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Nonostante le pretese di indipendenza, il Salone del Libro è ormai una vetrina del conformismo culturale, sostenuta da fondazioni bancarie e brand controversi. Tra inaugurazioni imbarazzanti e ipocrisie, l’evento tradisce la sua stessa vocazione.
Salone del Libro a Torino, la parata dell’ipocrisia
Come ogni anno, inesorabili, arrivano le polemiche sul Salone Internazionale del Libro di Torino, evento culturale per eccellenza, ormai immancabile rituale di autocelebrazione e ipocrisia editoriale.
In parallelo, il Salone sembra fare il paio con l’Eurofestival della canzone: entrambi generatori di hype social, ma con nature profondamente diverse. Mentre il secondo è una baracconata trash utile per maratone social piene di commenti ironici e dileggio, il primo si ammanta di un’aura pretenziosa, in cui l’imperativo è apparire rilevanti. E proprio per questo, le critiche si fanno più corpose e strutturate: il Salone è la cartina di tornasole di un sistema culturale italiano malato di autoreferenzialità.
Una premessa: lavoriamo nell’editoria e dunque l’argomento ci sta a cuore, non è solo materia da conversazione in terrazza. Conosciamo piccoli editori e autori che lottano per un minimo di visibilità e che si aggirano per il Salone con l’aria di chi sa di essere lì non tanto per volontà, ma per necessità.
Sopravvivere in un “non-mercato” come quello editoriale italiano – e quando si parla di editoria indipendente, nemmeno a parlarne – è un esercizio quotidiano di resilienza, una sorta di crociata donchisciottesca contro un sistema che premia solo il mainstream e i grandi gruppi. Quindi sì, capiamo chi decide di esserci, di portare i propri libri anche a costo di finire in un angolo mal illuminato, con il rischio di essere fagocitato dal gigantismo dell’evento.
Lasciamo perdere, dunque, le polemiche abituali e “tecniche” – la gestione degli spazi, l’inclusione di soggetti non strettamente legati all’editoria, i costi elevati che schiacciano i piccoli editori – e concentriamoci su un punto cardine: “la cultura non è di destra né di sinistra”, ha affermato la direttrice Annalisa Benini. Una frase ovvia, soprattutto se pronunciata durante un’edizione inaugurata da Giuli e costellata da eventi come il duetto tra Mara Venier e Fabio Fazio.
La cultura indipendente, quella vera, dovrebbe essere altro rispetto al potere, al conformismo, alle piccole chiese. Ma può davvero esserlo quando è sostenuta, finanziata e sponsorizzata da fondazioni bancarie, marchi industriali che producono armi e persino soggetti che fanno culture-washing per ripulirsi l’immagine?
Il Salone si veste di indipendenza e libertà espressiva, ma finisce per essere la parata delle stesse istituzioni e aziende che soffocano la cultura giorno dopo giorno.
E poi c’è la questione politica. Non si tratta di censura, certo, ma com’è possibile nella prima giornata della fiera organizzare un panel affidato a un giornalista, considerato da diverse voci dell’attivismo italiano, negazionista del genocidio a Gaza, e poi presentare un dibattito sull’antisemitismo, nel bel mezzo di un momento storico così drammatico? Cos’altro è se non una provocazione studiata, un invito a prendere il tutto con il sorriso sulle labbra e la testa bassa?
E infatti è finita a manganellate e cariche della polizia contro gli attivisti che protestavano per la scellerata scelta degli organizzatori.
Il Salone del Libro di Torino è diventato l’emblema di una cultura che non osa più sfidare il potere, ma lo abbraccia teneramente, lo giustifica e lo celebra.
Nel trionfo dell’apparenza, della grandeur culturale a ogni costo, la sostanza evapora, lasciando spazio a una parata svuotata di significato, utile solo a rassicurare chi non ha mai dubitato di essere nel giusto.

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