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La “nuova Siria” liquida i curdi. L’ordine del caos torna a funzionare

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La fine dell’autonomia curda in Siria segna il ritorno degli equilibri imposti: via libera USA, soddisfazione turca, Israele defilato. Restano ISIS, tensioni settarie e territori occupati. Il caos, ancora una volta, è la vera strategia.

Siria: liquidati i curdi, il caos torna utile

La “nuova Siria” post Assad emerge dalle macerie senza una vera rifondazione, ma come riassetto forzato di equilibri esterni. La fine dell’esperimento curdo a est dell’Eufrate non inaugura la stabilità: sancisce piuttosto il ritorno di una sovranità fragile, concessa e sorvegliata, dove jihadismo, occupazioni straniere e tensioni settarie restano strumenti di governo del caos.

La riconquista siriana a est dell’Eufrate è emblematica da questo punto di vista e non è una semplice operazione militare. È un regolamento di conti geopolitico, condotto con il consueto lessico della “stabilità” e con risultati che, come spesso accade a Damasco, promettono esattamente l’opposto.

La chiusura della prospettiva autonomista curda — destinata con ogni probabilità a protrarsi per un lungo arco temporale — viene oggi raccontata come un passaggio inevitabile, se non addirittura come un ritorno all’ordine naturale delle cose. Una sorta di “normalizzazione” geopolitica, utile a ricomporre l’unità territoriale siriana e a stabilizzare una regione da anni fuori controllo. Questa narrazione, però, nasconde più di quanto chiarisca.

La marginalizzazione delle aspirazioni curde non è il risultato di un processo interno né di un accordo inclusivo, ma l’esito prevedibile di una guerra per procura in cui le alleanze sono sempre state contingenti e strumentali.

I curdi, sostenuti e armati per anni in funzione anti-ISIS, vengono ora scaricati senza troppe cautele, trasformati da alleati indispensabili in ostacolo strategico. Un copione già visto, in cui le potenze esterne ridefiniscono le priorità e abbandonano i propri proxy non appena cessano di essere utili, lasciando sul terreno fratture politiche e sociali destinate a riemergere.

L’elemento realmente dirimente, più di ogni avanzata sul terreno, è il via libera politico concesso dagli Stati Uniti. L’intesa raggiunta tra Al Jolani e Tom Barrack, emissario dell’amministrazione Trump, non è un dettaglio tattico ma la certificazione di una scelta strategica precisa: Washington riorienta le proprie priorità in Medio Oriente, accetta il sacrificio dei curdi e ricuce senza esitazioni il rapporto con la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Un riallineamento che risponde a interessi consolidati, dalla gestione del fianco sud della NATO al contenimento di instabilità non più considerate prioritarie.

Ankara, dal canto suo, incassa un risultato inseguito per oltre un decennio: la cancellazione di ogni ipotesi di entità curda autonoma ai suoi confini e il ripristino formale dell’unità territoriale siriana, a condizione che questa sia esercitata da un potere centrale compatibile con le esigenze turche. In questo contesto, il linguaggio dell’autodeterminazione dei popoli, utilizzato finché funzionale, viene rapidamente accantonato, senza particolari giustificazioni né imbarazzi diplomatici.

Israele, al contrario, assiste alla manovra con evidente irritazione. Per Tel Aviv, una Siria frammentata e attraversata da entità autonome ha sempre rappresentato una soluzione vantaggiosa sul piano strategico, capace di ridurre la pressione sui propri confini e di impedire la ricostituzione di uno Stato siriano pienamente sovrano. Non sorprende, dunque, che alcuni dirigenti curdi abbiano tentato di sollecitare un sostegno israeliano.

Tuttavia, l’assenza di una copertura statunitense limita drasticamente i margini d’azione di Israele, che può al massimo offrire dichiarazioni di sostegno e segnali politici simbolici, ma nessun appoggio concreto sul terreno. Una presenza ridotta alla retorica, mentre gli equilibri reali vengono decisi altrove.

Il ritorno dell’ISIS tra ipocrisie e complicità

Archiviata — almeno per il momento — la questione curda, la prima faglia a riaprirsi è quella jihadista, mai realmente sanata. L’ISIS ha ricominciato a operare con una certa disinvoltura nelle regioni desertiche dell’est siriano, sfruttando vuoti di controllo e complicità locali, ma ha progressivamente esteso il proprio raggio d’azione anche verso aree più settentrionali, segnalando una capacità di adattamento tutt’altro che marginale.

Di fronte a questa ripresa, Damasco ribadisce ufficialmente una linea di contrasto senza compromessi al terrorismo. Tuttavia, il nodo centrale non risiede nelle dichiarazioni pubbliche, bensì nella realtà concreta delle forze che oggi operano sul terreno e che dovrebbero garantire sicurezza e stabilità.

Al Jolani, figura centrale del nuovo assetto, porta con sé un passato politico e militare che non necessita di particolari chiarimenti, e molte delle milizie confluite, formalmente o informalmente, nelle strutture dell’esercito siriano presentano un retroterra ideologico che differisce ben poco da quello dello Stato Islamico o di al-Qaeda.

Le linee di demarcazione, in altri termini, sono più retoriche che sostanziali. L’episodio di Raqqa offre un esempio particolarmente eloquente: subito dopo il ritiro delle Forze Democratiche Siriane, centinaia di detenuti affiliati all’ISIS sono stati liberati. Liquidare l’accaduto come una semplice disfunzione operativa appare poco credibile. Piuttosto, suggerisce l’esistenza di tolleranze, se non di vere e proprie convergenze tattiche, che consentono al jihadismo di sopravvivere e riorganizzarsi all’ombra del nuovo ordine siriano.

Il paradosso è evidente. Nell’accordo imposto ai curdi si esige l’espulsione dei militanti del PKK, mentre le forze governative restano affollate di combattenti stranieri provenienti da mezzo mondo jihadista. La selettività del concetto di “terrorismo” non è un dettaglio, ma un metodo. L’ISIS non scompare: si adatta, sopravvive, beneficia di connivenze tacite e di un caos amministrato che gli consente di restare un attore funzionale all’instabilità.

Israele e i drusi

La seconda linea di frattura si apre nel sud-est della Siria, un’area strategica che resta sotto occupazione israeliana e che negli ultimi mesi è attraversata da una crescente tensione autonomista all’interno delle comunità druse. Qui il controllo di Damasco è, nella migliore delle ipotesi, nominale. Il governo siriano non dispone né degli strumenti militari né del peso politico necessari per rimettere seriamente in discussione lo status quo imposto sul terreno.

In questa zona, il sostegno statunitense, già selettivo altrove, si dissolve quasi completamente, mentre la Turchia continua a esercitare pressioni affinché venga almeno ristabilita una sovranità siriana formale, funzionale ai propri interessi regionali. La Siria rimane così il principale spazio di attrito tra Ankara e Tel Aviv: un terreno di competizione indiretta, destinato a rimanere instabile e conteso nel medio-lungo periodo.

Le opzioni a disposizione di Damasco sono estremamente limitate. Nel breve termine, l’unica soluzione plausibile appare un accordo di compromesso che preveda la creazione di una vasta area cuscinetto demilitarizzata, estesa dal Golan fino alle immediate vicinanze della capitale. Un assetto che, al di là della retorica ufficiale, potrebbe risultare conveniente anche per Israele, consentendogli di ridurre la pressione militare sul fronte siriano e di riallocare risorse verso altri teatri considerati prioritari.

Le basi russe e le comunità alawite

La terza questione, con ogni probabilità la più sensibile e potenzialmente destabilizzante, riguarda le comunità alawite insediate lungo la costa occidentale della Siria. Una volta messa tra parentesi la “questione curda” e ridimensionate le priorità militari a est dell’Eufrate, è plausibile che l’attenzione dei cosiddetti jihadisti “normalizzati” si sposti proprio su queste popolazioni, da tempo additate come una delle basi sociali e politiche del precedente regime di Bashar al-Assad.

Nella narrazione di queste formazioni, gli alawiti non rappresentano semplicemente una minoranza confessionale, ma un bersaglio simbolico, accusato di corresponsabilità collettiva per decenni di potere autoritario.

La loro collocazione geografica rende il quadro ancora più delicato. Le aree costiere coincidono infatti con la presenza delle principali installazioni militari russe in Siria, a partire dalle basi navali e aeree che costituiscono l’architrave della proiezione di Mosca nel Mediterraneo orientale.

Una destabilizzazione di questa regione non avrebbe dunque solo un impatto umanitario e settario, ma creerebbe difficoltà operative e politiche significative per la Russia, mettendone in discussione la capacità di garantire sicurezza ai propri asset strategici. Stando così le cose è altamente improbabile che Washington scelga di opporsi in modo deciso: un indebolimento della posizione russa rientrerebbe, implicitamente, nei suoi interessi più ampi.

La Russia, dal canto suo, si muove su un terreno ambiguo e scivoloso. Un intervento diretto e apertamente schierato a difesa delle comunità alawite comporterebbe il rischio di un’escalation militare e politica che potrebbe compromettere l’intera architettura della sua presenza in Siria.

Al contrario, una linea di basso profilo o di sostanziale inattività, sebbene funzionale alla tutela dei propri interessi strategici immediati, lascerebbe campo libero a nuove dinamiche di violenza settaria. Una ripetizione di scenari già osservati in passato, mai davvero risolti, che continuano a rappresentare una delle eredità più tossiche e irrisolte del conflitto siriano.

Il caos utile

Il governo siriano che emerge da questa fase di riassestamento non è il prodotto di una ricostruzione politica condivisa, ma il risultato fragile di equilibri imposti dall’esterno e di compromessi interni mai realmente metabolizzati. La sua debolezza non è contingente, bensì strutturale: manca una legittimità riconosciuta trasversalmente dalla società siriana e manca, soprattutto, la capacità di esercitare un controllo effettivo e uniforme sull’intero territorio nazionale.

L’autorità dello Stato si manifesta in modo selettivo, adattandosi alle condizioni locali, alle pressioni internazionali e ai rapporti di forza militari, più che a un progetto politico coerente o a un’idea condivisa di sovranità.

Il potere centrale non governa, ma amministra emergenze; non costruisce consenso, ma tenta di contenere fratture. Laddove è possibile, l’autorità viene imposta; dove il costo politico o militare sarebbe troppo elevato, viene sospesa, delegata o semplicemente ignorata.

Ne deriva un sistema di controllo frammentato, in cui milizie, attori locali, potenze regionali e interessi stranieri continuano a esercitare un’influenza determinante, spesso superiore a quella delle istituzioni formali. La Siria si presenta così come uno spazio a sovranità variabile, più che come uno Stato nel senso classico del termine.

Il mosaico siriano, dunque, non è instabile per accidente o per incapacità momentanea, ma per costruzione. È il prodotto coerente di una lunga strategia del caos, in cui l’instabilità non rappresenta un fallimento, bensì uno strumento di gestione e di controllo.

A distanza di anni dall’inizio del conflitto, questo modello continua a dimostrarsi sorprendentemente funzionale agli interessi di chi trae vantaggio da una Siria frammentata, dipendente e permanentemente negoziabile.

La stabilizzazione resta evocata nel discorso pubblico, ma accuratamente evitata nella pratica, perché una Siria davvero pacificata e sovrana sarebbe, per molti attori coinvolti, molto più problematica di un paese condannato a un equilibrio precario e reversibile.

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