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La guerra tra Israele e Iran entra nella fase energetica: raffinerie e giacimenti diventano obiettivi militari. Anche negli USA emergono dubbi: distruggere il petrolio iraniano oggi rischia di rendere impossibile il futuro politico del paese domani.
La guerra che brucia il petrolio del futuro
L’esercito israeliano ha annunciato l’avvio di una nuova serie di attacchi su larga scala contro la capitale iraniana. In un messaggio diffuso su Telegram, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno comunicato di aver iniziato «una vasta ondata di bombardamenti contro le infrastrutture del regime iraniano a Teheran», nell’ambito dell’operazione militare in corso.
Nel frattempo, negli Stati Uniti emergono le prime valutazioni sui costi del conflitto. Il direttore del Consiglio Economico Nazionale della Casa Bianca, Kevin Hassett, intervenendo alla CBS, ha dichiarato che l’operazione militare avviata dall’amministrazione Trump contro l’Iran ha già raggiunto un costo di circa 12 miliardi di dollari. Secondo le stime fornite dal Pentagono al Congresso, solo nella prima settimana di guerra le spese militari avevano già superato gli 11,3 miliardi di dollari.
Sul fronte opposto, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha intensificato le proprie operazioni contro i paesi del Golfo Persico. Secondo i dati disponibili, in sedici giorni di conflitto sono stati lanciati almeno 3.586 tra missili e droni contro diversi Stati della regione.
Gli Emirati Arabi Uniti risultano il bersaglio principale, con 313 missili e 1.606 droni, pari a circa il 53,5% degli attacchi complessivi. Seguono il Kuwait, con 243 missili e 473 droni (20%), e l’Arabia Saudita, colpita da 34 missili e 309 droni (9,6%).
Anche Bahrein e Qatar sono stati interessati dagli attacchi: il primo ha registrato 125 missili e 212 droni (9,4%), mentre il secondo 170 missili e oltre 81 droni (7,1%). In misura minore è stato colpito anche l’Oman, con più di 18 droni, pari a circa lo 0,5% del totale.
Nel complesso, il conflitto sta rapidamente assumendo le caratteristiche di una guerra regionale ad alta intensità, con operazioni militari diffuse e un impatto economico già significativo per tutte le parti coinvolte.
La cosiddetta “terza guerra del Golfo” procede con una logica sempre più familiare alle guerre del XXI secolo: all’inizio si colpiscono basi militari, poi infrastrutture dual-use, infine il cuore stesso dell’economia del paese bersaglio. In questo caso, il petrolio.
Negli ultimi giorni alcuni attacchi israeliani hanno preso di mira strutture legate alla filiera energetica iraniana — estrazione, raffinazione e stoccaggio — provocando incendi di vaste proporzioni e una nube tossica che si è spinta verso il nord-est del paese. Il passaggio dalla guerra militare alla guerra energetica è ormai esplicito.
Non è solo una battaglia per il controllo del territorio o per la neutralizzazione di capacità militari: è una guerra per l’economia futura del Medio Oriente. Ed è qui che emergono crepe sorprendenti anche tra i sostenitori più fedeli di Israele negli Stati Uniti.
Petrolio sì, distruzione no
Il senatore repubblicano Lindsey Graham, uno dei più ferventi sostenitori della linea dura contro Teheran, ha espresso pubblicamente un disagio inaspettato. In un messaggio sui social ha elogiato la capacità israeliana di indebolire il regime iraniano, ma ha invitato alla prudenza nella scelta degli obiettivi. Il motivo? Molto semplice: l’economia petrolifera dell’Iran potrebbe essere essenziale nella fase successiva al conflitto. Tradotto dal linguaggio diplomatico: distruggere il petrolio oggi potrebbe creare problemi domani.
Se davvero l’obiettivo strategico è favorire un cambiamento politico in Iran, devastare le infrastrutture energetiche del paese rischia di rendere quel futuro economicamente ingestibile. Un regime può cadere; un’economia distrutta, invece, richiede decenni per essere ricostruita.
La posizione di Graham rivela un paradosso che accompagna molte guerre contemporanee. Si bombarda per indebolire un regime, ma si cerca di non distruggere completamente le risorse che dovrebbero sostenere il paese dopo la caduta di quel regime. Una specie di demolizione selettiva: far crollare il palazzo senza rovinare il valore del terreno.
Non sorprende quindi che anche Donald Trump, secondo diverse fonti politiche, abbia manifestato irritazione per gli attacchi alle infrastrutture petrolifere iraniane. Non per ragioni umanitarie, naturalmente. Ma perché la distruzione indiscriminata delle risorse energetiche rischia di destabilizzare ulteriormente i mercati globali e complicare qualsiasi scenario politico futuro.
Il gioco delle accuse incrociate
Nel frattempo il conflitto si espande su un terreno sempre più confuso, dove le informazioni viaggiano alla velocità dei droni e la verità arriva sempre con qualche ora di ritardo.
Fonti israeliane hanno sostenuto che gli Emirati Arabi Uniti avrebbero lanciato un attacco di rappresaglia contro l’Iran. Abu Dhabi ha smentito rapidamente la notizia, segnalando quanto sia fragile il sistema di alleanze nella regione. Ogni mossa può trasformarsi in un incidente diplomatico.
Teheran è stata inoltre accusata di aver colpito con droni infrastrutture critiche in diversi paesi — Cipro, Turchia e Azerbaijan — oltre a una struttura collegata alla compagnia petrolifera saudita Aramco. L’Iran ha respinto le accuse, attribuendo l’operazione a Israele nel tentativo di provocare una escalation regionale. Il risultato è un teatro geopolitico dove la guerra si combatte su più livelli: militare, economico e narrativo.
Il vero nodo: il futuro dell’Iran
Sul piano politico, la situazione interna iraniana si complica ulteriormente. La nomina di Mojtaba Hosseini Khamenei, figlio della Guida Suprema Ali Khamenei, come nuova figura di riferimento del sistema politico religioso ha suscitato critiche anche negli ambienti più pragmatici della politica americana.
La sua posizione è considerata vicina alle correnti più radicali dell’apparato iraniano. In altre parole, esattamente il contrario di ciò che Washington sperava di ottenere attraverso la pressione militare. Questo è uno dei paradossi ricorrenti della politica di “regime change”: le guerre destinate a indebolire un sistema politico finiscono spesso per rafforzarne le componenti più dure.
Nel frattempo, mentre diplomatici e analisti discutono di transizioni politiche e scenari futuri, il petrolio continua a bruciare. Ed è forse questo il simbolo più crudele della guerra contemporanea: l’energia che alimenta l’economia globale trasformata in fumo nero sopra il deserto.

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