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Quando l’orrore diventa norma e si rivendica con trasparenza, la diplomazia tace. Israele esplicita ciò che la prassi già mostrava: genocidio e pulizia etnica come missione sacra. L’ideologia? Solo un velo su un progetto coloniale a scopo di profitto globale.
Gettare la maschera: Israele
Perseguire un obiettivo non dissimulando altre velleità è pratica feroce, a volte indigesta, ma contribuisce a una maggior trasparenza. D’altro canto è proprio la ricerca ossessiva della trasparenza, della purezza d’animo, stati d’animo ideali per difendere strenuamente una rivendicazione, a complicare enormemente la dialettica democratica e i percorsi di pace.
Trasparenza e purezza d’animo diventano obiettivi politici nella pratica delle lotte che, ad esempio, richiedono politiche d’inclusione per le minoranze, con una specificità: nessuno può comprendere a pieno la condizione di un soggetto prevaricato per il proprio status esistenziale. Per cui l’incomunicabilità diventa un registro discorsivo pacifico, non più risolubile.
Il fanatismo, da non confondere con il radicalismo politico, si dota di una nuova grammatica perfettamente intelligibile da chiunque; tutti, anche le menti meno compromesse con la complessità, comprendono facilmente quanto l’intransigenza sbandierata con linguaggio moralistico, possa rivestirsi di onore, di stima sociale e di futura celebrazione. Non poi così differente il sentimento di autenticità alla base della tanto sbandierata e, contemporaneamente, esecrata mentalità ultras.
Allo stesso modo la diplomazia non ha più alcun significato quando la determinazione dell’orrore è disciplinata da leggi supreme; potrà, a quel punto, far parte di un pacchetto legislativo che pianifica un genocidio.
Alla fine c’è molta trasparenza nel piano approvato dal Gabinetto israeliano, quando candidamente annuncia al mondo ciò che i non detti e la prassi avevano già svelato: il genocidio, l’espulsione del popolo palestinese dalla loro terra e l’occupazione finale facevano parte di una missione condivisa da Dio e dal popolo, quindi non soggetta a interpretazioni, mistificazioni, retromarce o illusionismi.
I palestinesi vivi saranno quelli che se ne andranno da Gaza, per gli altri non ci sarà alcuno scampo. In seguito si ragionerà per una soluzione finale anche in Cisgiordania.
Purificare il mondo e gli individui da ciò che si considera alla stregua di scorie tossiche, sembra essere il tratto comune di questo scorcio di secolo nella mentalità dell’Occidente “libero”.
La missione può connotarsi come civilizzatrice, pedagogica, razzista, religiosa; può rappresentare intenzioni progressiste o conservatrici, ma in realtà conserva la sua struttura imperialista e coloniale per ragioni strettamente economiche e di sfruttamento.
L’ideologia a copertura delle nuove crociate contro gli infedeli può sembrare intermittente: reazionaria contro i palestinesi, illuminata contro i russi; ma risponde a un solo imperativo morale, quello di difendere e di accrescere i profitti privati che si nascondono nell’esaltazione del nostro stile di vita. Sotto questo aspetto la guerra alla Cina metterà tutti d’accordo, progressisti e conservatori, Stati Uniti e Unione Europea.

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