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La crisi energetica e industriale italiana nasce da scelte politiche condivise: sanzioni, costi in aumento, industria in difficoltà. La guerra aggrava, ma non crea il problema. Destra e sinistra convergono, mentre l’economia reale paga il conto.
Italia, crisi costruita: energia cara e politica complice
– Pasquale Cicalese*
C’è un punto che il dibattito pubblico evita con cura chirurgica: la crisi economica che si sta manifestando oggi non nasce per caso, né è il prodotto inevitabile di eventi lontani. È il risultato di scelte politiche precise, reiterate, bipartisan. E soprattutto: consapevoli.
Perché mentre si discute di guerre, valori e alleanze, dall’Ucraina all’Iran, dal Venezuela al Golfo, la realtà materiale segue un’altra traiettoria, molto più concreta: bollette, inflazione, produzione industriale. Ed è lì che si misura il costo reale delle decisioni prese negli ultimi anni.
Il conflitto mediorientale ha aggravato una situazione già compromessa, ma la fragilità europea – e italiana in particolare – affonda le radici in scelte precedenti. Non è la guerra a crearla. È la guerra a rivelarla.
Sanzioni e autosabotaggio: la politica che si finge cieca
Le sanzioni contro la Russia rappresentano uno snodo decisivo. Non tanto per la loro esistenza, quanto per il modo in cui sono state adottate: senza una reale valutazione degli effetti interni. In teoria uno strumento di pressione geopolitica, nella pratica un boomerang economico.
L’Europa – e l’Italia in prima linea – ha rinunciato a una fonte energetica stabile e relativamente economica, senza disporre di alternative equivalenti nel breve periodo. Il risultato è stato un aumento dei costi energetici che ha colpito direttamente il sistema produttivo.
Nel frattempo, la Russia ha continuato a esportare verso altri mercati, beneficiando in molti casi proprio dell’aumento dei prezzi globali. Un paradosso che dovrebbe far riflettere: le sanzioni, pensate per indebolire un avversario, hanno contribuito a rafforzarne le entrate.
Eppure, su questo punto, il consenso politico è stato trasversale. Destra e sinistra hanno votato nella stessa direzione, sia a livello nazionale che europeo. Segno che, al di là delle narrazioni elettorali, esiste una convergenza strutturale sulle scelte fondamentali. La differenza, spesso evocata nel dibattito pubblico, tende a dissolversi proprio dove conta di più.
Il nodo energetico: ciò che resta dell’economia reale
Il punto cruciale è uno solo: l’energia. Senza energia a costi sostenibili, un sistema industriale come quello italiano non regge. È una variabile elementare, quasi banale, e proprio per questo sistematicamente ignorata.
L’Italia non dispone di risorse energetiche sufficienti per influenzare il lato dell’offerta. Dipende dall’esterno. Questo rende la stabilità dei prezzi non un’opzione, ma una necessità vitale. Lo sapeva Enrico Mattei, lo sapevano i decisori della Prima Repubblica. Oggi sembra essere diventato un dettaglio secondario.
Nel frattempo, le imprese affrontano costi crescenti, margini ridotti e una competizione internazionale sempre più aggressiva. Il rischio non è astratto: è la progressiva erosione della base produttiva, con conseguenze dirette sull’occupazione.
E mentre questi processi avanzano, il dibattito pubblico continua a oscillare tra retorica e distrazione. Si invocano principi, si celebrano valori, si difendono assetti istituzionali, ma raramente si affronta il nodo centrale: la sostenibilità economica delle scelte politiche. Il paradosso finale è quasi grottesco. Si continua a partecipare a un rituale elettorale che promette cambiamento, mentre le decisioni fondamentali restano immutate. Come se il voto fosse una variabile simbolica, incapace di incidere sulle traiettorie reali.
Nel frattempo, la crisi non si annuncia con clamore. Avanza lentamente, nei conti delle imprese, nelle bollette delle famiglie, nelle prospettive occupazionali. E quando diventa visibile, di solito è già troppo tardi per intervenire.

* Riadattamento e rielaborazione da un post di Pasquale Cicalese
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