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Cuba non è mai stata una questione ideologica. Era un impero criminale — casinò, eroina, corruzione — che la mafia americana gestiva per conto di Washington. Castro lo chiuse. Da allora, gli Stati Uniti non si sono mai rassegnati.
Cuba non è mai stata un problema di libertà: è un affare che la mafia americana ha perso e non ha mai smesso di reclamare
C’è una domanda che la storiografia ufficiale americana preferisce non formulare con troppa chiarezza: perché gli Stati Uniti hanno dedicato decenni di risorse, operazioni clandestine, leggi, embargo e macchinazioni di ogni tipo a un’isola di undici milioni di persone a novanta miglia dalle coste della Florida? La risposta ufficiale è sempre stata ideologica — il comunismo, la minaccia sovietica, la libertà. La risposta reale è più materiale, più oscura e più istruttiva: Cuba non era semplicemente un avversario geopolitico. Era un affare che qualcuno aveva perso.
Negli anni Cinquanta, L’Avana era probabilmente la città più redditizia del crimine organizzato americano. Meyer Lansky — il genio finanziario della mafia italoamericana, newyorkese di origine ebraico-bielorussa — aveva trasformato la capitale cubana nel centro offshore dell’impero criminale americano, con il pieno consenso del dittatore Fulgencio Batista.
I due avevano stretto i loro primi accordi già nel 1933, quando Batista era ancora colonnello: da allora il meccanismo non aveva fatto che raffinarsi. Nel 1955 Batista codificò formalmente l’accordo con la Legge Alberghiera 2070, che offriva incentivi fiscali, prestiti governativi e licenze per casinò a chiunque volesse costruire hotel di valore superiore al milione di dollari a L’Avana — una norma confezionata su misura per i capitali mafiosi che attendevano solo una copertura legale per riversarsi sull’isola.
Il risultato fu un ecosistema criminale integrato: gioco d’azzardo, riciclaggio, prostituzione, corruzione politica sistematica. Lansky gestiva la parte finanziaria; Santo Trafficante Jr., boss di Tampa con profonde radici nell’isola attraverso il padre che aveva operato a L’Avana sin dagli anni Trenta, controllava le operazioni sul campo. I proventi dei casinò venivano spartiti con il regime — Batista riceveva una percentuale consistente dei profitti, anche se la cifra esatta e le modalità precise del pagamento rimangono oggetto di ricostruzione storiografica piuttosto che di documentazione primaria incontestabile.
Ma L’Avana non era soltanto una Las Vegas tropicale. Era anche un nodo logistico nel traffico internazionale di eroina del dopoguerra. La rotta era nota: morfina grezza dalla Turchia, raffinazione nei laboratori corsi di Marsiglia gestiti dal crimine organizzato francese — la cosiddetta French Connection — transito attraverso L’Avana, dove Trafficante Sr. smistava il prodotto verso la costa est degli Stati Uniti. Secondo fonti storiche specializzate, alla fine degli anni Sessanta questa rete riforniva fino all’80% dell’eroina consumata negli Stati Uniti. Non era un’attività marginale: era un’infrastruttura.
La CIA, la mafia e il problema Castro
Il primo gennaio 1959, Batista salì su un aereo a Camp Columbia alle tre di notte, portando con sé — secondo le ricostruzioni più accreditate, tra cui quella della PBS — una fortuna personale stimata intorno ai 300 milioni di dollari accumulata attraverso anni di corruzione sistematica. Quarantotto ore dopo, i casinò venivano saccheggiati dai rivoltosi e poi chiusi per decreto. Lansky perse decine di milioni. Trafficante Jr. fu temporaneamente detenuto da Castro prima di essere espulso verso gli Stati Uniti. La macchina si era fermata.
Quello che successe dopo è documentato con una precisione inusuale per le operazioni clandestine, grazie soprattutto al lavoro della Commissione Church — il comitato senatoriale d’intelligence presieduto dal senatore dell’Idaho Frank Church che nel 1975, dopo otto mesi di indagini, portò alla luce il lato oscuro della CIA. Il rapporto identificò almeno otto complotti dell’agenzia per assassinare Castro tra il 1960 e il 1965.
Il meccanismo più documentato fu la collaborazione diretta tra CIA e mafia, avviata formalmente nel settembre 1960 sotto la supervisione del direttore Allen Dulles. L’agenzia reclutò tre figure: Johnny Rosselli, figura di raccordo tra la mafia di Chicago e quella di Los Angeles; Sam Giancana, boss dell’Outfit di Chicago e successore diretto di Al Capone; e Santo Trafficante Jr., che conservava ancora contatti all’interno di Cuba. L’offerta iniziale fu di 150.000 dollari — cifra confermata dal rapporto della Commissione Church. Su suggerimento di Giancana, lo strumento scelto furono pillole avvelenate ad alto contenuto letale, prodotte dalla Divisione Servizi Tecnici della CIA e consegnate a un funzionario cubano con accesso a Castro, che dopo diversi tentativi falliti si rifiutò di procedere.
La collaborazione continuò con variazioni — sigari esplosivi, tute da sub contaminate, conchiglie caricate — in un catalogo del grottesco che sarebbe quasi comico se non fosse storicamente autentico. Castro sopravvisse a tutto. Giancana e Rosselli no: il primo fu ucciso a colpi di pistola nella sua casa di Oak Park, Illinois, il 19 giugno 1975, pochi giorni prima di dover testimoniare davanti alla Commissione Church. Rosselli testimoniò, ma prima che potesse essere riconvocato il suo corpo smembrato fu trovato in un bidone d’acciaio sigillato che galleggiava in una baia nei pressi di Miami. Trafficante sopravvisse a entrambi e morì di morte naturale nel 1987, portando con sé tutto quello che sapeva. La continuità strutturale tra il sottobosco criminale dell’Avana prebellica e le operazioni paramilitari anticastriste non è un’ipotesi storiografica: è un dato documentato.
La lobby dell’esilio e la legge come arma
Dopo il fallimento della Baia dei Porci nel 1961 e l’esaurimento progressivo delle opzioni militari dirette, la guerra a Cuba si spostò su un altro terreno: quello legislativo e lobbistico. Il protagonista di questa fase fu Jorge Mas Canosa, veterano della Baia dei Porci e figura centrale della radio finanziata dalla CIA verso Cuba, che nel 1981 — su impulso diretto del consigliere alla sicurezza nazionale di Reagan, Richard Allen — fondò la Cuban American National Foundation. Il modello dichiarato era AIPAC: Allen mise letteralmente Mas Canosa in contatto con i vertici del lobbying pro-israeliano a Washington, che gli insegnarono le tecniche di pressione congressuale, la costruzione di PAC politici e la strategia di donazioni mirate ai candidati. La CANF divenne rapidamente la seconda organizzazione di pressione etnica per influenza sul Congresso americano dopo AIPAC stessa.
I frutti legislativi furono precisi e duraturi: il Cuban Democracy Act del 1992, che vietava alle filiali estere di aziende americane di commerciare con Cuba; il Helms-Burton Act del 1996, che estendeva le sanzioni alle imprese straniere che utilizzavano proprietà cubane confiscate dopo la rivoluzione; e infine, nel maggio 2019, l’attivazione del Titolo III dello stesso Helms-Burton da parte dell’amministrazione Trump — una clausola rimasta sospesa per oltre vent’anni da tutti i presidenti precedenti — che permette a cittadini americani di citare in giudizio aziende straniere per l’uso di proprietà confiscate nel 1959. In pratica: il contenzioso legale della Cuba di Batista sopravvive nei tribunali federali americani sessant’anni dopo la rivoluzione.
L’operativo più emblematico di questa rete fu Luis Posada Carriles: addestrato dalla CIA negli anni Sessanta per la Baia dei Porci, responsabile — secondo indagini internazionali e documenti CIA declassificati — dell’abbattimento in volo del Cubana Airlines Flight 455 il 6 ottobre 1976, che causò 73 morti tra cui l’intera squadra cubana di scherma juniores di ritorno dai Campionati centroamericani. Posada fu anche il mandante della serie di attentati agli hotel dell’Avana nel 1997. Finanziato nel corso degli anni dallo stesso Mas Canosa — che secondo le dichiarazioni dello stesso Posada gli inviò oltre 200.000 dollari con messaggi formulati come “questo è per la chiesa” — morì libero a Miami nell’maggio 2018, senza aver scontato un giorno di pena per nessuno dei crimini principali che gli venivano attribuiti.
Marco Rubio, oggi Segretario di Stato dell’amministrazione Trump, è il prodotto politico più visibile di quella macchina: eletto e rieletto grazie al voto cubano-americano di Miami, voce principale della linea dura sull’embargo, custode di una narrativa sulla “libertà a Cuba” che porta con sé, stratificata nella storia, tutta la traiettoria descritta sopra.
Quando Rubio pronuncia la parola “libertà”, vale la pena ricordare cosa intendeva Lansky con la stessa parola quando diceva, riferendosi a L’Avana: “L’abbiamo inventata noi, e possiamo trasferirla altrove se Batista non sa tenerla sotto controllo.” La continuità non è poetica. È strutturale.

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