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Trump voleva arrivare a Pechino controllando petrolio iraniano e venezuelano per trattare da posizione di forza. Ha fallito. Hormuz è instabile, gli alleati non lo seguono e la Cina osserva. Risultato: isolamento, credibilità in calo e strategia che si sgretola.
Trump e il bluff energetico che non ha funzionato
Il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato ai giornalisti di aver chiesto di posticipare di circa un mese il suo viaggio in Cina previsto dal 31 marzo al 2 aprile a causa della guerra in Iran. Questa la motivazione ufficiale che nasconde una difficoltà imnprevista per Washington: la realtà.
L’idea di fondo era semplice, quasi scolastica: controllare le principali fonti energetiche che alimentano la crescita cinese per ottenere leva negoziale. Venezuela e Iran rappresentano, in questa logica, due tasselli fondamentali. Mettere le mani su quei flussi significava arrivare al tavolo con Pechino da posizione dominante, dettando condizioni su commercio e risorse strategiche come le terre rare. Un piano lineare, almeno sulla carta. Peccato che la realtà abbia deciso di non collaborare.
Il tentativo di piegare Teheran attraverso l’escalation militare si è trasformato in un boomerang geopolitico. Lo Stretto di Hormuz è diventato un punto critico instabile, non un corridoio sotto controllo. E il petrolio, invece di diventare uno strumento di pressione, si è trasformato in una variabile impazzita che destabilizza i mercati globali, compresi quelli occidentali.
Nel frattempo, il Venezuela resta ben lontano dall’essere “normalizzato” secondo i desideri di Washington. Insomma, il presunto rubinetto energetico che doveva finire nelle mani americane è ancora saldamente fuori portata.
E così il viaggio a Pechino, inizialmente concepito come una passerella di forza, comincia a sembrare una visita scomoda. Non a caso, dalla Casa Bianca filtrano dubbi, rinvii, tentennamenti. Tradotto: meglio evitare un confronto diretto quando si rischia di uscire ridimensionati.
La solitudine strategica dell’America
A complicare ulteriormente il quadro c’è un dettaglio non proprio secondario: gli alleati. O meglio, la loro assenza operativa. Quando Washington ha evocato una “coalizione dei volenterosi” per garantire la sicurezza nello Stretto di Hormuz, la risposta internazionale è stata, nella migliore delle ipotesi, tiepida. Nessuna corsa entusiasta a schierarsi. Più che volenterosi, partner prudenti, se non apertamente riluttanti.
Il motivo è evidente: entrare in un’escalation nel Golfo significa esporsi a rischi economici e militari enormi, senza alcuna garanzia di stabilizzazione. E molti Paesi, soprattutto europei e asiatici, non hanno alcuna intenzione di pagare il conto di una strategia americana percepita come improvvisata.
E così, la richiesta – più o meno esplicita – rivolta alla Cina di collaborare alla gestione della crisi rasenta il paradosso. Pechino, che ha tutto l’interesse a mantenere aperti i flussi energetici ma nessuna intenzione di legittimare un’operazione statunitense, osserva la situazione con una calma che è l’esatto opposto dell’attivismo nervoso di Washington.
E qui emerge il nodo centrale: la perdita di credibilità. Quando una potenza costruisce la propria strategia su mosse mal calibrate, rischia non solo di fallire gli obiettivi immediati, ma di indebolire la propria capacità di influenza complessiva. È esattamente ciò che sta accadendo. Le minacce diventano meno persuasive, gli appelli meno ascoltati, le iniziative più isolate.
Il risultato è un presidente che si muove in uno spazio sempre più ristretto, costretto a ricalibrare continuamente le proprie posizioni. Oggi annuncia, domani smentisce, dopodomani rilancia. Una politica estera trasformata in una sequenza di aggiustamenti tattici, senza una visione coerente.
E mentre la scena globale si ridefinisce – con la Cina sempre più centrale e gli equilibri energetici in trasformazione – gli Stati Uniti rischiano di inseguire gli eventi invece di guidarli. Il sarcasmo, a questo punto, viene quasi spontaneo: dopo aver acceso il fuoco, ora si chiede agli altri di portare l’acqua. Ma il problema è che nessuno sembra particolarmente disposto a farlo. E quando anche gli alleati smettono di rispondere al telefono, forse il problema non è il mondo. È chi chiama.

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