosaico i cui tasselli si deformano nel momento esatto in cui vengono collocati nelle geometrie di riferimento.
Misteri e depistaggi
Se l’ipotesi del terrorismo internazionale – seconda in Italia per coinvolgimenti inverosimili solo alla “pista anarchica” – coinvolge i Lupi Grigi, il KGB e il rilascio di Mehmet Ali Ağca, non trova riscontri per i servizi segreti italiani: “Non hanno una strategia. Ma tu riesci a immaginare il KGB che gestisce un rapimento senza avere una strategia?”. Una simulazione per distrarre le indagini da un segreto interno al Vaticano.
La banda della Magliana, i fondi neri destinati a Solidarność, il riciclaggio di denaro messo a punto dal presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi. La docuserie di Netflix sa ricostruire nella giusta prospettiva l’incredibile relazione tra Emanuela Orlandi e la tessitura invisibile in cui si muove il Vaticano: un’anonima quindicenne investita dall’onda anomala dei grandi misteri italiani e internazionali.
Segreti sempre costellati da una corte dei miracoli con personaggi secondari o estranei che vorrebbero vivere di riflesso: la falsa umanità di Sabrina Minardi, fidanzata di Enrico De Pedis, boss della banda della Magliana – “Sabri’, è tutto ‘n gioco de potere, lo capisci questo?”– il divismo di Marco Accetti – “Tesoro, tu stai parlando con colui che modestamente ha creato il caso Orlandi” – sedicente orchestratore materiale del sequestro.
Ombre che a loro discrezione e capriccio, creano varchi di luce, si rifiutano di parlare degli angoli bui, dissimulano, ingannano e sprecano tempo. Variabile fondamentale per svelare dinamiche e responsabilità.
Il mistero irrisolto
Così se tombe vengono riaperte per cercare il cadavere di Emanuela Orlandi, nello stesso momento molte sono chiuse per sempre: il tempo gioca a favore di chi i segreti non li avrebbe svelati neanche da morto. Uno su tutti il cardinale Paul Marcinkus, un “buco nero” come lo descrive Franco Cordelli nel suo racconto Fornaci – compreso nella raccolta Tao 48, edito per La nave di Teseo.
Il mistero di Emanuela Orlandi è un altro muro di gomma e di omertà con cui la storia contemporanea continua a scontrarsi, anche se ha il profilo del colonnato di Bernini, perché “tutte le strade portano al Vaticano”.
Vatican Girl, seppur con un po’di lentezza, non ha esclusivamente il pregio di ricostruire al dettaglio, senza rivelazioni eccezionali a tutti i costi, con la misura del metodo investigativo, ma ha soprattutto il coraggio di lanciare un ennesimo appello di Pietro Orlandi, fratello di Emanuela: “Adesso io chiedo loro di dirla quella verità, perché è arrivato il momento, sono passati troppi anni. Se Emanuela è morta, ce lo dicano, così che mia madre possa portare almeno un fiore sulla tomba. Se Emanuela è viva, che ce la facciano riabbracciare”.
Una richiesta che sembra partire da un parente di una vittima di Al Qaeda, perché venga restituita una quotidianità, o almeno un corpo, al peggio una verità. Una consolazione che dopo quarant’anni non è così magra come si può pensare.

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