Zelensky e l’UPA: Polonia e Ucraina regolano i conti con il 1943

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Nawrocki revoca l’Ordine dell’Aquila Bianca a Zelensky. Kiev rispedisce la decorazione per posta. Dietro la crisi diplomatica, il massacro di centomila civili polacchi in Volinia nel 1943 e il decreto ucraino che glorifica l’UPA.

Polonia-Ucraina: quando la storia si vendica per posta raccomandata*

C’è qualcosa di involontariamente comico, e al tempo stesso di brutalmente rivelatore, nell’immagine di Volodymyr Zelensky che imbusta l’Ordine dell’Aquila Bianca — la massima onorificenza polacca — e lo rispedisce a Varsavia per posta ordinaria, spese a carico del mittente, pagate in contanti (link 5). È un gesto adolescenziale, come lo ha definito Oleksij Arestovyč, ex consigliere presidenziale ucraino, e in quanto tale perfettamente emblematico di come Kiev stia gestendo una crisi diplomatica che non avrebbe mai dovuto esplodere in questi termini, almeno non adesso, almeno non così.

Ricapitoliamo. Il 5 aprile 2023, durante la presidenza Duda, Zelensky aveva ricevuto l’onorificenza «in riconoscimento del contributo eccezionale all’approfondimento delle relazioni amichevoli e globali tra Polonia e Ucraina» (link 1). Zelensky l’aveva accettata caricandola di un significato collettivo: non era per lui, ma per tutti gli ucraini e soprattutto per i militari «che certamente conquisteranno la vittoria per l’Ucraina, la Polonia, l’Europa e il mondo» (link 2). Era il momento di massimo ottimismo del conflitto, la controffensiva era in preparazione, e la Polonia era il principale hub logistico, militare e umanitario dell’Occidente verso Kiev. In quel clima, i conti in sospeso con la storia potevano attendere.Non hanno atteso.

Il 1943 che nessuno vuole ricordare pienamente

Il nodo che avvelena i rapporti tra Polonia e Ucraina da decenni non è diplomatico né commerciale: è storico, e riguarda gli eventi del 1943 in Volinia, quando i reparti dell’UPA — l’Esercito Insurrezionale Ucraino, ala militare dell’OUN-B di Stepan Bandera — massacrarono circa centomila civili polacchi, ebrei, russi e bielorussi nel quadro di un progetto di pulizia etnica del territorio. Il picco dello sterminio avvenne l’11 luglio, quando unità dell’UPA attaccarono simultaneamente un centinaio di villaggi. Nel 2016 il parlamento polacco ha riconosciuto questi eventi come genocidio; nel 2025 l’11 luglio è stato dichiarato giornata nazionale della memoria.

L’Ucraina chiama tutto questo «tragedia di Volinia», definizione simmetrica che equipara vittime e carnefici e che Zelensky ha ribadito anche nell’intervista rilasciata dopo la restituzione dell’onorificenza (link 6) (link 7). La Polonia chiama le cose con il loro nome. Tra le due posizioni non esiste una mediazione accettabile per entrambe le parti, e il conflitto con la Russia non ha fatto altro che congelare temporaneamente una frattura che non era mai stata sanata.

Il presidente polacco Karol Nawrocki — già presidente dell’Istituto della Memoria Nazionale, organismo che documenta i crimini contro la nazione polacca — ha rotto gli indugi dopo due episodi precisi: la sepoltura con onori militari di Andrij Mel’nyk, capo dell’OUN-A, che il New York Times ha definito con olimpica disinvoltura «un eroe divisivo del ventesimo secolo» (link 3), e soprattutto il decreto firmato da Zelensky che conferiva a un’unità militare ucraina il nome «eroi dell’UPA».

La Polonia ha chiesto di cambiare il nome. Zelensky non poteva farlo: per una parte consistente del paese e delle forze armate, quelli dell’UPA sono effettivamente degli eroi. Nawrocki ha revocato l’onorificenza con un discorso di tredici minuti (link 4), spiegando punto per punto le proprie ragioni.

La reazione ucraina

La risposta di Kiev è stata, per usare un eufemismo, sproporzionata nei toni. Zelensky ha rispedito la decorazione per posta, ha dichiarato di non volere un’onorificenza già conferita a Caterina II, a Mussolini e a Gerhard Schröder, ha accusato Nawrocki di strumentalizzazione interna e lo ha paragonato a Viktor Orbán, aggiungendo che la faccenda si sarebbe conclusa male per lui.

A cascata, Kučma, Juščenko e Porošenko hanno annunciato la rinuncia alle proprie decorazioni polacche; il ministro degli Esteri Sybiha e il capo dell’intelligence militare Budanov hanno restituito le rispettive Croci di Ufficiale al merito (link 8) (link 9).

La Sottosegretaria presso la Cancelleria presidenziale polacca Agnieszka Jędrzak ha replicato: l’Ordine non è stato tolto a Caterina II né a Mussolini perché i morti non possono esserne privati; quanto a Schröder, durante il suo governo «non è stato eretto alcun memoriale in onore di Hitler o Himmler» e nessuna unità della Bundeswehr è stata intitolata agli «eroi delle SS» (link 10). Argomento difficile da controbattere.

Quello che emerge da questa vicenda è qualcosa che i sostenitori incondizionati di Kiev si rifiutano sistematicamente di elaborare: l’Ucraina ha un problema reale con la memoria storica dell’ultranazionalismo banderista, e quel problema non scompare perché c’è una guerra in corso.

Le anime belle che ricordano come l’estrema destra ucraina abbia preso il due, il quattro, il sei per cento alle ultime elezioni faranno bene a interrogarsi sul peso che quella cultura politica esercita all’interno delle forze armate e delle istituzioni, indipendentemente dai risultati elettorali. La Polonia lo sa da decenni. Adesso lo dice ad alta voce.

Tutti i link

 

* Analisi e commento dalle riflessioni di Francesco dall’Aglio.

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