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Israele avanza verso l’annessione di fatto della Cisgiordania estendendo leggi e controlli nelle aree palestinesi. Hebron diventa il laboratorio del nuovo assetto, mentre il diritto internazionale resta lettera morta e la comunità internazionale si limita alle parole.
Cisgiordania, l’annessione che non osa dire il suo nome
C’è un modo elegante, nel linguaggio del potere, per fare ciò che il diritto internazionale vieta: non chiamarlo mai con il suo nome. L’ultima serie di misure approvate dal governo guidato da Benjamin Netanyahu va esattamente in questa direzione. Nessuna dichiarazione solenne, nessun atto formale di annessione.
Solo una paziente riscrittura delle regole, una sovrapposizione di competenze, un’estensione amministrativa che trasforma l’occupazione in normalità giuridica. La Cisgiordania viene così inglobata pezzo dopo pezzo, attraverso cavilli legislativi che svuotano di significato ogni distinzione territoriale.
Il cuore della decisione è tecnico solo in apparenza. Le norme urbanistiche applicate finora all’Area C – circa il 60% della Cisgiordania, sotto pieno controllo israeliano – vengono estese anche alle Aree A e B, che secondo gli accordi di Oslo dovrebbero essere sotto giurisdizione palestinese o condivisa. Tradotto: Tel Aviv potrà decidere su permessi di costruzione, demolizioni e pianificazione urbana anche dove formalmente non avrebbe titolo per farlo. Una mossa che non abolisce gli accordi, ma li rende irrilevanti.
Hebron come laboratorio politico
La città di Hebron è il banco di prova più evidente di questa strategia. Già divisa dal 1997 in due settori – uno palestinese e uno sotto controllo israeliano – viene ora sottoposta a un ulteriore salto di qualità. Le competenze urbanistiche passerebbero dal municipio palestinese direttamente all’esercito israeliano, mentre una nuova autorità locale autonoma gestirebbe l’insediamento dei coloni. In parallelo, il controllo sui principali siti religiosi, come la Tomba dei Patriarchi, viene sottratto all’Autorità palestinese.
Qui la posta in gioco non è solo amministrativa. Il controllo dei luoghi sacri è uno strumento di sovranità simbolica, forse il più potente. Spostare la gestione significa riscrivere la geografia del potere, trasformando una presenza militare temporanea in una realtà civile permanente. Hebron diventa così il modello esportabile per il resto della Cisgiordania.
Smotrich e la fine dell’ambiguità
Se Netanyahu pratica l’arte dell’ambiguità, Bezalel Smotrich non sente il bisogno di mascherare nulla. Il ministro delle Finanze ha spiegato senza giri di parole che l’obiettivo è “seppellire l’idea di uno Stato palestinese”. Non una conseguenza indiretta, ma una finalità esplicita. Le recenti votazioni alla Knesset parlano chiaro: decine di nuovi insediamenti autorizzati, un’espansione che negli ultimi tre anni ha raggiunto numeri record.
In una dichiarazione congiunta con il ministro della Difesa Israel Katz, Smotrich ha rivendicato l’eliminazione degli “ostacoli legali” allo sviluppo delle colonie. Un’espressione rivelatrice: ciò che per il diritto internazionale è un limite invalicabile, per il governo israeliano è un intralcio burocratico da rimuovere.
Il diritto internazionale come arredo
Secondo le Nazioni Unite e la quasi totalità della comunità internazionale, le colonie israeliane in Cisgiordania sono illegali. Eppure oggi circa 700.000 coloni vivono tra Cisgiordania e Gerusalemme Est, distribuiti in decine di insediamenti ufficiali e centinaia di avamposti. Il dato, fornito da organizzazioni israeliane come Peace Now, racconta meglio di qualsiasi dichiarazione l’asimmetria tra diritto e realtà.
Sul piano diplomatico, la reazione è la solita. Condanne verbali, comunicati indignati, appelli alla moderazione. Il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha invocato un intervento internazionale, rivolgendosi anche a Donald Trump. Ma Washington continua a sostenere che non vi sarà alcuna annessione formale, come se il problema fosse la parola e non il fatto.
Nel frattempo, sanzioni contro coloni violenti vengono revocate, mentre nuove restrizioni colpiscono organizzazioni palestinesi. Secondo l’Ocha, dall’ottobre 2023 oltre 40.000 palestinesi sono stati sfollati in Cisgiordania, a cui si aggiungono centinaia solo nell’ultimo mese. L’annessione avanza, silenziosa e metodica, mentre il mondo si limita a registrarla.

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