La fine di Khamenei: uccidere un capo di Stato è ormai normale?

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L’eliminazione di Khamenei da parte di USA e Israele radicalizza il conflitto mediorientale e smaschera l’illusione dell’anti-trumpismo progressista. Guerra e interventismo restano condivisi. Media e governi normalizzano l’assassinio politico.

La fine di Khamenei: tutti dalla parte della barbarie

– Alexandro Sabetti & Ferdinando Pastore

Ci sono momenti in cui la cronaca smette di essere cronaca e diventa spartiacque. L’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, 86 anni, guida suprema dell’Iran, da parte della coalizione formata da Stati Uniti e Israele, è uno di quei momenti. Non si tratta di simpatia o antipatia per un regime teocratico. Si tratta di un fatto politico elementare: è stato eliminato il capo di uno Stato sovrano.

Lo abbiamo già visto. Saddam Hussein, Muammar Gheddafi, i figli di Saddam. Per non dire del rapimento di Maduro. Ogni volta il copione è identico: demonizzazione, isolamento, attacco, rimozione. Ogni volta ci si abitua un po’ di più all’idea che l’assassinio politico internazionale sia una pratica accettabile, quasi amministrativa. Tutto normale? Immaginiamo per un istante che la Cina decidesse di eliminare il presidente di Taiwan. Con quale lessico reagirebbero i nostri editorialisti? Con quale indignazione selettiva?

Eppure eliminare il leader di una potenza regionale non è un’operazione tattica: è un salto strategico. È un messaggio. E i messaggi, in geopolitica, producono conseguenze.

L’anti-trumpismo che non c’è

L’Iran – come già il Venezuela di Maduro – ha avuto il merito involontario di smascherare una delle narrazioni più consolatorie dell’ultimo decennio: quella dell’anti-trumpismo progressista. L’idea secondo cui gli Stati Uniti sarebbero una democrazia matura occasionalmente deviata da un leader rozzo e accidentale. Rimosso lui, tornerebbe l’ordine liberale.

La realtà è meno romantica. Sugli obiettivi strategici – contenimento della Cina, controllo delle rotte energetiche, sostegno incondizionato a Israele – le differenze tra amministrazioni sono spesso di stile, non di sostanza. La guerra, quando serve, si fa. E si fa con consenso bipartisan. Cambiano i toni, non la direzione.

Basta leggere certa stampa italiana. Titoli entusiasti sulle bombe “chirurgiche”, resoconti compiaciuti delle operazioni di Netanyahu e Trump, descrizioni quasi coreografiche di donne iraniane che ballano sotto i bombardamenti, come se la guerra fosse una festa di liberazione permanente. Nessun pudore, nessuna esitazione. Gaza? Genocidio, forse. Ma non esageriamo. Il lessico si ammorbidisce, la tragedia si relativizza.

E poi sarà lo stesso progressismo a chiedere più armi, più trincee, più sacrifici. Più Tony Blair. Sì, proprio Tony Blair, l’architetto politico della guerra in Iraq, definito da molti un criminale di guerra. Ma quando si tratta di esportare democrazia con i missili, la memoria si fa corta.

Non esiste un vero anti-trumpismo sul terreno della politica estera. Esiste una competizione su chi gestisce meglio l’impero. Con Maduro era già chiaro: sanzioni, pressione, delegittimazione. Ora con Teheran la dinamica si ripete, solo su scala più pericolosa.

Imperi, chierici e musichette di sottofondo

Le politiche imperiali non funzionano senza legittimazione culturale. Servono i chierici, gli esperti, gli opinionisti pronti a spiegare che in fondo è per il bene delle donne iraniane, per i diritti, per il velo. Ogni intervento ha la sua cornice morale pronta all’uso. Ogni bombardamento è un atto pedagogico.

Nel frattempo, i Paesi satelliti si accodano. Non per convinzione, ma per inerzia geopolitica. Si genuflettono, giustificano, rilanciano. L’Europa, che pure ama presentarsi come potenza normativa, finisce per ratificare scelte prese altrove.

Il paradosso è che tutto questo avviene mentre il conflitto si allarga. L’eliminazione di Khamenei non chiude una fase: ne apre una nuova. Teheran reagirà. Le milizie regionali reagiranno. Le alleanze si irrigidiranno. E la narrativa occidentale continuerà a raccontare ogni escalation come inevitabile risposta.

Nel frattempo, l’opinione pubblica italiana resta quella descritta magistralmente in Boris: “un Paese di musichette mentre fuori c’è la morte”. Si discute di gossip politico, di polemiche televisive, mentre si ridefiniscono gli equilibri globali con il linguaggio delle bombe.

Tutti dalla parte della barbarie, appunto. Non perché si ami la guerra, ma perché la si accetta come dato strutturale, come rumore di fondo. L’assassinio di un leader sovrano diventa un episodio tra i tanti. L’idea che il diritto internazionale valga solo per alcuni si normalizza.

E quando tutto diventa normale, la barbarie non ha più bisogno di giustificazioni. Le basta la consuetudine.

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