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Il Parlamento europeo condanna Cuba senza citare l’embargo USA una sola volta. Sessant’anni di blocco americano cancellati da una risoluzione scritta con il lessico di Rubio e approvata a Strasburgo. L’ipocrisia ha trovato casa.
La mozione Rubio approvata a Strasburgo. Cuba colpevole di non essere un bordello americano
Il Parlamento europeo ha approvato in plenaria una risoluzione intitolata “Sulla repressione politica e la situazione umanitaria a Cuba”. Sessanta anni di embargo americano: non citati. Le 32 risoluzioni ONU che definiscono il blocco commerciale statunitense una violazione del diritto internazionale: ignorate. Gli ordini esecutivi di Trump che minacciano ritorsioni contro qualsiasi paese o impresa che commerci con L’Avana: assenti. La crisi umanitaria cubana, secondo il testo approvato dalla maggioranza che va dai Popolari all’estrema destra passando per i liberali di Renew, ha una sola causa: il Partito comunista cubano. Il canovaccio è quello di sempre, ma questa volta è stato scritto così malamente che quasi si vede il watermark di Miami in controluce.
Il lessico della risoluzione non lascia spazio all’interpretazione: Cuba è definita uno «stato fallito» in preda a una «emergenza democratica» — le stesse categorie con cui Marco Rubio e il Dipartimento di Stato americano descrivono l’isola da decenni. La soluzione proposta è altrettanto familiare: apertura integrale all’economia di mercato, elezioni multipartitiche immediate, smantellamento dell’attuale sistema politico. Il paragrafo 10 aggiunge la ciliegina: se L’Avana non dovesse conformarsi, l’Unione Europea potrebbe «rivedere» il già esile accordo di cooperazione con Cuba. Una minaccia formalmente europea con accento americano inconfondibile.
Il Blocking Statute e la sovranità dimenticata
C’è un dettaglio che rende la risoluzione non solo politicamente ignobile ma giuridicamente surreale. Dal 1999 esiste il Blocking Statute europeo, una direttiva che vieta esplicitamente a soggetti giuridici dell’Unione di conformarsi alle sanzioni unilaterali americane. Nel gennaio 2025 Trump ha firmato un ordine esecutivo che minaccia sanzioni contro tutti i paesi che violino il blocco sui carburanti verso Cuba. A maggio ha aggiunto un secondo provvedimento che estende le ritorsioni a qualsiasi impresa mondiale attiva nei settori finanza, energia e miniere che intrattenga rapporti commerciali con L’Avana. A questi si somma la legge Helms-Burton, firmata da Clinton e mai abrogata, che consente di citare in giudizio negli Stati Uniti aziende non americane che operino con imprese cubane legate a beni nazionalizzati.
L’insieme di questi strumenti rende di fatto l’Unione Europea già complice del blocco americano, con la sua sovranità commerciale compressa da normative extraterritoriali che Bruxelles non ha mai scelto di sfidare seriamente. I sovranisti di Strasburgo — così zelanti nel difendere l’indipendenza europea da Bruxelles, dai migranti, dal politicamente corretto — non hanno trovato il tempo di notare che Washington detta le condizioni del commercio estero europeo. Evidentemente la sovranità ha delle priorità.
Il caso Marino e la coscienza in ritardo
Il voto ha prodotto anche un caso minore ma sintomatico. Ignazio Marino, eurodeputato dei Verdi, aveva annunciato il 19 maggio la propria intenzione di recarsi a Cuba per verificare direttamente le condizioni degli ospedali: «Non possiamo permettere che le tensioni politiche si traducano nella morte di pazienti indifesi». Tra il 26 e il 28 maggio Marino ha visitato invece gli Stati Uniti come membro di una delegazione parlamentare sulla sanità. Al momento del voto sulla risoluzione si è astenuto. Il giorno successivo ha comunicato di aver «sbagliato» e ha corretto la propria preferenza in voto contrario. La risoluzione era già approvata.
Cuba ha scelto nel 1959 di non restare una piantagione di canna da zucchero punteggiata da casinò, bordelli e hub per il traffico internazionale di droga, sotto il controllo americano. Ha cacciato Batista, ha nazionalizzato le risorse, ha costruito un sistema sanitario che molti paesi europei potrebbero studiare con profitto. Per questa ostinazione viene punita da sessant’anni con un blocco che le impedisce di acquistare medicine, macchinari e carburante sui mercati internazionali.
Il Parlamento europeo ha colto l’occasione della crisi umanitaria che ne deriva — una crisi indotta dall’esterno con la precisione di un bisturi — per inviare non aiuti ma una reprimenda in carta bollata, nel nome dei diritti umani che tanto sta a cuore a chi non ha trovato una parola su Gaza nella stessa sessione plenaria.
Questa europa ci va vergognare di farne parte.

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